13 dicembre 2017

È tornato don Camillo/36. Gli angeli del Natale. Parte Quinta

Quarta notte: la Speranza

Lo so, lo so, nell’ultimo racconto mi sono fatto prendere la mano… ma la fede è così! Non oltrepassa o dimentica, ma potenzia la nostra ragione, il nostro voler discorrere dell’Infinito si fa senza fine…
Tuttavia, il nostro don Camillo passò tutto il giorno successivo corrucciato, l’Angelo della Fede lo aveva fatto riflettere molto, innanzitutto su come sovente ha vissuto il santo Natale, troppo preso da ciò che ha poco valore e dimenticandosi di quello che è più importante. Io, cari lettori, ho fatto il proposito quest’anno di ascoltare con più attenzione l’insegnamento di Gesù e di mettere in pratica, con piccole attenzioni, il suo comandamento: amare come lui ha amato.
No, non è facile amare come Gesù ci insegna, ma ho capito che è l’unica strada che possiamo percorrere e, tra l’altro, in cui non siamo soli. Non siamo noi ad avventurarci su questa via, ma è ancora Lui che ci conduce: che bello! È Lui, Gesù, che ci guida, ci accompagna e ci sostiene quando non riusciamo a camminare.
Tutte queste pindariche riflessioni, in verità, sono state mutuate e rielaborate dopo l’incontro che don Augusto ha vissuto con l’Angelo della Speranza, avvenuto la quarta notte.
Mentre continuava a pensare all’Angelo della Fede e alle sue parole, quando prese sonno, stavolta questo fu davvero inquieto. Quella notte si destò più volte e madido di sudore: quanti pensieri nel suo cuore di prete e nella sua povera testa di legno! Sennonché, in modo inatteso, quando mancava soltanto qualche ora all’alba, si svegliò pieno di serenità: effetto dell’angelo che lo venne a trovare.
La speranza ci sorregge nel credere, permette di essere felici, rende dolce l’attesa. Quante volte noi speriamo nella nostra vita! Quando abbiamo un problema o una preoccupazione non “speriamo” che, come si è soliti dire, “ vada tutto bene”? Io ricordo che quando ero bambino speravo molto, soprattutto nei giorni in cui avevo qualche verifica a scuola, “ speravo nella speranza”, appunto, di saper rispondere a tutte le domande. Ricordo che, per esempio, prima di andare dal dentista “speravo” che il dottore non mi facesse troppo male e che, a fine visita, mi regalasse il consueto leccalecca. E voi per cosa sperate?
Ma dove eravamo arrivati? Ah, sì! Appena si accorse della presenza del suo nuovo amico, il pretone non aprì subito gli occhi, ma assaporò fino in fondo quella sensazione di pace che, come un torpore, avvolgeva tutto il suo corpo. Nonostante l’Angelo della Speranza gli apparve all’improvviso come tutti gli altri, percepì una differenza: la sua luce era più, non so come rendere la cosa, rassicurante, benché assai tenue, tanto che la sua figura appariva sbiadita, quasi fosse in controluce. L’aspetto diafano fece venire in mente al nostro don Camillo una specie di sua intrinseca precarietà. Tuttavia, risaltava una contraddizione, poiché quella figura esile era allo stesso tempo saldissima, pareva cementata nel pavimento, statuaria e nobile. Un aspetto delicato e vigoroso insieme. La sua voce bassa era un sussurro che rimbombava, però, forte dentro l’ascoltatore.
Parlò a lungo, molto a lungo e, per la prima volta, il prete nottambulo si addormentò prima che l’altro si congedasse e non riuscì neppure a salutarlo. L’ultima cosa che percepì furono le coperte stese su di lui, quasi gliele avesse rimboccate.
Una domanda che gli sottopose, però, la rammentava bene, perché don Augusto mi ripeté il concetto una dozzina di volte. Gli chiese cos’era la speranza cristiana e lui pressappoco rispose in tal modo: «La speranza è una virtù per la quale noi desideriamo e aspettiamo da Dio non qualcosa a caso o che varia di volta in volta, bensì la vita eterna come nostra felicità».
È esattamente quella vita eterna che i nostri genitori hanno chiesto per noi nel giorno del Battesimo. Dovete sapere che – come ci ricordano sempre i nostri bravi Parroci –, quando i vostri i genitori si sono presentati in chiesa per il vostro Battesimo, qualche anno fa, il sacerdote ha domandato loro quale sarebbe stato il vostro nome. Il nome con cui Dio ci conosce da sempre e che riecheggia per l’eternità! Ha chiesto, inoltre, proprio all’inizio della celebrazione, cosa domandavano alla Chiesa di Dio. È ovvio, cosa potevano rispondere i vostri genitori se non il Battesimo, visto che erano lì per quello? Ma potevano ugualmente affermare lo stesso con un paio di sinonimi, li conoscete? Sono la fede e la vita eterna.
Già, la vita eterna. Ecco, dunque, questa vita senza fine che ha inizio qui sulla terra! Alla speranza è perciò legata la fede, ma pure l’attesa e la gioia! E tutto trova il suo senso nell’amore di Dio, ma questo ve lo racconterò dopo, si tratta infatti di un argomento scaturito da un altro angelico incontro!
L’Angelo della Speranza aveva insegnato che la nostra vita è un dono prezioso e unico che possiamo rendere speciale se costruiamo la nostra amicizia con Gesù, abituandoci al bene. Soltanto in questo modo possiamo essere veri amici del Signore, quando dimoriamo nel bene, quando il male e il peccato non sono in noi, non fanno presa sul nostro cuore. Dobbiamo avere speranza: con Gesù tutto sarà possibile, anche l’impossibile!


Quinta notte: la Carità
Il nostro don Camillo incominciava ad attendere il suo incontro serale con impazienza, come quando aspetti di vedere il tuo programma preferito alla televisione. In realtà, caro lettore, io non la guardo molto e a dire il vero mi interessa poco, ma ci sono due o tre programmi che amo e che se posso vedo con interesse, coinvolgendo anche i miei amici.
Lo stesso vale per il nostro prete di città, il quale, quella sera, provava una trepidazione mista a malinconia. Sapeva, difatti, che presto si sarebbero conclusi i fantastici dialoghi con le misteriose creature angeliche. Decise, pertanto, di gustarseli fino in fondo e forse quello che gli capitò quella quinta notte risultò essere se non il più bello, sicuramente l’incontro più emozionante.
Era stanco, le giornate si avvicendavano tra i soliti numerosi impegni, i colloqui con parecchie persone, le attività da preparare, le riunioni e la preghiera che dà senso alle giornate.
Si assopì come un ghiro quando una luce fortissima invase la sua stanza: era di un rosso intenso, tanto che appena aveva aperto gli occhi dovette subito richiuderli. Poi la luce scemò e divenne celeste, indaco, verde, bianca e di nuovo rossa, ma molto più tenue. Apparve a don Augusto un angelo bellissimo: i capelli a boccoli biondi, gli occhi di un azzurro vivo, le gote cremisi, i lineamenti sublimi. Chiunque si sarebbe perso nel suo sguardo.
«Sono l’Angelo della Carità», si presentò.
“L’Angelo dell’Amore”, pensò tra sé e sé il pretone, vista la sua bellezza, ma scoprì che “amore” è un altro nome, forse più usato (non sempre bene!), per dire carità.
Avendo probabilmente letto i suoi pensieri, la magnifica figura angelica riprese, «La Carità è l’Amore che si dà concretamente».
«Come le offerte in chiesa?», domandò sornione l’altro.
«Sì e no», rispose l’angelo, «A volte pensiamo alla carità come il dare una monetina a qualcuno, non è quella la carità! La carità è amare con gesti concreti, ma è soprattutto amare, l’amore che si incarna!».
Quanti di noi pensano alla carità, appunto e scusate il gioco di parole, come fare la carità. La monetina che noi mettiamo in chiesa, invece, assume un grande valore se fatto come gesto d’amore; si chiama elemosina.
«Gli uomini non sono più capaci di fare elemosina», proseguì l’incantevole creatura, la quale sembrava tenere il filo non solo delle parole, ma anche dei pensieri di don Augusto.
«Gli uomini non sono più capaci di fare elemosina», ripeté l’angelo, «che è invece dono del nostro superfluo verso coloro che non possiedono neppure il necessario».
L’elemosina fatta col cuore (che aiuta i bisognosi e mantiene decorosa la “casa di Dio”) – diceva san Cipriano, un Santo a me caro – lava tante nostre colpe: l’amore si dà in gesti concreti e non solo a parole. Questa frase dello spirito angelico si stampò nella mente del nostro don Camillo, che per non dimenticarla la ridisse lentamente: “ L’amore si dà in gesti concreti e non solo a parole”.
Ma anche le parole sono importanti, spiegò lo splendido angelo. Quando amiamo qualcuno diciamo che è “per sempre”; non so, pensiamo alla mamma e al papà, non diciamo: “Mamma ti voglio bene oggi”, ma “Mamma ti voglio bene per sempre, per tutta la vita…”. Lo comprende ancora di più chi è innamorato.
«L’amore è per sempre», aveva proseguito l’Angelo della Carità, «anche se non sempre riusciamo a viverlo in tal modo, perché siamo fragili e limitati. Ecco il motivo per cui abbiamo bisogno di Gesù: Lui non solo insegna cos’è l’amore, ma l’ha vissuto per primo, fino al dono totale di sé, e ci aiuta a viverlo come l’ha vissuto Lui: è vicino a noi e ci sostiene con la sua grazia! E la grazia è dono dello Spirito Santo, ossia l’Amore che lega Padre e Figlio».
Davvero, penso ora, l’amore è la realtà più grande che possiamo vivere. L’amore è Dio stesso, ci suggerisce san Giovanni Evangelista in una sua Lettera.
«Cos’è la carità insegnata da Gesù?», chiese il pretone a un certo punto della discussione, sinceramente interessato.
«La carità è la virtù fondamento di tutte le altre», rispose la meravigliosa creatura angelica, «che le anima, le ispira e le ordina. La carità ci permette di amare Dio al di sopra di tutto e il nostro prossimo come noi stessi per amore del Signore. Gesù fa di essa il comandamento nuovo: amatevi come io vi ho amato».
Senza la carità, aveva scritto san Paolo, amico e apostolo del Signore, “ io non sono nulla e niente mi giova”.
Da quel toccante discorso, di cui ho riportato qualche frammento, rispetto a tutto ciò che mi è stato raccontato, ho percepito un grande insegnamento: per essere felice devo amare come Gesù. La vita eterna sarà allora proprio l’incontro con questo Amore infinito, che inizia proprio a Natale dove l’Amore si è fatto carne. Il dono più bello! E quando saremo delusi da tutti, anche da coloro che non immaginavamo, sapremo che l’amore di Dio non verrà meno. Mai. Gesù non delude, ma apre il cuore dell’uomo alla speranza: con Lui tutto si può!



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