01 dicembre 2017

Una sconcertante visita in Birmania


di Lorenzo Zuppini

Alcune notizie sconcertanti dovrebbero toglierci il sonno sebbene mi dolga notare che tutti quanti sprofondate nei vostri cuscini, sereni come ebeti agnelli in fila al macello.
Intanto il Papa se ne è andato in Birmania per incontrare il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito, e altri cinque generali della giunta militare. L’oggetto della visita pare fosse le violenze subite dagli 800mila musulmani Rohingya costretti, lo scorso agosto, a fuggire nel vicino Bangladesh. Volendo far finta di non sapere che si tratta anche di un terreno fertile per il terrorismo islamico, a tal punto che nel luglio 2016 un gruppo di jihadisti provenienti dal Bangladesh prese in ostaggio venti persone, di cui nove italiani, in un ristorante a Dacca finendo poi per sgozzarli, ci domandiamo per quale arcano motivo Papa Bergoglio avverta l’immane esigenza di spendere parole e sudore per la minoranza islamica ma non per quella cristiana che da oltre cinquant’anni viene perseguitata. Mi riferisco alle etnie Karen, Kachin e Chin, che hanno subito violenze sia dalla dittatura di Ne Win e anche dall’attuale giunta militare al potere. Tutto ciò pare debba finire in secondo piano: ma è il Papa nostro o di altri? È il successore di San Pietro o di Muhammad anche conosciuto come Maometto? I sentimenti di dolore per le violenze inflitte a degli innocenti risulta uguale a prescindere dalla etnia di queste ultime, ma del genocidio che viene perpetrato in metà mondo ai danni dei cristiani non ricordiamo molte parole spese dal Santo Padre.
Il quale, però, tra un viaggio e un altro, trova il tempo per impartire qualche lezioncina. Pare, a detta sua, che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”. E ancora una volta notiamo con quale enfasi Jorge Bergoglio si spenda per gli altri bisognosi, intrufolandosi anche in questioni che dovrebbero appartenere al solo Stato, pretendendo che quest’ultimo diriga la propria attività di governo in base ai suoi consigli. Prosegue dicendo che “si è diffusa la retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza  dei nuovi arrivati”. E il suo pensiero va ai “250milioni di migranti nel mondo, dei quali 22milioni e mezzo sono rifugiati”. Numeri a parte, non posso non notare in quest’arringa un incitamento all’abbandono della propria Patria (Michela Murgia mettiti l’anima in pace), creando un mondo senza confini dove scompare di conseguenza il concetto di Stato sovrano, di leggi e di sanzioni in caso di trasgressione. In passato, qualcuno munito di folta barba già prospettava questa deriva con gli occhi sognanti, definendola però dittatura del proletariato. Non credo di essere un pazzo se noto un chiaro nesso tra il messaggio marxista e quello bergogliano. Se la parte di mondo maggiormente benestante dovesse accollarsi i 250milioni di migranti garantendogli gli stessi servizi di cui godono gli autoctoni, è plausibile pensare che avverrebbe un appiattimento verso il basso della condizioni di vita generale. Altro nesso, dunque: scomparirebbe la classe medio-alta, quella che il barbuto definiva borghesia, perché l’enorme bisogno di risorse potrebbe esser soddisfatto soltanto tramite la requisizione (chiamata oggi patrimoniale) delle ricchezze dei ricchi. Papa Francesco, è evidente, fa il tifo per questo risultato: un meticciato antropologico e culturale dove le differenze che caratterizzano il mondo intero vengono sostanzialmente azzerate. Ma essendo noi pur sempre degli animali, prevarrebbe sulle altre la cultura più forte che, ad oggi, pare sia quella del profeta Maometto e non quella di Gesù Cristo.
Arrivo a questa conclusione perché il dirigente scolastico Nicolò La Rocca, della scuola elementare e dell’infanzia “Ragusa Moleti” di Palermo, ha preso la scellerata decisione di proibire la preghiera mattutina agli alunni. È tecnicamente stupido, nel senso che danneggia enormemente e allo stesso tempo sia gli altri che sé stesso. La laicità dello Stato niente ha a che vedere con la preghiera mattutina o col crocifisso nelle aule: le chiese, i campanili, i dipinti, le statue, i Michelangelo, i Caravaggio, tutto ciò che il mondo intero viene ad ammirare dovrebbe allora essere distrutto. Qualcuno dovrebbe spiegare a La Rocca che non essere una teocrazia non significa rinnegare le proprie tradizioni e la propria cultura, e anche che la preghiera rivolta ad un uomo che pacatamente si fece flagellare, crocifiggere per poi perdonare i suoi aguzzini, certamente non può far male a nessuno. Al contrario, quel culo che occupa il mio marciapiede esaltando le gesta eroiche di un profeta guerriero, sanguinario e pedofilo, dovrebbe crearci molti problemi.
Appena il Papa avrà smaltito il jet-lag, spiegatelo anche a lui.



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1 commento :

  1. Per capire la situazione attuale della Chiesa bisogna considerare il contesto in cui questa si colloca: papa Francesco non è sicuramente un marziano piovuto all’improvviso da un altro pianeta. Per duemila anni la Chiesa cattolica è stata orientata innanzi tutto al soprannaturale, al divino. Gli uomini di Chiesa certamente non sono stati sempre coerenti, nei loro comportamenti concreti, con questa impostazione, ma come principio essa non è mai stata messa in discussione finché, circa sessant’anni fa, la Chiesa ha deciso ufficialmente una serie di “aperture” verso il mondo. L’intenzione era buona, e d’altronde dopo di allora è stata cura dei pontefici che si sono susseguiti fare sì che queste aperture non divenissero un’inversione a u: un po’ all’uomo e un po’ a Dio, insomma. Non è stato un equilibrio facile, perché il mondo quando gli si concede un dito tende fatalmente a prendersi tutto il braccio. Papa Francesco per primo ha rotto questa situazione di ambiguità che comunque, è sotto gli occhi di tutti, non aveva giovato alla Chiesa: con lui anche il soglio di Pietro ha virato decisamente verso l’uomo. È una Chiesa dell’uomo per l’uomo, dove del divino rimane appena un pallido ricordo. Non può stupire quindi che in Myanmar di Cristo non si parli, e si parli tanto invece di rispetto dei diritti umani e di convivenza pacifica, senza nessun riferimento all'appartenenza religiosa, in particolare a quella cristiana (interessa l'uomo, non i cristiani)! Personalmente però non rimpiango l’ambiguità dei sessant’anni passati. Oportet ut scandala eveniant. Almeno adesso sappiamo dove inevitabilmente portava tutto questo e possiamo ragionare se è questo che vogliamo o meno.

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