20 novembre 2017

Riina, mafia, scomuniche... e Amoris Laetitia


di Enrico Roccagiachini

Tiene ancora banco, come ognun sa, la questione della morte di Totó Riina, del divieto di esequie pubbliche e religiose, della scomunica ai mafiosi. Personalmente, vorrei sempre attenermi all’imperativo parce sepulto, e trovo un po’ sgradevole prendere spunto dalla morte di qualcuno per dire la mia; ma il tema ha una tale rilevanza che penso di potermelo permettere.
D’altra parte, se ne parla un po’ ovunque. Un articolo di p. Giorgio Carbone su La nuova bussola quotidiana ha suscitato un certo interesse in rete; c’è anche un bel pezzo di Francesco Romano, comparso in epoca non sospetta, il 16 luglio 2014, su Toscana oggi, che ha trattato diffusamente la questione.
Le considerazioni di padre Carbone mi paiono largamente condivisibili; tuttavia, il suo ragionamento potrebbe essere un po’ lacunoso laddove trascura le scomuniche comminate ai mafiosi – meglio: ai responsabili di taluni fatti di mafia – nel 1944 e 1952, cui fa invece ampio riferimento l’articolo di Toscana oggi.
Si tratta, come spiega Francesco Romano, di una lettera collettiva dell’episcopato siciliano del 1944  in cui si precisa che «sono colpiti di scomunica tutti coloro che si fanno rei di rapine o di omicidio ingiusto e volontario». La parola “mafia” ancora non comprare, osserva Romano, «ma il riferimento a essa per il comportamento delittuoso condannato e per i luoghi ove si realizzava è chiaro».
Nel 1952, il secondo Concilio Plenario Siculo – titolare, con l’approvazione della Santa Sede, di potestà legislativa per il proprio territorio (cann. 290 e 291 C.J.C. 1917) – ribadisce, ma ancora senza parlare espressamente di “mafia”, che «coloro che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori, incorrono nella scomunica riservata all’Ordinario».
Infine, nel 1982 (cioè prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, che risale all’anno successivo, il 1983), la Conferenza Episcopale Siciliana conferma le precedenti scomuniche e parla esplicitamente di mafia: «a seguito del doloroso acuirsi dell’attività criminosa che segna di sangue e di lutti la nostra regione, i Vescovi, in forza della loro responsabilità di pastori, riaffermano la loro decisa condanna sottolineando la gravità particolare di ricorrenti episodi di violenza che spesso hanno come matrice la mafia e la nefasta mentalità che la muove e la facilita».
Ho cercato di capirci qualcosa di più e, non essendo un canonista, ho provato a farlo secondo il consueto approccio da avvocato di provincia.
Premesso che non saprei dire che fine abbiano fatto, con l’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, i provvedimenti del 1944 e, soprattutto, del 1952, né se essi – specie quello del Concilio Plenario Siculo – avessero ottenuto la recognitio della Santa Sede, così da essere promulgati ed entrare effettivamente in vigore, mi sembra chiaro, in ogni caso, che le scomuniche comminate ai colpevoli di «rapine o di omicidio ingiusto e volontario» (1944), o a coloro «che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori» (1952) si riferiscano a questi crimini se compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Ove ciò non accada – cioè se la rapina, l’omicidio volontario ecc. ecc. non siano riferibili alla mafia – restano assoggettati alle pene “ordinarie”, oggi stabilite dal can. 1397 C.J.C. 1983, che rinvia ai cann. 1336 e 1370, i quali non contemplano la scomunica, a meno che il delitto non sia compiuto in danno del Romano Pontefice.
Semplificando, e facendo un utile parallelo con il diritto penale italiano, l’omicidio, la rapina, ecc., sono puniti con la scomunica qualora ricorra o concorra ciò che per l’ordinamento italiano sono l’aggravante del “metodo mafioso” e simili, o il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis cod. pen.).
Ma quid iuris se l’adesione alla mafia si realizza senza la commissione o la cooperazione ai delitti di cui sopra? Se, per esempio, ci si “limiti” al pur odioso compimento di attività estorsive, o di spaccio di droga, o di controllo della prostituzione, o di ogni altra nefandezza non omicidiaria ipotizzabile – cioè, tornando al parallelo col diritto penale italiano, al compimento del solo reato di associazione mafiosa, o, con tutte le riserve del caso, del reato di concorso esterno?
Questo tipo di partecipazione mafiosa – che realizza un’adesione sia morale, sia operativa – non è colpita dalla scomunica, a meno che non si ritenga utile a tal fine un passaggio del discorso di Papa Francesco a Cassano Jonio del 21 giugno 2014: «coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Mi sento di affermare, però, e a dispetto delle dichiarazioni politicamente correttissime dei Vescovi Siciliani sull’affaire Riina, che nessun giurista serio riterrebbe quel discorso sufficiente per l’introduzione di una norma penale; tanto più che il discorso non mi risulta nemmeno pubblicato sul sito della Santa Sede, ma solo sui giornali.
Mi pare, dunque, che p. Carbone (articolo de La bussola) non sbagli quando sostiene che l’appartenenza mafiosa di per sé non comporta alcuna scomunica.
Con quali conseguenze sulla posizione di Riina? Egli, incontrovertibilmente, è stato condannato per reati che – in base ai pronunciamenti episcopali del 1944 e del 1952 – comporterebbero la scomunica, perché compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Qui si porrebbe la questione se l’accertamento penale italiano, intervenuto al di fuori dell’ordinamento canonico, sia utile e sufficiente per l’applicazione della scomunica; questione sulla quale personalmente non ho le idee chiare, pur propendendo, “a naso”, per il no. Altro sarebbe se Riina si fosse presentato al confessore accusandosi di aver ucciso per mafia: il confessore avrebbe dovuto rilevare la scomunica (sempre che nel 1944 e del 1952 essa sia stata effettivamente comminata) e rinviarlo al Vescovo per l’assoluzione che gli è riservata. A meno che tale confessione non fosse intervenuta in imminente pericolo di morte: per esempio, negli ultimi giorni di vita cosciente del boss, prima del coma indotto.
Il che ci porta alla questione del pentimento, che poi dovrebbe essere la questione centrale. È ovvio che qui si tratta di pentimento morale, non di collaborazionismo giudiziario. Così come quest’ultimo non comporta, di per sé, la vera contrizione, così il pentimento morale non implica necessariamente il collaborazionismo giudiziario, che, pure, potrebbe essere necessario a conferma della resipiscenza. In linea di principio, peraltro, occorrerebbe quantomeno l’accettazione consapevole e il riconoscimento della giustizia della pena ricevuta.
Detto questo, siamo cristiani, e crediamo nella vera misericordia – non in quella applicata per compiacere l’immoralità corrente. Dobbiamo augurarci, sperare e pregare che Riina – sì, anche e soprattutto lui, come tutti quelli come lui – si sia realmente pentito almeno nell’ultimo istante utile, e che questo gli consenta di farsi tutto il presumibilmente lunghissimo purgatorio necessario. Dio non vuole la morte del peccatore – nemmeno di Riina – ma che si converta e viva: per il pentimento e la conversione, della cui sincerità Dio è perfetto giudice, per Sua misericordia c’è tempo fino all’ultimo, ultimissimo istante.
Peraltro, mancando una pubblica conversione, correttamente la Chiesa nega a Riina funerali pubblici e, a certe condizioni, anche quelli religiosi, specie se vigono le scomuniche “speciali” del 1944 e del 1952; anche se la cosa apparirebbe più credibile se li negasse pure ad altri pubblici peccatori, la cui condanna, però, a differenza di quella di Riina, non suscita l’applauso del mondo, ma il suo biasimo: al quale, purtroppo, la Chiesa attuale vuole sfuggire ad ogni costo.

Con questo finale accenno polemico, le mie riflessioni potrebbero ritenersi concluse. Rileggendo quanto ho scritto, però, mi sorge un dubbio che non riesco a soffocare; un dubbio che, sull’onda polemica cui mi sono ormai abbandonato, è consapevolmente provocatorio, ma non gratuito: ha ancora senso, in casi come quello di Riina, ritenere necessario il pentimento? Ha ancora senso parlare di pubblici peccatori e di pubblico scandalo? Non siamo un po’ troppo rigidi, legalistici e farisaici a pretendere questa pubblica contrizione e a domandarci se, come e quando un mafioso possa considerarsi validamente pentito?
In altri termini, non potrebbero anche i mafiosi invocare ed applicare a se stessi Amoris Laetitia? La quale, al n. 301, ci dice: «un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere “valori insiti nella norma morale” o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa».
Un vero mafioso, pur conoscendo bene la norma che vieta omicidi, rapine, estorsioni ecc. ecc., ha sicuramente grandi difficoltà nel comprendere i “valori insiti nella norma morale”, specie se omicidi, rapine ed estorsioni sono invece coerenti col codice etico della mafia, e ciò anche in base ai fortissimi condizionamenti della cultura mafiosa; ed è sempre Amoris Laetitia ad affermare (al n. 305) che in virtù dei «condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». D’altronde, rigettare la cultura mafiosa in certi contesti significa esporre la propria famiglia all’esclusione sociale, alla miseria, al pericolo: cioè trovarsi «in condizioni concrete che non (...) permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa»; e l’osservanza del codice mafioso può essere vissuta come espressione di amore per la propria famiglia, il proprio clan, la propria comunità...
Non vi paia insana presunzione, allora, se avanzo agli eminentissimi estensori  dei ben noti dubia la proposta di aggiungervi anche questo: Amoris Laetitia si applica anche ai mafiosi?



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1 commento :

  1. Bella domanda, risponderà il Vescovo di Roma?
    Eh si, perché le giustificazioni (rectius: il discernimento) date dai paragrafi 301 e 305 di Amoris Laetitia si potrebbero applicare a tanti dei 10 comandamenti: non rubare, non uccidere, non desiderare la donna d'altri, non desiderare la roba d'altri, non commettere atti impuri, non dire falsa testimonianza, non nominare il nome di Dio invano, onora il padre e la madre...

    Cito: ... un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere “valori insiti nella norma morale”...; «... è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio,....".
    Un vero capolavoro Amoris Letitia; ha demolito 3 Sacramenti su 7 e 9 dei 10 Comandamenti.
    Atei ed Agnotici non c'erano riusciti.

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