16 novembre 2017

Sinodo dei giovani secondo Romano Amerio


di Satiricus

“Se non lo trovi nella Summa, cercalo in Iota Unum”. Non mi ricordo chi lo dicesse, ma credo sia un consiglio che non si discute: si applica. Lo applico all’argomento fuffa dell’anno, la preparazione al Sinodo dei Giovani. E inizio pure a chiedermi cosa c’entri e come mai si affianchi questo nuovo evento ecclesiale con le tristi iniziative antiliturgiche a antidogmatiche in auge, generalmente sussumibili nell’etichetta ‘luteranizzazione della Chiesa e demolizione della medesima’. Forse che i giovani sono il grimaldello da agitare contro la tradizione?

Andiamo per gradi e proviamo a sfogliare insieme il capitolo che Romano Amerio dedicò ai rapporti tra Chiesa e gioventù. Si tratta dell’ottavo capitolo dello Iota, composto di soli quattro paragrafi §§85-88 (pp. 186-192, ed. Lindau).

§85. Cominciamo dal paragrafo 85, nel quale il filosofo luganese presenta la visione classica relativa alla gioventù e all’educazione. La giovinezza è una “età di imperfezione naturale e di imperfezione morale”, in cui vige più che mai il “periculum tentationis” (S. Agostino). Per questo il giovane ha bisogno di maestro, in quanto “è un soggetto in possesso della libertà e deve essere formato ad esercitare la libertà”. E qui sta la delicatezza del compito educativo, che si trova ad “avere come oggetto un soggetto” e ad esercitare dunque un’azione che è “un’imitazione della causalità divina” secondo che “produce l’azione libera dell’uomo proprio in quanto libera”. Ne discende, nell’ottica dell’Amerio e dei classici, l’imperativo: “non si può trattare... i giovani come maturi, i proficienti come perfetti..., il dipendente come indipendente”.

§86. Il secondo paragrafo presenta le variazioni culturali contemporanee più evidenti a livello culturale in ambito pedagogico. Tradizionalmente il primo compito del pedagogo era presentare alla gioventù l’intero della vita, che è “difficile o, se si vuole, seria” a causa della natura debole e incline al male dell’uomo. A partire da ciò l’individuo veniva chiamato non a “realizzarsi, ma a realizzare i valori per cui è fatto”, con tutta la mole di fatica e impegno che ciò comporta. Ed ecco la variazione: oggi - Amerio scrive negli anni ‘80 - la vita è presentata come gioia, l’obiettivo è posto nel realizzarsi, gli ostacoli conseguentemente appaiono solo come scandali ingiusti, mentre gli adulti rinunciano all’esercizio dell’autorità “per voler piacere”.

§87. A questo punto Amerio entra in merito alla dimensione religiosa ed accusa due discorsi pontifici di aver progressivamente variato la lezione cattolica su giovani ed educazione. Anzitutto si rimanda al discorso di Paolo VI del 1971 ad un gruppo di hippies: i quattro suggerimenti papali, contestati dal nostro autore, sono la spontaneità, la liberazione da certi vincoli formali e convenzionali, la necessità di essere se stessi e lo slancio a vivere e interpretare il proprio tempo. Quattro indicazioni ove oscure (essere se stessi?) ove contraddittorie (es. spontaneità vs ricerca). Interessante la chiosa dell’Amerio “certo il Papa parla qui opinativamente e non magistralmente”. Nel discorso del 3 gennaio 1972 andiamo peggiorando e si approvano il naturale distacco dal passato, il facile genio critico, l’antiveggenza intuitiva dei giovani. Anche qui le critiche puntuali e concise non si risparmiano (lascio a voi di andarle a leggere nel testo), mentre il Papa è visto inclinare sull’onda dell’entusiasmo verso una “dossologia della gioventù”.

§88. Il quarto paragrafo esamina alcuni discorsi dell’episcopato elvetico - Amerio era legato a quelle diocesi e sovente nel suo Iota porta ad esempio la decadenza delle medesime. Riporto per intero la sezione correttiva redatta dall’autore, in essa si confutano uno ad uno gli ideali precedentemente sollevati dai pastori svizzeri nelle allocuzioni citate dal testo: “l’autenticità, in senso cattolico, non consiste già nel porsi come naturalmente si è, ma nel farsi come si deve essere, cioè ultimamente nell’umiltà. La disponibilità poi è per sé adiafora e si qualifica come buona soltanto dal bene cui l’uomo si rende disponibile. Il rispetto dell’uomo esclude il disprezzo del passato dell’uomo e il ripudio della Chiesa storica. L’insofferenza della mediocrità, oltre a mancare di determinatezza, è contro la saggezza antica, contro la virtù di contentamento e contro la povertà di spirito. Che poi siamo in presenza di nuovi traguardi umani e religiosi è affermazione che… dimentica non esserci altra creatura nuova oltre a quella ri-fondata dall’uomo-Dio, né altri traguardi che quelli da lui prescritti”.

Non si aggiunge molto altro in Iota Unum, ma quanto riportato può bastare per avere l’attrezzatura concettuale minima ad affrontare le retoriche dei prossimi mesi.

Anzi, alla luce della riflessione ameriana scaturiscono purtroppo un paio di considerazioni ulteriori.

La prima è che, nonostante tutto l’affetto che chi scrive prova per il beato Paolo VI, è innegabile che davvero in certi discorsi di allora si siano già creati i precedenti per un paradigma comunicativo pontificio debole e ambiguo, schiavo dei tempi (in senso storicistico: esser vittima delle mode culturali) e ben poco edificante di per sé. La seconda è che si fa strada una tentazione, accennata nell’incipit dell’articolo: forse l’attenzione del Papa per i giovani ha solo uno scopo strumentale - e quindi intrinsecamente anti-pedagogico, perché tratterebbe i soggetti come meri oggetti - finalizzato ad alimentare il disprezzo per la tradizione e la rincorsa del nuovo per il nuovo, agitando contraddizioni, ideali indeterminati, sogni pericolosi? Lo scopriremo. Ma speriamo di non perdere anche i giovani, dopo aver perso la famiglia e l’Eucaristia.


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