11 novembre 2017

La peste abortiva

di Lorenzo Zuppini

Una verità nascosta deve certamente celarsi dietro il neonato trovato morto in una busta di plastica all’interno di un bidone dell’immondizia, rinvenuto dai dipendenti di una ditta di trattamento rifiuti nel Veneziano. Così dev’essere, perché a tutto c’è una spiegazione, e il destino non esiste. Inutile esser fatalisti, la realtà va affrontata: i genitori (forse uno? Poco cambia) di un neonato hanno deciso di disfarsi del proprio figlio riponendolo dove vengono riposti, anzi gettati, i rifiuti. Il più delle volte, per non dire sempre, eventi di questo tipo non sono dovuti alla furia omicida di qualcuno, bensì alla semplice volontà di disfarsi di un peso: un bambino, un figlio, rappresenta effettivamente un peso per un paese dove le battaglie più sentite sono quelle a favore degli animali domestici, della loro parificazione agli esseri umani e, novità tra le novità, dell’ottenimento di permessi lavorativi per assistere il cane, il pappagallo e il pesce rosso. Di saggi grilli parlanti, a quanto pare, non ne sentiamo discutere. Peccato. Cosa mi freghi del neonato ficcato in una busta e scaraventato nell’immondizia, atrocità in mezzo a tante altre atrocità delle quali finisco per disinteressarmi? Mi ha sconvolto e mi ha obbligato a riflettere, quel bambino in busta, perché si è trattato di un aborto in piena regola, di godimento del diritto di fare del proprio figlio esattamente cosa si ritiene meglio: aspirarlo dal ventre materno o, se smemorati, cestinarlo assieme alla carta, agli avanzi della cena e alle feci del cane per il quale ci si batte ferocemente.

Certamente voi non lo saprete, perché le nostre menti sono ormai annebbiate dalla propaganda abortista, ma è interessante apprendere che dal maledetto 1978, anno in cui entrò in vigore l’altrettanta maledetta legge 194, sono stati effettuati 5.729.709 aborti. Nell’Europa dell’est è presente il più alto tasso di aborti in proporzione agli abitanti, ed è casualmente il solito luogo dove gli edonisti nostrani si rivolgono per affittare il ventre di una disgraziata che, per 10mila euro, si offre di mettere al mondo un bambino per poi venderlo alla coppia di omosessuali. È una simpatica coincidenza sulla quale dovremmo riflettere: stiamo riuscendo a creare, qua e là, l’inferno sulla Terra. Il 40% delle donne che pratica l’aborto è composto da lavoratrici, un 21% da casalinghe (scommetto tutte munite del miglior amico a quattro zampe) e il resto da disoccupate e studentesse. Apprendiamo da ciò che un 60% abbondante di costoro non versa in condizioni di difficoltà così da “giustificare” l’interruzione di gravidanza. Si tratta unicamente di un peso da togliersi di torno, imbustandolo e facendolo finire tra i rifiuti. Ma lo sapete che, quando si pratica l’aborto in ospedale, ciò che il medico toglie dal ventre materno viene imbustato e fatto finire tra i rifiuti ospedalieri? Sono l’unico che scorge un’analogia con quanto ho raccontato all’inizio? Ma l’ideologia della morte occupa le menti e miete vittime. Non ce l’ho con la donna che vuole abortire, ce l’ho con la cultura per cui tale scelta sia da preferire a quella contraria (rimboccarsi le maniche, in poche parole) e addirittura da accogliere col sorriso sulle labbra. Libertà tà-tà-tà!

Una serie di balle rivestite a dovere ripuliscono la coscienza di coloro che imbustano il proprio figlio: non è un bambino, non è un essere vivente, non respira, non è autonomo, non interagisce, è microscopico, è ciò che voglio che sia pur di potermelo levare di torno. Se faccio silenzio e smetto di scrivere, sento le anime che piangono e che urlano a quei genitori disgraziati che là dentro c’è un essere vivente che sta crescendo, che non ha colpe per ciò che è accaduto e non può quindi pagarle, che per sua stessa natura vuole nascere, che aiuterà tutti noi a progredire come popolo e come umanità, che, se potesse, li chiamerebbe già mamma e babbo. Questo tempo di relativismo accecante ci ha gettati nel baratro dell’anarchia assoluta, dove ai nostri diritti non corrispondono i rispettivi doveri. Sono un liberale di ferro, lo dico e lo confermo a tutti coloro che potrebbe tacciarmi di bigottaggine, ma la prima regola che quelli come me devono imparare è che la nostra libertà finisce quando lede quella altrui. Concedetemelo: solo un mostro può pensare che quel bambino non sia titolare del diritto alla vita.

Le donne non sono sole, basta con questa fregnaccia. Le donne hanno deciso che, per sentirsi realizzate, devono fare carriera esattamente come gli uomini sottraendo inevitabilmente tempo alla casa e alla famiglia e poi far prendere al marito il permesso dal lavoro per accudire il figlio neonato per poter rientrare in ufficio a tempo record. Magari facendosi pure crescere i peli sulle gambe come la modella di Adidas divenuta inguardabile. È legittimo tutto questo?
Probabilmente sì, ma allora che si raccontasse la verità sull’interruzione volontaria di gravidanza: fa schifo essere la regina del focolare.
Per dirla alla Camillo Langone, se le donne smettessero di raccogliere le feci del cane per strada, interessandosi a quelle di un ipotetico figlio, potremmo tirare un sospiro di sollievo spostandoci dal bordo di questo baratro.



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.


 

0 commenti :

Posta un commento