26 novembre 2017

Luoghi e devozioni della Basilicata. Genzano di Lucania (parte III)

di Marco Muscillo
Nel 1799 i rivoluzionari francesi costrinsero il re Ferdinando IV di Borbone e la famiglia a lasciare Napoli e rifugiarsi in Sicilia, così venne istituita la Repubblica Partenopea. Abbiamo già detto, parlando di Palazzo San Gervasio, che il Marchese Giovanni Andrea de Marinis non partecipò ai moti rivoluzionari ma si mantenne a moderata distanza. Tuttavia il figlio di lui, il ventunenne Filippo, detto Filippetto, fu animato dalle nuove idee liberali e pagò con la vita la sua adesione alla rivolta. Il padre fece di tutto per liberarlo, cercò perfino di corrompere il boia e, per ironia della sorte, si dice che ebbe invitati a cena nel suo palazzo di Napoli tutta la corte che in quel giorno stesso aveva condannato il figlio. Tutto fu inutile, il giovane Filippo venne decapitato nella piazza del Mercato di Napoli, il primo del mese di ottobre.

Insieme al marchesino parteciparono al moto rivoluzionario anche altri genzanesi. Furono soprattutto i giovani galantuomini, questa piccola nobiltà e alta borghesia locale, che fu animata dalle idee liberali e appoggiò l’invasione francese. Alcuni di loro vennero incarcerati o esiliati, ma la comunità di Genzano non subì punizioni violente anche perché la maggioranza della popolazione ne rimase estranea.
Fu la seconda generazione di questa classe dirigente cittadina che, fatte proprie le idee liberali, partecipò al processo unitario italiano (col senno di poi sarebbe da dirgli: ma chi ve l’ha fatto fare?). Liberali e mazziniani si riunirono sotto il comando del Cav. Davide Mennuni e questi, insieme a gli insorti di tutta la Basilicata marciarono verso Potenza, poi in Puglia e poi ancora seguirono Garibaldi fino a Napoli. Il nuovo governo, tuttavia, deluse i ceti popolari a cui era stato promesso un cambiamento radicale rispetto al regime precedente. Tutto era rimasto uguale a prima e il brigantaggio fu l’invitabile conseguenza. Carmine Crocco, il famoso capo dei briganti, fu inizialmente anche lui convinto a partecipare al moto unitario con la speranza di poter ottenere l’amnistia per i suoi reati. Si unì quindi agli insorti ed entrò in Napoli con Garibaldi, marciando insieme alla brigata lucana di cui abbiamo già parlato. L’appoggio dei briganti fu essenziale perché essi conoscevano i sentieri alternativi, nonché erano protetti e aiutati dal popolo. Ma invece dell’amnistia i servigi di Crocco e dei suoi furono ripagati soltanto con un mandato d’arresto. Disincantati di colpo dalla retorica e dalle false promesse del Risorgimento, il popolo afflitto si affidò ai briganti, i quali decisero di combattere appoggiando la causa borbonica.
Carmine Crocco era originario di Rionero in Vulture, perciò la zona di cui stiamo parlando fu quella che maggiormente fu interessata dal fenomeno del brigantaggio.

I galantuomini genzanesi (a cui si unirono altri dalle località vicine), tornati vincitori da Napoli, si riunirono presto nella Guardia Nazionale, in un reggimento di cavalleria leggera nominata “Cavalleria Mennuni” dal nome del suo comandante e che fu protagonista della lotta al brigantaggio nella zona del Vulture. In internet si possono leggere i resoconti di due battaglie, la “Battaglia di Russo” contro il temibile Ninco-Nanco e Scazzacristi, e la “Battaglia dei Quattro Frati”, combattuta vicino al castello di Lagopesole.
La Cavalleria Mennuni si scioglierà nell’agosto del 1864 e Don Davide Mennuni, nominato già dal 1863 Capitano dello Squadrone della Guardia Nazionale mobile a cavallo, si dimetterà nel dicembre del 1864 e a causa di una malattia (e si dice forse anche un po’ deluso dalla scarsa considerazione del nuovo governo) si ritirerà a vita privata e morirà giovane, all’età di 45 anni, il 18 ottobre 1869. Ma la storia del paese di Genzano si fonde con la fede e le devozioni.

Abbiamo già parlato del “Vallone dei Greci”, il quale delimita la parte ovest del paese vecchio di Genzano. Come abbiamo detto, nelle grotte di questo vallone vi presero dimora i monaci basiliani, emigrati a partire dal IX-X secolo fino al 1500 dalle regioni vicine. In una di queste grotte, nella zona detta Capo d’Acqua nel 1621 vennero rinvenuti due reliquiari di fattura greca rappresentanti San Pietro e San Paolo e un’icona rappresentante la Madonna col bambino a mezzo busto, realizzato sui modelli greci di San Luca, a figura scura. La Vergine, sulla sinistra, sorride e guarda verso l’osservatore; il suo velo è azzurro con l’orlo dorato. Sulla destra si vede il Divin fanciullo, abbracciato con la mano sinistra della madre, che guarda in alto verso di Lei; indossa un vestito marrone con colletto bianco. Alcuni studiosi ritengono che sia di stile neobizantino e quindi databile alla prima metà del 1500.
Nel 1619 un giovane quattordicenne custode di buoi, Pietro di Giovan Filippo, mentre pascolava gli animali, vide una donna vestita di bianco la quale rivelò che in una grotta vicino alla fontana di Capo d’Acqua, i genzanesi avrebbero potuto rinvenire la sua immagine. Alcuni giorni dopo seguì una seconda apparizione e il messaggio fu il medesimo.
Iniziarono così gli scavi e accadde che, mentre si scavava in un certo punto, franò la montagna sopra la grotta e si scoprì un antro in cui vennero ritrovate ossa umane e cenere, più i reliquiari di San Pietro e San Paolo. Mentre si cercava di liberare il passaggio dalla terra e dalle pietre franate, un profumo soavissimo riempì tutta la grotta. Si iniziò quindi a picconare sulla pietra dura e uno di questi che erano a scavare, Giovanni Malatesta, diede un colpo di zappa e scoprì l’immagine. Così venne rinvenuta miracolosamente l’icona, il 25 marzo 1621.

Per farvi capire che qui non stiamo parlando di leggende, ma di storia vera, vi citerò di seguito il testo di una pergamena conservata dell’archivio parrocchiale del Santuario Maria SS. Delle Grazie:

«Nella terra di Genzano successe nell'anno 1619 che un nominato Pietro di Giovan Filippo, giovane di età di anni 14 in circa nato da onorati genitori, ritrovandosi un giorno in custodia di bovi nel territorio di detta terra alle Sterpara, li comparse in detto loco una donna vestita di bianco, la quale disse, che avesse fatto intendere alle genti di detta terra, che avessero cavato alla grotta della vigna, che fu di don Fabio vicino alla fontana di Capo d'acqua, che Ella avrieno ritrovata l'Immagine sua, e in questo spari, e di poi alcuni giorni li apparse un'altra volta nell'intesso territorio, e li disse li stesso: perloché avendo detto Pietro rivelata detta visione in detta Terra, si incominciò a cavare in detta Grotta dove non trovarono altro, che certa pittura nella cena, che a giudizio di molti si credeva fosse stata l'Immagine della Madonna SS. ed il Figlio in braccia, ma poco di poi sparì la cena e s'incominciò a cavare là vicino a giudizio del signor D. Giambattista Devoli Cavaliere Napolitano, quale teneva l'affitto della Abbazia di Banzi, e di altri, della quale cava successe, che cascò la Montagna di sopra la Grotta e sassi durissimi, donde si scoprì un pertuso grande sopra la grotta, dove si trovarono cenere, Tozzoni, Langelle rotte, e ossa di uomini, dalli quali segni si giudicò che era stato luogo di eremita, tanto più, che si trovò ancora una immaginetta di S. Pietro Apostolo(2) sopra un poco di mattone, ed essendone uscito da speranza di ritrovar detta immagine in detto luogo si risolsero di edificarci una Chiesa per devozione del Popolo, come si incominciò, e si fecero li pidamenti, e per fare detta fabrica cominciarono a cavare le pietre cascate da detta montagna, col cavare sentirono un odore soavissimo, e trovarono li Cavatori dentro dette pietre la Immagine della Madonna SS. ed il Figlio in braccia depitta in una pietra durissima di palmi uno e mezzo in circa, che la toccò colla zappa Giovanni Malatesta uno dei cavatori, e questo fu a 25 di Marzo 1621 ad ore 20 in circa, a tempo si cantava il Vespero solennemente nella Chiesa della SS. Annunziata di detta Terra che si stava cantando il Magnificat, dove furono chiamate le genti, che fussero andati, che era ritrovata detta Immagine SS. ben vero che sono da circa anni 40 fu detto, che la B. Vergine era venuta in sogno ad una persona, che era al monte sopra il detto loco, perlochè il Rev.do Don Ferrante Decameraris allora Arciprete di detta terra, fè incominciare a cavare al monte predetto dove non si trovò cosa alcuna: e subito ritrovata detta immagine se ne avvisò il Dottore D. Fulvis Daietis Archidiacono, e Vicario Generale e Capitolare della città di Acerenza, Metropoli della Diocesi, e all'istesso tempo si fé una Cappella in detto loco, dove fu reposta detta Immagine per mano di detto Signor Vicario insino a tanto che si edificava la Chiesa: quel Signor Vicario alli 28 di detto mese prese del tutto informazione, con la relazione anco del Rev.do Don Stefano Lepore Arciprete di detta Terra, benedisse detta Immagine con la Cappella, dove si Celebrò Messa cantata solennemente precedente processione fatta con detta Immagine per detta Terra con concorso del Popolo, ed anche di molti forestieri quali vennero al grido di detto felice successo e si pose il nome della Madonna SS. delle Grazie vo leva essere chiamata seguitando molto divozione di terre vicine, e di lontani paesi, non starò a dire di Infiniti Miracoli, e Grazie, che di continuo ha fatto, e fa tanto prima, che fusse ritrovata, quando di poi che non basteria lingua umana a raccontarlo, ma le genti che ci concorrono ne possono far fede. Il loco dove è ritrovata, è amenissimo circondato di valle con alberi fruttiferi, e con una fontana di acqua abbondantissima, e detta cappella è fatta luspatronato della Università di detta Terra, con Bulla di detto Signor Vicario con essere portato per Cappellano il Reverendo Capitolo di detta Terra, in perpetuum, e ci è istituita la Confraternita, la quale è stata aggregata alla Archiconfraternita di S. Maria del Gonfalone di Roma, con finite indulgenze mediante Bolla spedita in Roma a dì 20 di settembre 1621 talché di questo tesoro inestimabile dovemo rendere infinite grazie alla Maestà divina e a sua Madre Santissima a quella supplicarla, che come a protettrice nostra si degni conservarci sua santa grazia, e liberarci da ogni tribulazione. Amen».

Alcuni anni dopo il ritrovamento miracoloso, l’icona venne portata in processione lungo il territorio di Genzano; era il 2 luglio. Il corteo giunse sulla collina detta di “Montefreddo”, lì dove avvenne il miracolo attribuito a Sant’Antonio Abate di cui abbiamo già parlato, ma non poté proseguire perché improvvisamente l’immagine che si stava portando in processione divenne pesantissima tanto da non poterla più spostare. Tutti gridarono al miracolo e inginocchiatisi iniziarono a pregare, mentre le autorità provarono a collocare le tre chiavi delle porte del paese accanto al quadro, con la volontà di nominare Maria SS. Delle Grazie patrona di Genzano. Ma non accadde nulla.

All’improvviso iniziò a piovere violentemente e a grandinare, ma il luogo in cui si trovava l’icona miracolosamente non venne toccato dalla pioggia. Vedendo ciò tutti compresero che in quel luogo la Madonna voleva che si ergesse una chiesa a Lei dedicata, delle proporzioni del terreno rimasto asciutto. Vennero così fissati i limiti e segnato il perimetro e l’immagine fu affidata a otto fanciulle scelte tra le più pie, che riuscirono a spostare l’icona e a riportarla nella cappella di Capo d’Acqua.
Nel 1694 un terremoto distrusse gran parte dell’attuale paese vecchio di Genzano. Il paese venne ricostruito praticamente ex novo e l’abitato venne allargato.

A partire dal Santuario dedicato a Maria SS. Delle Grazie venne costruito il paese nuovo. Oggi Corso Vittorio Emanuele si estende per più di 2 km, partendo dal “Parco della Rimembranza”, la villa comunale, scendendo fino alla chiesa della Madonna.
La chiesa è stata ricostruita più volte a partire dalla prima costruzione della fine del ‘600. Nel 1857 un altro terremoto costrinse la cittadinanza a riedificarla. Il giorno 11 maggio 1845, il giorno della festa della Madonna, una candela accesa cadde e diede fuoco ai drappi e agli addobbi che adornavano la chiesa per la festa. L’incendio provocò il panico e la gente impaurita cercò in tutti i modi di uscire fuori, ma la calca provocò 30 morti e 200 feriti. La tragedia fu attenuata fortunatamente dall’intervento del Mennuni il quale, sguainata la sciabola, riuscì a disciplinare le uscite e ad organizzare un minimo di soccorso. Dopo il tragico episodio la chiesa rimase chiusa fino al 1850, anno della riapertura al culto.
Ovviamente, ogni anno a Genzano di Lucania si celebra la “festa della Madonna”. In passato tale festa si è celebrata in date differenti e ancor oggi il 2 luglio si va in processione fino a Capo d’Acqua seguendo i sentieri antichi e nella cappellina qui presente si recita Messa.
Ma i veri festeggiamenti avvengono il primo sabato, domenica e lunedì consecutivi di agosto.
In processione non viene portata l’immagine sacra di Maria SS. Delle Grazie, che comunque viene “scesa” dalla sua posizione consueta e viene posta su un altarino preparato e addobbato appositamente. È la statua della Madonna del Rosario, portata la domenica precedente nella chiesa nuova dalla sua tradizionale dimora in Santa Maria della Platea, ad essere portata poi in processione per le vie del paese. La vera festa, quindi, inizia il sabato sera. La Vergine Maria viene accompagnata in processione partendo dalla chiesa di Maria SS. Delle Grazie e percorrendo le vie principali del paese nuovo, scende al paese vecchio e ritorna per una notte a casa sua, in chiesa madre.
La domenica mattina, dopo la messa, riparte la processione dal paese vecchio e la Madonna del Rosario lascia ancora una volta la sua casa in Santa Maria della Platea per raggiugere nuovamente la chiesa di Maria SS. Delle Grazie. La processione della domenica è sicuramente la più bella perché è anche la più ricca dal punto di vista folkloristico: accompagnano la Santa Vergine anche cavalli, gente in costume tradizionale, sbandieratori o altri gruppi chiamati dalle più svariate parti d’Italia a prendervi parte.
Il lunedì mattina la Madre di Dio affronta l’ultimo viaggio che la riporterà definitivamente in chiesa madre. La processione del lunedì segue un percorso più breve; con essa hanno termine le celebrazioni religiose. Continuano fino a notte, invece, i festeggiamenti di carattere profano.
Termina qui il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi di questa terra di Basilicata, spesso bistrattata e dimenticata. Spero di non avervi annoiato troppo e chissà se magari vi ho fatto appassionare almeno un pochino. Bisogna ripartire dalle piccole realtà, perché la fede si scopre nelle piccole cose che la ragione comune spesso considera insignificanti. Riscoprendo i piccoli centri e le devozioni popolari si possono scoprire grandi storie: esse sono il segno evidente che è Dio stesso a forgiare la nostra esistenza.



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