08 novembre 2017

S. Tommaso, Bergoglio e la pena di morte


di Gregorio Sinibaldi

Papa Giovanni Paolo II ha promulgato nell’ottobre del 1992 la Costituzione Apostolica Fidei depositum con cui veniva pubblicato il celebre ed universale Catechismo della Chiesa cattolica. E’ stato senza alcun dubbio uno degli atti principali del suo lunghissimo pontificato (1978-2005). Nel 1997, 5 anni dopo, il medesimo pontefice ha redatto la Lettera Apostolica Laetamur Magnopere con cui, dopo talune revisioni, veniva promulgata l’edizione tipica definitiva (latina) del Catechismo, da cui trarre le versioni nelle varie lingue nazionali.
Il Catechismo della Chiesa cattolica, spesso abbreviato in CCC, dedica un solo paragrafo (su 2865) alla questione della pena di morte: il numero 2267.
In esso si afferma: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte”. Benché poi si faccia capire che, nella pratica, si sconsiglia l’uso di questa pena, che tuttavia resta legittima.
Nell’ottobre scorso, papa Francesco ha commemorato, a modo suo, il XXV anniversario del CCC, facendo una critica di fondo all’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla pena di morte.
“Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore" (Avvenire, 31 ottobre 2017). Secondo il pontefice "è necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona". "Purtroppo anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo".
Per secoli e secoli fino al 1870, tutti i Sommi Pontefici suoi predecessori, alcune volte canonizzati per la loro  esimia carità, mantenendo in auge la pena capitale, avrebbero trascurato “il primato della misericordia sulla giustizia” e avrebbero avuto “una mentalità più legalistica che cristiana”…
Domanda: come fidarsi oggi del Sommo Pontefice, se per secoli i papi avrebbero errato in una materia grave, usando un “estremo e disumano rimedio”?
Non potrebbero, al contrario, aver ragione loro e torto lui? E un domani, visto che ora si vuole cambiare un insegnamento ufficiale durato secoli, non potrebbe un nuovo Sommo Pastore tornare all’antico e cancellare l’opinione del solo Francesco?
Bisogna avere il coraggio e la franchezza di porsi queste angosciose domande.
S. Tommaso d’Aquino, l’autore più citato dal Catechismo di san Giovanni Paolo II, aveva già affrontato la questione della pena di morte (oltre che della legittima difesa e della guerra giusta) in rapporto al Non uccidere del Decalogo, e l’aveva risolta da par suo in vari passaggi dei suoi scritti.
Vediamone uno solo, per brevità.
“E’ lecito uccidere i peccatori?” (Somma teologica, II-II, q. 64, art. 2). Secondo l’Angelico sì, poiché “qualsiasi parte è ordinata al tutto come l’imperfetto al perfetto. E così per natura la parte è ordinata al tutto. Per cui vediamo che, qualora lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ora, ciascun individuo sta alla comunità come una parte sta al tutto. Quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune”. “Quindi, sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità [ovvero innocente] sia una cosa essenzialmente peccaminosa, tuttavia uccidere un uomo che pecca [gravemente] può essere un bene”. Può essere un bene. Non vuol dire che lo sia sempre.
Uno Stato cristiano o comunque conforme a giustizia può decidere, per varie ragioni, di non emettere sentenze di pena capitale. Questo è senz’altro lecito. E a questo probabilmente voleva giungere Papa Woytjla. Ma è una cosa totalmente diversa il sostenere che quella pena sia “in sé stessa contraria al Vangelo”, come ha fatto Francesco.
Io posso non difendermi se aggredito per strada, e posso (meritoriamente) porgere l’altra guancia e offrire il portafogli al bandito. Non posso però insegnare che la legittima difesa personale sia un’azione illegittima: questo non posso farlo. Facendolo, starei andando, certamente, in modo “contrario al Vangelo”.
Naturalmente, al di là del caso della difesa personale, è l’autorità dello Stato che può emettere la pena capitale, e non un privato cittadino. S. Tommaso: “è lecito uccidere un malfattore in quanto la sua uccisione è ordinata alla salvezza di tutta la collettività. Ciò quindi spetta soltanto a colui al quale è affidata la cura della sicurezza collettiva” (ST, II-II, q. 64, art. 3)
Quello che astrattamente è un male (Non uccidere), diventa nelle circostanze specifiche un bene, poiché le circostanze, a volte, hanno la virtualità di modificare la moralità dell’atto, entrando a far parte dell’atto stesso. Se rubo per non lavorare o per nuocere o per arricchirmi faccio peccato. Se rubo per non morire di fame non pecco ed anzi servo la giustizia. Le circostanze mutano la qualifica morale dell’azione (cf. “E’ lecito rubare per necessità?”, in ST, II-II, q. 66, art. 7, ove s. Tommaso risponde affermativamente).
Proprio perché la vita umana è sacra, la pena capitale è giusta…
S. Tommaso e il Catechismo di Giovanni Paolo II, ma anche “l’insegnamento tradizionale della Chiesa” (CCC 2267) e oltre 1000 anni di prassi dello Stato Pontificio sono pro. Papa Francesco è contro. L’argomento è il medesimo. Chi avrà ragione?



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