24 novembre 2017

Lo stato servile (II parte)


di Matteo Donadoni

(prima parte qui)

E qui cambia tutto, non si tratta più di lavoro tout court, ma di quella parte della filosofia che si occupa del rapporto dell’uomo, zoòn politikòn, con i suoi simili e cioè la politica. Le esigenze del lavoro, come quelle della vita (organizzata o solitaria), necessitano di programmazione. Il processo è evidentissimo quando si tratta della terra: se voglio sopravvivere, dovrò preoccuparmi di accantonare una parte del raccolto per la semina futura; allo stesso modo dovrò evitare di macellare l’intera mandria, anche se devo festeggiare il matrimonio di tutte quante le mie figlie e ciò mi costerà un capitale. Infatti, il capitale. «Sia che si tratti della costruzione di uno strumento o di un attrezzo, sia che si tratti di accantonare una scorta di provviste, il lavoro applicato alla terra per entrambe le finalità non produce ricchezza per un consumo immediato, ma permette che si conservi qualcosa, e quel qualcosa è sempre necessario, in quantità che variano a seconda delle difficoltà o meno che la società economica incontra nel produrre ricchezza. Definiamo capitale la ricchezza che non viene consumata subito, ma accumulata e messa da parte in vista della produzione futura, o sotto forma di strumenti e attrezzi, oppure sotto forma di scorte per la continuità del lavoro durante il processo produttivo».
Quindi sono tre i fattori che agiscono sulla produzione della ricchezza umana, terra, capitale e lavoro. I mezzi di produzione sono la terra e il capitale messi insieme. Secondo la teoria economica elaborata da Hilaire Belloc, Gilbert K. Chesterton e padre Vincent McNabb, la società economicamente meglio gestita è quella che favorisce il più possibile la diffusione dei mezzi di produzione, distribuendoli fra i cittadini. Perciò è definita “Distributismo”. Il distributismo economico favorisce dunque, oltre la libertà politica garantita però dalla politica, la libertà economica. Diversamente, il capitalismo economico garantisce, oltre la libertà politica, la condizione servile, mentre il socialismo economico, oltre a non garantire nessuna libertà politica, non garantisce nemmeno quella economica abolendo la proprietà privata, e finendo così, col tempo, per non riuscire nemmeno a produrre i beni di prima necessità. Oggi abbiamo la certezza empirica che il socialismo è un male politico i cui sintomi sono la delega della proprietà e della libertà economica, dai cui l’effetto della povertà. Ma non ci riguarda, perché viviamo in una società capitalista evoluzione di quella che produsse il socialismo come reazione.
Nel nostro sistema politico-economico tutti i cittadini sono liberi politicamente, ma gran parte delle persone non lo sono economicamente, dice meglio Belloc: «politicamente liberi di agire ma economicamente impotenti». Non perché il capitale sia un male, perché non lo è, oltre ad essere necessario, esso è un bene, ma la teoria economica capitalista è per sua natura instabile, e perciò pericolosa, soprattutto a seguito dell’introduzione del sistema industriale, che, nelle alterne vicende della fortuna, può arricchire o distruggere una uomo, intere famiglie e addirittura interi comparti della società. Tuttavia, «il sistema industriale è stato una derivazione del capitalismo non la sua causa», perché «non è stata la macchina a farci perdere la libertà; è stata la perdita di una mente libera» a farci decadere. La rinuncia alla libertà intellettuale (e delle capacità artigianali!) per ragioni di interesse economico denota infatti il primo passo verso la formazione dello Stato servile. Il capitalismo come sistema è quindi in un certo senso il cattivo uso del capitale, cioè il possesso da parte di pochi delle risorse vitali di molti, i quali, da proprietari che erano, lentamente scivolano nella condizione di salariati prima e di servi poi. Infatti, la condizione servile «scatta quando si toglie all’uomo la libera scelta di lavorare o no, in un posto o in un altro, per questo o quel motivo, e quando lo si obbliga con una legge a lavorare a beneficio di altri che non sono soggetti allo stesso obbligo». Lo Stato attuale, economicamente parlando, si sta avvicinando a questo esito, perché il sistema lavorativo è fondato sull’insicurezza e sulla paura che essa genera: sulla paura di perdere un impiego e di non trovarne un altro.

«Riassumendo: lo Stato servile è quello nel quale il numero delle famiglie e degli individui che il marchio del lavoro obbligatorio differenzia dai cittadini liberi è così alto da determinare l’assetto di una società».
Chi vuole approfondire la questione legga allora “Lo Stato servile”: «Questo libro è stato scritto per sostenere e provare la seguente verità: la nostra società apparentemente libera, trovandosi in una condizione di equilibrio instabile per il fatto che i mezzi di produzione sono nelle mani di pochi, tende a raggiungere una posizione di equilibrio stabile obbligando legalmente chi non possiede i mezzi di produzione a lavorare per chi li possiede».



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

0 commenti :

Posta un commento