05 novembre 2017

Lezione paurosa ai padrini dell'Europa – Un manifesto (II parte)


di Matteo Donadoni

(prima parte qui)

«Chiedere, o figuriamoci promuovere, l’assimilazione dei nuovi arrivati musulmani alle nostre usanze e ai nostri costumi, peggio ancora alla nostra religione, è stata giudicata un’ingiustizia triviale. L’impegno egualitario, ci è stato detto, impone che noi abiuriamo anche la più piccola pretesa di ritenere superiore la nostra cultura».
Chiediamoci allora quali alternative abbiamo di fronte. Cosa vorreste fare? Darvela a gambe verso la prima caverna dove emettere grugniti di dissenso? Scalare l’albero più alto dove appollaiarvi in attesa della completa involuzione antropologica? Generare orfani? Sembra che l’Italia sia incapace di affrontare il momento storico senza scivolare nell’odio etnico (fattore di aggressività controproducente) o nella pacchianeria ideologica del progressismo più violento (fattore di aggressività ideologica al contrario). La politica mostra sintomi di un malato ossessivo compulsivo, anzi ossessionato, monomaniaco, con impellenza ostinata e melvilliana, quasi biologica: ora il gender, ora lo ius soli – in attesa dello ius cogitandi: sarà sufficiente pensare al Bel Paese per divenire automaticamente italiani. Almeno il capitano Acab nel suo intento ossessivo si disinteressa del proprio futuro, perché condizionato compulsivamente da un fine preciso, magari per alcuni idiota, ma non a detrimento del proprio Paese. Oggi il gubernator medio conduce direttamente la nave a picco senza troppi fronzoli e nemmeno fini decenti.
Ma il futuro dell’Europa riposa in una lealtà rinnovata verso le nostre tradizioni migliori, non in un universalismo spurio e malsano, che impone la perdita della memoria e il ripudio di sé.
Anche se le nostre università, da scrigni di sapienza quali erano nel medioevo, sono diventate agenti attivi della distruzione culturale, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità ed essere fieri e consapevoli di essere ancora popoli liberi: è la libertà ad accomunarci come ci accomuna l’aria che respiriamo, come un tempo fu la necessità a farci uscire dal neolitico. Penso che i popoli europei si amino più di quanto non si voglia far credere, dovremmo ascoltare i sentimenti del disprezzato popolino. Quei contadini che si scannarono nell’immenso macello di cui ricorrono i cento anni, la Grande Guerra, avevano molte più cose in comune fra loro, di quante ne abbiamo noi oggi con una qualsiasi risorsa ambulante richiedente asilo oggi.
Ormai lo hanno capito anche i portaborse dell’Inguscezia che gli euro burocrati lavorano a danno dei popoli europei. Allora, quale deve essere l’impegno di un movimento di pensiero “conservativo” nel ventunesimo secolo? Dobbiamo amarci l’un l’altro o morire! Non sto preconizzando con ciò un dolciume buonista e borgataro che costringa ad amarsi personalmente, ci mancherebbe, ma, se abbiamo a cuore la sopravvivenza dei nostri figli in qualità di eredi dei nostri padri, dobbiamo cominciare ad amare violentemente le nostre tradizioni, o almeno quanto ne resta. Dobbiamo trovare la forza di tirar fuori gli antichi valori dalla montagna di spazzatura sotto cui sono stati seppelliti dalle sciagurate generazioni sessantottine. Dobbiamo innescare quel coraggio che ci faccia confessare il peccato originale del conservatorismo continentale, che è un peccato in un certo senso di processione ipostatica. “Dio, Patria, Famiglia” deve diventare “Dio, Famiglia, Patria”, solo così potremo salvare il continente europeo dal nichilismo materialista e dalla dominazione islamica. Perciò sono convinto che il futuro dell’Europa sarà una società conservativa, democratica (che non esclude monarchie parlamentari) e religiosa. Il processo è già incominciato.
Lo va ripetendo da tempo il politologo americano Edward Luttwak: «Si sta rompendo un equilibrio. Le persone non possono più accettare un sistema che opprime le popolazioni, sono stufe marce di subire la presenza delle élite europee il cui unico pensiero è la globalizzazione della cooperazione. Sempre più persone vogliono difendere la propria identità, la propria tradizione, il proprio territorio». Ogni cittadino normale non può che percepire l’afflusso incondizionato di centinaia di migliaia di maschi in età militare come una minaccia. Scappano dalla guerra, quando è vero, se è vero (fatta esclusione per i Siriani), abbandonando donne, bambini e veri poveri, all’orrore da cui pretendono di liberarsi. Il risultato di questa dinamica non è la salvezza dei rifugiati, ma un cambiamento ontologico della nostra realtà quotidiana: le cose che riteniamo normali e diamo ormai per scontate sono in pericolo.
In Italia come in vari Stati europei la misura è colma, ma in aggiunta abbiamo da anni un governo che non è stato eletto da nessuno, e sarebbe anche ora di reagire. «Il vino si fa con l'uva, la democrazia si fa con le elezioni – dice sempre Luttwak – Ma non in Italia: tre consecutivi governi non eletti sono un fatto molto grave».
Che fare?
Una è la cultura europea, una è la nostra religione. E già i popoli hanno rigettato la religione dell’Euro. Ora è necessario ricucire la frattura fra popoli del Sud, che devono smettere di vergognarsi della propria superiorità storica e culturale, a fronte dell’arretratezza economica, e popoli del Nord, che non devono pretendere di mettere quella stessa cultura sul piano cartesiano della contabilità, ma sfruttare le proprie doti di onestà e dovere per sanare le ferite dei fratelli meridionali piegati dalla storia, ma forse, non ancora sconfitti.
Perché, se esiste ancora qualcosa da conservare, seguiamo Roger Scruton: «L’essere conservatore è desiderare l’equilibrio del proprio paese, preservarlo, garantirgli continuità, con l’unico fine di poterlo tramandare alle generazioni future». Ora, cos’è questo equilibrio? È la società come la definiva Burke, una partnership fra vivi, morti e non nati, un’associazione civile fra vicini, fra famiglie, senza che uno Stato ficchi il naso nel principio di sussidiarietà, e perciò insediarsi su una terra, costruire una casa e lasciarla ai propri figli, affinché la custodiscano per i loro. Conservare la nostra fede cattolica nell’unico vero Dio, conservare l’eredità classica con la sua filosofia assertivo-veritativa, unica in grado di sconfiggere il relativismo, e infine, conservare un fucile per ogni padre di famiglia. Un mio amico dice anche conservare la pazienza. Solo così potremo preservare la nostra libertà.
E cos’è la nostra libertà? L’opportunità di vivere la nostra vita come vogliamo dentro i cardini della legge e non contro di essa (si può fare non ciò che è lecito, ma tutto ciò che non è vietato), la libertà di pensare autonomamente e dire ciò che si pensa, la libertà di professarsi cristiani. La libertà è il privilegio di sedersi una zolla di terra e dire: questa è mia e guai a chi la tocca.

Non voglio presentare queste idee come idee di destra tout court, siamo stanchi almeno quanto Primo de Rivera della destra e della sinistra, non esistono più. Certamente, mi rendo conto, queste idee verranno percepite e presentate da un mainstream che ha ormai perso completamente aderenza con la realtà, come di destra o destra estrema o destra religiosa. Perciò, per semplicità, utilizziamo questo termine – Camillo Langone la chiamerebbe Destra Divina.
Per questo motivo sono convinto che presentarsi ad elezioni con un classico centro-destra formato dai vecchi partiti, potrà magari risultare vincente sul breve periodo, ma denota arretratezza politica e difetto tattico. È di vitale importanza tagliare i ponti con le vecchie logiche nostalgiche del ventesimo secolo e presentare una proposta politica fresca nella forma quanto antica nei valori. Non è ancora troppo tardi per salvare l’Europa, ma è il momento di dare una paurosa lezione a quei burocrati che credono che rubare le case dei Quiriti sia un’operazione facile. Ricordiamo loro che l’Agnello di Dio è anche il Leone di Giuda.

(fine)


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