03 novembre 2017

Lezione paurosa ai padrini dell'Europa – Un manifesto (I parte)

OVVERO IL FUTURO DELL’EUROPA SARA’ LA NUOVA DESTRA RELIGIOSA O L’ANNIENTAMENTO

di Matteo Donadoni


«I padrini dell’Europa falsa costruiscono la loro fasulla cristianità di diritti umani universali
e noi perdiamo la nostra casa».
(Dalla “Dichiarazione di Parigi” scritta da Roger Scruton,
Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko).

Nell’epoca del cretinismo linguistico in cui si tortura la lingua, deformandola con concetti legati a generi esistenti o arbitrari, come accade con l’introduzione di termini neutri in varie lingue europee, e brutture varie, i mezzi d’informazione diventano strumenti di controllo. E “quando tutte le lingue sono degradate a tecniche di controllo di massa” (Tate Allen), dovremmo quanto meno fare del nostro meglio per formarci un concetto più accurato della nostra responsabilità.
Dobbiamo chiederci quale può essere il nostro contributo filosofico (di conseguenza anche linguistico) in qualità di esseri umani e semplici cittadini, quindi filosofi, in una società che ha moltiplicato i mezzi perdendo di vista gli scopi, che ha nutrito una filosofia paranoica della disperazione, nella quale si è ingenerata l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza della tecnica, della sostanzialmente quasi totale impunità morale mascherata da indifferentismo etico. Quasi non esistessero Inferno e Paradiso. Fatto certamente ben comprensibile in un mondo in cui perfino la millenaria Chiesa cattolica relativizza la fede, spingendosi incautamente e sconsideratamente a sostenere che non esista un Inferno per l’uomo nuovo e illuminato. Ma tutte queste deficienze sono possibili primariamente solo perché gli uomini moderni sono tanto distrattamente ignoranti da non conoscere più i termini per esprimere la propria difesa, perché hanno perso lungo la via del progresso perfino i concetti del pensiero forte. Sono talmente invaghiti dai fumi odorosi della frutta evoluzionista da non vedere il nocciolo della questione: l’involuzione.
Oppure forse il processo è voluto, programmato, desiderato dalle elite dei grandi burattinai del potere economico e politico, cui tacitamente accondiscende una parte del popolo, che giace dormiente in un sogno drogato dal cupio dissolvi nichilista. D’altra parte già il famoso Samuel Johnson (1709-1784) nel secolo dei Lumi disse: «colui che fa di se stesso una bestia si libera dal dolore di essere uomo». Forse le cose stanno veramente così. Forse tutti questi lumi han prodotto tanta caligine da abbruttire le lenti del modo.

Ma «l’uomo è una creatura che a lungo andare deve credere per poter conoscere, e conoscere per poter agire», con questo breve assioma Allen Tate ci ha regalato la cifra del fallimento dell’Europa contemporanea. Gli Europei hanno creduto di poter conoscere senza credere, così, oltre ad aver finito per conoscere poco e male, hanno agito male. Ora, lentamente, i popoli si stanno ribellando ad una serie impressionante di “disordini” esistenziali imposti loro da elite non rappresentative, che li governano con una ferocia intellettuale di tipo orwelliano.
E’ giunto così il momento di affrontare la difficile ed inquietante questione dell’identità. La nostra identità Italiana, ma sarebbe più corretto dire in senso esteso Europea.

Se ha ragione Gilbert Keith Chesterton quando dice che «gli italiani non li si può far diventare dei veri progressisti: sono troppo intelligenti», continui però a leggere solamente chi crede ci sia ancora qualcosa da conservare.

Nella cosiddetta “Dichiarazione di Parigi” Roger Scruton, Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko hanno dato voce al grido della vera Europa, per smascherare quella fasulla: «L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi. Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore. Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso. Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile […] L’Europa, in tutta la sua ricchezza e la sua grandezza, è minacciata da un falsa concezione di sé stessa. Questa Europa falsa immagina di essere la realizzazione della nostra civiltà, ma in verità sta requisendo la nostra casa».

Noi Europei condividiamo una vita e una res publica comuni, quella che fu – e potrebbe tornare ad essere - la res publica christiana. L’Europa vera è stata segnata dal cristianesimo, di cui è filiazione genuina. Il governo spirituale universale della Chiesa ha portato l’unità culturale all’Europa (credere), senza vincoli politici troppo stretti, permettendo la diffusione di una cultura europea condivisa che lasciasse fiorire realtà civiche particolari sotto il segno della Croce.

 L’Europa vera trae ispirazione altresì dalla tradizione classica, la cui eredità culturale è la peculiarità della civiltà nostra, e va difesa. «Le virtù profonde dei Romani che sapevano come dominare sé stessi, nonché l’orgoglio nel partecipare alla vita civica e lo spirito dell’indagine filosofica dei Greci non sono mai stati dimenticati nell’Europa vera. Anche queste eredità sono nostre» (conoscere).
Invece, i grandi burattinai della burocrazia, o “Padrini”, per dirla con gli eminenti pensatori, ignorano, anzi, ripudiano le radici cristiane dell’Europa e stanno imponendo ai popoli europei, che nulla avevano loro chiesto, una visione del mondo e della vita destabilizzante e avulsa dalla realtà, fatto che fra l’altro va ben oltre le competenze tecnico-economiche per le quali questi signori si sono autonominati. L’Unione Europea, ovvero l’impero monetario e giusregolatorio ammantato dai sentimenti di universalismo pseudoreligioso che essa stessa si sta costruendo attorno come un carapace di madreperla, coltiva l’oscuro  proposito di distruggere l’identità profonda dei popoli che la abitano, in ciò incredibilmente spalleggiata dalla falsa chiesa bergogliana.

«I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile. Credono che la Storia stia dalla loro parte, e questa fede li rende altezzosi e sprezzanti, incapaci di riconoscere i difetti del mondo post-nazionale e post-culturale che stanno costruendo». Vivono in una bolla di realtà artefatta d’ignoranza accecata da prospettive auto gratulatorie.
In questo clima, nella visione fantastica del politically correct internazionale, vengono educate le nuove generazioni nel culto della religione atea e dell’orfanotrofio culturale. «I suoi fautori sono orfani per scelta e danno per scontato che essere orfani ‒ senza casa ‒ sia una conquista nobile. In questo modo, l’Europa falsa incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatrice di una comunità universale che però non è né universale né una comunità». Per questa ragione, negli ultimi anni, l’Europa ha perseguito un grandioso e demenziale progetto multiculturalista, per favorire il quale si è incoraggiata un’immigrazione disordinata dai paesi sottosviluppati, nel mito illuminista del buon selvaggio - vero teorema alla radice della follia immigrazionista -, generando il caos istituzionale e politico nei confronti del quale qualsiasi risposta identitaria e di buon senso viene etichettata come di ultra destra. Per la stessa ragione la falsa Europa soffoca il dissenso ovviamente in nome della libertà e della tolleranza. Chi non è d’accordo è populista. Siamo in un vicolo cieco, perché la retorica del linguaggio inclusivo ad ogni costo è il cavallo di Troia per la sostituzione etnica e culturale. La risposta politica è un fattore con la stalla vuota.

(continua)


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