24 novembre 2017

Lo stato servile (I parte)


(DOVE SI DICE CHE FINALMENTO HO CAPITO DI COSA SI
TRATTA QUANDO SI PARLA DI LAVORO)

«ad avere valore pratico sono solo le indagini teoretiche che vanno al fondo delle cose»
(Ludwig von Mises)

di Matteo Donadoni

THUNDERIANA - «Lo Stato servile» di Hilaire Belloc è un’opera che deve necessariamente essere presente nella biblioteca di un cattolico. Anche se tratta di un’Inghilterra che non c’è più, rimane straordinariamente attuale quanto al rapporto uomo natura e Stato individuo, contribuendo alla formazione del lettore con la produzione di un certo ordine mentale di base riguardo la complessa vicenda umana. Anzi, a mio parere dovrebbe figurare nelle bibliografie d’esame di qualsiasi corso di Economia nelle università.
A dispetto della filosofia pauperistico-ecologistica tanto in voga fra i (neo)cattolici, esistono alcuni principi fondamentali, nonché fatti incontestabili, che poi sono talmente evidenti da passare inosservati - come diceva Edgar Allan Poe: «Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista».
Tanto è vero che 1- basta seguire la prima lezione di Archeologia per sapere che ogni attività antropica implica eo ipso inquinamento dell’ambiente circostante, potrà essere maggiore o minore in relazione al livello tecnologico, ma l’unico modo per avere un impatto zero è l’eliminazione del fattore umano. Questa la conclusione naturale e necessaria cui giunge ogni ideologia ecologista. «La vita dell’uomo, come quella di ogni altro organismo, dipende dalla sua capacità di modellare l’ambiente a proprio vantaggio, rendendone le caratteristiche il più possibile asservite ai suoi bisogni». La semplice esistenza dell’essere umano, dato il mito di Prometeo ed Epimeteo, produce quella modificazione dell’ambiente necessaria alla propria sopravvivenza. La semplice sopravvivenza dell’essere umano dà per sua natura come risultato inevitabile la produzione di scorie di vario genere (resti dell’attività manuale di costruzione, agricola e d’allevamento, cocci, vetri, carcasse, escrementi ecc.), sul resto si può discutere, ma che un cattolico - e peggio ancora un pontefice - perda tempo in quella che è soltanto l’ennesima metamorfosi della gnosi, anzi, di ignoranza gnostica, che pretenderebbe di salvare il mondo non per l’uomo, ma a prescindere dall’uomo, è scandaloso. L’uomo è custode, ma anche signore della creazione, in nessun passo delle scritture si afferma la conoscenza gnostica che egli sia il cancro del mondo.
E 2- basta seguire la seconda lezione di Storia economica e sociale del mondo antico per sapere che «Senza ricchezza l’uomo non può esistere». La produzione della ricchezza è per lui una necessità: si parte dai bisogni primari fino alla produzione di ciò che è considerato voluttuario, ma altresì necessario per la libertà e felicità dell’uomo, come gli abiti, una cucina ricercata, i libri, il carburante e l’abitazione. «La ricchezza è tutto ciò che, attraverso un processo di trasformazione, è stato consapevolmente e intelligentemente reso più asservibile ai bisogni umani». In questo libro Belloc è puntuale e prezioso quanto a definizioni. Le definizioni sono la punta di lancia della verità. Esclusive per natura, sono oggi poco amate da una società tanto amalgamata con l’errore da considerare la Verità quasi un disvalore a livello teoretico, perché le definizioni costringono a vedere bianco ciò che lo è e non-bianco tutto il resto, anche se non piace. Perché, come diceva un altro economista, Ludwig von Mises, «ad avere valore pratico sono solo le indagini teoretiche che vanno al fondo delle cose». Non mi è mai andato a genio “l’uomo pratico” – e Dio solo sa quanti di questi zoticoni ha mandato sulla terra – che vuol fare prima di teorizzare. Non mi riferisco solo alle arti banausiche, mi riferisco all’atteggiamento di fronte al lavoro. Con ciò, tabelle, statistiche e una perfetta intelaiatura della vita non mi sono mai state congeniali, né sono il mio ideale. Fresco di diploma rifiutai un posto sicuro allo sportello della banca di fronte casa, perché non volevo accettare come stile di vita la routine del compilatabelle a pagamento, dell’inseritore di numerini in caselline conto terzi. Non sarebbe stato cibo per il mio intelletto, che, per quanto malridotto, mai fu turbato dall’organicità imprevedibile del molteplice. Anche perché comunque non tutto è sotto controllo, non per tutto il tempo, non in ogni caso. Anzi, il controllo totale è un’illusione, perché in potere di Dio.
Oggi, in certi giorni, magari quando vedo una Mustang o una Camaro che non mi posso permettere, ricordo quel giorno, ma non lo rimpiango, perché nonostante io, come direbbe Belloc, non sia economicamente libero, la carriola che ho non è il frutto avvelenato dell’usura. Non è cibo adatto al il mio appetito morale, che non ha mai mirato alla sazietà burocratica. Se scrivano devo essere, meglio fare la fine di Bartleby che frodar vecchiette.
Ma prima di tutto è necessario rendersi conto di cosa sia il lavoro. Il lavoro non è sovrapponibile alla fatica, né alla retribuzione, del quale sono elementi variabili, e bisogna sapere della semplicità di tale concetto, perché lavorare senza sapere cosa sia il lavoro, per me, equivale ad avere il senso dei bombi per la geometria.
È così che “Il Vecchio Tuono”, unico uomo libero in uno stuolo di pecoroni, mi ha saputo spiegare cosa sia il lavoro, concetto che, per la verità, mi fu sempre oscuro. Ora so che la mia era un’ignoranza simile all’incapacità di percepire le figure illusorie.
Il lavoro, dunque, è legato alla ricchezza, e cioè alla produzione di beni. Così lo definisce Belloc: «La ricchezza può esser prodotta soltanto applicando energia umana, sia mentale, sia fisica, alle risorse della natura che ci circonda e alla materia che è piena di queste risorse. Chiameremo lavoro questa energia umana così adatta ad agire sul mondo materiale e sulle sue risorse; per quanto riguarda la materia e le risorse naturali, useremo il termine, limitato ma convenzionalmente corretto, di terra». Lavoro è così l’energia umana, ogni energia umana, mentale e fisica, generata ed applicata dall’uomo stesso purché al fine di creare le condizioni migliori non solo di sopravvivenza, ma di vita. Ne consegue che «controllare la produzione della ricchezza significa, quindi, controllare la stessa vita umana». Dobbiamo tornare a controllare la terra.

(continua)



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

0 commenti :

Posta un commento