16 novembre 2017

Luoghi e devozioni della Basilicata. Genzano di Lucania (II parte)


di Marco Muscillo

Il feudo di Genzano successivamente fu nelle mani di Roberto il Guiscardo. Sotto i normanni il centro crebbe e prosperò. Passò poi sotto il dominio svevo e poi quello angioino. Nel 1266, per matrimonio, divenne feudatario di Genzano Pandolfo di Fasanella che mantenne la città fedele a Carlo d’Angiò quando Corradino Hohenstaufen scese in Italia per reclamare i suoi diritti. Nel 1297 si celebrò a Roma, davanti a papa Bonifacio VIII, il matrimonio tra Roberto d’Angiò il Saggio (ancora Duca di Calabria), figlio del re Carlo II, e Jolanda (o Violante) d’Aragona, figlia di re Pietro III e di Costanza, a sua volta figlia di Manfredi. Con l’arrivo dell’infanta Jolanda nel Regno di Napoli, arrivarono anche molti cavalieri catalani, fra i quali Arnao del Bosco il quale, diventato maggiordomo di Roberto, sposò una nobildonna di nome Aquilina. Morto il primo marito, Aquilina sposò in seconde nozze un altro del Bosco, Guglielmo. Questi si comprò il feudo di Genzano da Matteo de’ Varani. Nel 1308 si aggiunse quello di Monteserico (anche lì pare ci fosse un borgo di età forse più antica. Ora è rimasto l’edificio del castello, che è visitabile).
Nel 1318 Guglielmo morì e donna Aquilina rimase l’unica feudataria. Le sue origini non sono del tutto chiare: in passato la stessa è stata confusa con un’altra Aquilina, moglie di Pandolfo di Fasanella, feudatario nella seconda metà del 1200. Inoltre, la tradizione popolare la ricorda col nome di “Aquilina Sancia”, ma questo dovrebbe essere un errore di trascrizione sbagliata del suo testamento: Sancia, o Sancha, d’Aragona-Maiorca, seconda moglie di re Roberto d’Angiò, era la Regina consorte di Napoli, che è citata tra gli esecutori del testamento assieme alla Duchessa di Calabria, Maria di Valois. Le fonti citano la nobildonna sempre come “Aquilina di Monteserico”, quindi questo è da considerarsi il suo vero nome.

Il 26 maggio 1321 l’arcivescovo di Acerenza Roberto II, riunito il Capitolo nella chiesa di S. Maria Maddalena, accolse la richiesta della nobildonna Aquilina di Monteserico, vedova del milite Guglielmo del Bosco di edificare a Genzano il monastero delle clarisse e una chiesa dedicata a S. Maria Annunziata. L’approvazione pontificia fu concessa da papa Giovanni XXII con bolla datata 15 aprile 1327, da Avignone. La chiesa dell’Annunziata fu probabilmente costruita sui resti di un’altra chiesa più antica, dedicata a San Vitale (e qui è da notare un collegamento con la vicina Palazzo e l’antico culto dei martiri Gervasio e Protasio). Appena un giorno prima dell’approvazione papale, il 14 aprile 1327, la gentildonna feudataria di Genzano e Monteserico aveva reso ufficiale il suo testamento. Tra le donazioni che la nobile feudataria fece al convento delle clarisse c’era quella della difesa della Paterginosa, circa 1400 ettari di terreno ubicati tra Genzano e Monteserico.
Più di un secolo più tardi, regnante a Napoli Ferrante d’Aragona, il nuovo re toglierà al monastero la Paterginosa e la riunirà al feudo di Monteserico, fino al 1501 quando il Regno di Napoli sarà conteso e diviso tra il Re di Francia Luigi XII e Ferdinando il Cattolico, Re di Spagna. In questa data, la badessa del monastero genzanese, grazie alla prova testamentaria, riuscirà a far valere i diritti del convento su quelle terre che resteranno nelle mani delle suore per altri quattro secoli. Per un approfondimento sulla storia di madonna Aquilina e del suo testamento vi invito a leggere il libro di Michele Battaglino, “Aquilina di Monteserico”, uscito nel 2008. Noi andiamo avanti. Tra il 1331-1332 Aquilina di Monteserico entrò in convento e vi morì nel 1335. Il feudo di Genzano passò nelle mani della figlia, Giacoma del Bosco, la quale sposò in seconde nozze Roberto Sanseverino (una delle loro figlie, Margherita, sposerà Luigi d’Angiò-Durazzo e sarà la madre del futuro Re di Napoli, Carlo III d’Angiò-Durazzo). Dopo la morte della moglie avvenuta nel 1333, il Sanseverino diventò il nuovo feudatario di Genzano e lo tenne fino al 1361. Durante la guerra dinastica tra la regina Giovanna I e il Re d’Ungheria Luigi I, il conte Sanseverino ordinò la distruzione del castello di Genzano e del convento delle clarisse, per impedire agli ungheresi di insediarsi ed impadronirsene. Per tale atto sacrilego fu scomunicato da papa Clemente VI, poi assolto nel 1352 con l’obbligo di riedificare il convento a sue spese.
Il feudo di Genzano passò poi alla figlia, Giovanna Sanseverino, che andò in sposa a Carlo Ruffo, conte di Montalto. Passò probabilmente più tardi, dopo essere stato terra demaniale sotto il re Ladislao I, alla madre Margherita, Duchessa di Durazzo, fino al 1412. Tornò poi alla famiglia Ruffo e nel 1422 fu dato, insieme ad altri feudi, a Giovanni Dentice delle Stelle. Nel 1445, regnante Alfonso il Magnanimo, Genzano fu nelle mani del duca Marino Marzano, genero del re in quanto marito della figlia del sovrano, Eleonora d’Aragona. Questi fu uno dei capi della prima congiura dei baroni che nel 1458 si ribellarono al nuovo re, Fernando I (o Ferrante). Il Marzano aveva un altro motivo per odiare il re, oltre alla sottrazione di alcuni feudi: si dice che Ferrante ebbe una relazione incestuosa con la sorellastra Eleonora, moglie del feudatario. Dopo varie vicissitudini, Marino Marzano fu fatto prigioniero e tale morì.
Già da alcuni anni prima, il feudo di Genzano non era più suo, avendolo messo all’asta. Genzano ebbe vari proprietari fino al 1479 quando il re lo concesse a Mazzeo Ferrillo, Conte di Muro, consigliere del re, camerlengo e precettore del Duca di Calabria, futuro Alfonso II.
Come abbiamo già ricordato, re Ferrante sottrasse le terre della Paterginosa alle clarisse di Genzano per riunirle al feudo di Monteserico. Fu questo uno dei motivi per i quali l’università (il comune), insieme alle monache e al clero locale tentarono di prendere parte alla seconda congiura dei baroni del 1485. Il feudatario di Genzano, essendo vicino al re e all’erede al trono, ne rimase estraneo e ciò forse contribuì a non portare a compimento l’intenzione della comunità genzanese. La congiura infatti fallì e i coinvolti furono messi a morte. Sembra che sia stato proprio Mazzeo Ferrillo il committente di un polittico conservato nella chiesa di Santa Maria della Platea a Genzano, rappresentante la Madonna e il bambino al centro e recentemente attribuito ad un giovane Giovanni Bellini.

Genzano passò di mano per via ereditaria dai Ferrillo agli Osini. Fu poi venduto da Ferdinando II Orsini nel 1563 alla famiglia del Tufo. Il 21 novembre 1585, il feudatario Giovanni Vincenzo del Tufo divenne il primo Marchese di Genzano. Suo figlio Andrea, a causa dei molti debiti, dovette vendere il feudo di Genzano, del quale il Sacro Regio Consiglio fece redigere l’apprezzo da un tabulario (in realtà ce ne furono due, ma il primo fu contestato). Tante sono le informazioni che si ricavano da questi apprezzi, una delle quali mi sembra una bella curiosità: vi si apprende dell’esistenza “sette case d'albanesi vicino al Castello”. Probabilmente profughi scampati all’invasione ottomana dell’Albania (i vicini comuni di Ginestra e Maschito fanno parte della cosiddetta “Arberia”). Avranno seguito Giorgio Castriota, già amico di re Alfonso il Magnanimo, che giunse in Italia per aiutare re Ferrante? Chissà qual è la loro storia! Genzano fu aggiudicata all’asta nel 1616 da Giovanni Battista de Marinis, di famiglia genovese ma di origine spagnola. I de Marinis saranno, a fasi alterne, i feudatari del paese fino a quando Giuseppe Bonaparte nel 1806 abolì la feudalità (cosa che era già stata stabilita dal governo borbonico). Negli anni della Guerra dei Trent’Anni, il Regno di Napoli subì una profonda crisi economica che produsse elevata tassazione e ribellioni popolari. Famosa è la rivolta di Masaniello e dei suoi Iazzari, che fu presto domata. Ma il malcontento popolare continuava ad accendere focolai di protesta: quando Don Giovanni D’Austria arrivò a far sparare cannonate sulla città, Napoli insorse e proclamò la Repubblica. I rivoltosi, ormai dichiaratamente antispagnoli, offrirono la corona a Enrico II di Lorena, Duca di Guisa ed erede dell’ultimo re angioino di Napoli, Renato d’Angiò. Sembra che Genzano fu una delle comunità di Basilicata che appoggiarono lo sfortunato tentativo del Guisa.
(continua)


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

0 commenti :

Posta un commento