20 dicembre 2017

È tornato don Camillo/37. Gli angeli del Natale. Parte Sesta


Ultima notte: lo Stupore, ovvero il “segreto” del Natale

Tutto finisce, solo l’amore è eterno. E così anche gli incontri del nostro don Camillo con gli angeli stavano per concludersi, non senza lasciare nel nostro pretone un poco di dolce tristezza nell’anima. Sapeva – e proprio il suo cuore glielo suggeriva – che i suoi amici spirituali “sparivano” solo alla vista, ma erano ancora presenti, lì vicino a lui, e un giorno li avrebbe rivisti di nuovo in quell’Amore che trasfigura. «L’essenziale è invisibile agli occhi», aveva detto un piccolo Principe, ed è una frase profondamente vera.

L’ultima notte, nell’imminenza del santo Natale, ciò che avvenne fu molto, molto particolare. Il nostro prete di città era affaccendato, a lavoro per preparare tutto il necessario per le celebrazioni. Faceva mente locale su quello che poteva ancora servire mentre dispensava consigli, preghiere e assoluzioni. Non da ultimo, le ultime occupazioni “personali”: regali, biglietti, pacchi e pacchettini.
Tempus fugit”, si ritrovò a pensare: il tempo fuggiva veloce tra le varie incombenze, ma pure nella bellezza degli ultimi preparativi per la festa!
E arrivò la sera, non sarebbe andato a dormire, attendeva con gioia la santa Messa di mezzanotte in cui si deve vegliare e vigilare: è la notte santa in cui si fa bambino il Signore onnipotente!
Dopo cena, siccome era ancora presto, si sedette in poltrona e, iniziando a fumare la pipa, meditò sulla bellezza del santo Natale. Confidare in un Dio che si incarna per la nostra salvezza: il Figlio di Dio che si fa uomo per fare dell’uomo il figlio di Dio. Tutto per la nostra gioia, per la nostra redenzione e salute.
Il tabacco si era consumato; non rimaneva che la cenere e il fumo si era ridotto a un filo sottile e sbiadito. Appoggiò, pertanto, la pipa e senza neppure rendersi conto, sì, si addormentò di sasso. A motivo di una dolce musica, si destò a poco a poco, e percepì come avviene nei sogni riecheggiare nel suo cuore: Gloria in excelisis Deo! La solita luce soffusa nella stanza indicò la presenza di un altro amico, l’ultimo con cui don Augusto dialogò.

Si stupì da subito, poiché il saluto fu sbrigativo, anche se assai cordiale, «Copriti, dobbiamo andare. Forza! Su, su, su, non c’è tempo da perdere…».
“Andare!”, pensò l’uomo ancora intontito dal sonno, “Andare dove?”. Si affrettò e mise il cappotto e come in una favola – quasi fosse stato buttato dentro in un racconto di Charles Dikens – passando dalla finestra (incredibile, vero?), l’angelo lo portò in mezzo alla città in cui viveva, passando per le vie da tutti conosciute. Dopo un breve giro, tornarono nel quartiere da dove erano partiti. Entrarono in diverse case e il nostro don Camillo fu stupito dalla realtà che i suoi occhi videro e soprattutto da ciò che provò nel fondo del suo cuore.

Nella prima dimora visitata, i viaggiatori notturni notarono due persone di mezza età: lui guardava la televisione annoiato e lei era affaccendata a sistemare una casa già pulita e asettica; in una parola, fredda, se non raggelante. Nessun segno del Natale era visibile. Si può facilmente comprendere che quei due sposi facevano parte della categoria degli indifferenti. Il nostro pretone dalla mani grosse come badili e dal cuore caldo, ci rimase male perché avvertì la sensazione del grigiore, di una vita “comoda” (tutto era bello e in ordine), ma spenta: non c’era neppure l’albero di Natale a rallegrare il salotto con le sue luci intermittenti.
“Come possibile che questa gente non abbia incontrato il Signore?”, si disse. E un senso di dispiacere lo colse, “Possibile che nessuno gli abbia mai testimoniato la bellezza del Natale, dell’incontro con l’ Emmanuele, il Dio con noi?”.

Quando ancora ragionava in quel modo, l’angelo lo condusse in un’altra abitazione. Ovunque si notava il degrado, la sporcizia, la miseria. C’era un ragazzo, vestito alla moda e “firmato” (come si usa dire, con terribile termine di matrice italica), sdraiato sul divano con le cuffie e la musica tanto alta che la canzone era udibile pure al sacerdote e al suo impassibile accompagnatore. La madre intanto gli urlava dalla cucina qualche insulto, che ovviamente non poteva sentire, mentre il padre prendeva a parole la moglie perché non era sollecita a obbedirgli sul servizio richiestole in quel momento.
“Che degrado”, si disse ancora sconcertato don Augusto, “dov’è lo spirito del Natale?”.

Visitarono un’altra casa e si imbatterono in un uomo solo, chino sui dei volumi e con una serie di porcherie tecnologiche e sofisticate, insomma in una parola, anzi due, di diavolerie moderne. Mentre le scene si dipanavano dinnanzi agli occhi del povero prete, l’angelo rimaneva immobile e imperturbabile, solo alzava il braccio e indicava impassibile la scena.
“Ma sta lavorando”, esclamò, “proprio la notte di Natale!”.
A un tratto suonò il telefono e, benché i visitatori non poterono riconoscere né sentire colui che aveva chiamato, era facile capire esattamente quanto si dissero. L’uomo intento al lavoro aveva definito “ poveri sentimentali e creduloni coloro che festeggiavano il Natale, come il suo presunto amico che lo distoglieva dal lavoro e “dai soldi” (proprio così disse!) “ l’unica cosa per cui vale la pena vivere”. Dopo che quello dall’altra parte della cornetta aveva esclamato Buon Natale!, tanto forte che lo sentirono anche i due intrusi che guardavano increduli la scena, l’altro – prima di attaccare stizzito – aveva concluso sentenziando: « Basta con il tuo buon Natale! Che cos’è per te il Natale se non il periodo di pagare dei conti senza aver denaro, di trovarti più vecchio di un anno e non più ricco di un’ora sola; il momento di far quadrare il bilancio e di scoprirti in perdita per ogni voce di tutti i dodici mesi? Se potessi fare a modo mio – concluse indignatissimo – ogni idiota che va intorno con il Buon Natale in bocca dovrebbe essere messo a cuocere insieme con il suo panettone , per essere poi sepolto con un ramo di agrifoglio infilato nel cuore. Proprio così! ». Parole, ahimè, già ascoltate altrove.

I due pellegrini si spostarono ancora e don Augusto rimase di nuovo stupefatto, come nella visione successiva. La casa era addobbata perfettamente, c’era l’albero e un modesto presepe e tanta gente intorno alla tavola. Si rideva e si mangiava. I discorsi erano, però, frivoli se non addirittura volgari. Nessuno fece il segno della croce prima di iniziare la cena (voi lo fate, vero?). E quando arrivò l’argomento religioso c’era chi si dimostrava contrariato, chi devoto e chi indifferente. Tutti erano, però, concordi su una cosa: nessuno si sarebbe alzato da tavola per recarsi in chiesa per partecipare all’Eucaristia né per una breve visita. Ecco il Natale senza il festeggiato, voi non fate lo stesso: vi raccomando! La festa coi nostri parenti, amici e attigui – forse – risulterà lo stesso bella, ma il giorno dopo non ci si ricorderà più nulla, se non di aver mangiato e bevuto troppo!

L’angelo condusse ancora in diverse dimore don Camillo redivivo e in tutte poté osservare come, anche vicino a noi, tante persone non celebrano il santo Natale: in alcune case si registrava un gelo non a causa della temperatura dei caloriferi ma dei cuori, in altre una triste indifferenza per ciò che stava al di là delle mura. Al sacerdote sembrava impossibile e fu molto rammaricato. L’angelo gli suggerì di fare una preghiera e lui obbedì pronto e convinto: intercedette perché il Signore toccasse il loro cuore, il cuore di tutti.

L’angelo, infine, lo accompagnò lungo le strade conosciute della parrocchia e vide con sorpresa crescente che una fiumana di persone si dirigeva in chiesa per la santa Messa di mezzanotte. Percepì, allora, rinascere in lui la gioia unita all’attesa per l’imminente Natale di Gesù, tutto sorretto dalla fede e dalla speranza mediante l’amore. Le campane rintoccavano dolci e melodiose, quasi a richiamare la città a quell’importante appuntamento. Rientrarono, pertanto, a casa e giù nel sagrato della chiesa (incredibile) scorsero innumerevoli persone unite in un abbraccio, sorridenti e con gli occhi lucidi, in una parola: felici.
Don Augusto si girò di scatto verso l’angelo con un’aria interrogativa.
«Sono le persone», gli spiegò, «che hanno compreso il segreto del santo Natale».
Erano tantissimi, era impensabile contarli; come facevano a starci tutti in quello spazio? Si accorse, inoltre, della presenza di una miriade di angeli, sentiva una musica celestiale, le preghiere che si levavano piene di fede, speranza e amore al cielo. Era stordito ed euforico a un tempo dinnanzi a quello spettacolo di gioia, anzi stupito! Eh, sì, lo stupore ci permette di andare al di là alle nostre piccole visioni della vita, ci dà il coraggio di guardare oltre, di vedere il bene anche nella valle di lacrime che sovente abitiamo.
Senza accorgersi le guance del nostro don Camillo furono bagnate da lacrime di commozione. E pianse una lacrima di gioia.

«Dobbiamo andare», lo riscosse l’angelo, «il mio tempo è finito e tu non vorrai fare tardi alla santa Messa di mezzanotte, vero?».
Parve gli strizzasse l’occhio, sicuramente gli sorrise. Don Augusto si ritrovò in camera, tolto il paltò si risedette in poltrona.
«Ora», disse l’angelo, «ripensa a tutto ciò che hai visto. E ricorda: il bene esiste e tu ne sei testimone, testimone dell’Amore, di Gesù!».
Prima di andarsene una forte luce illuminò la stanza e il pretone scorse chiaramente vicino all’angelo i suoi parenti e amici (pure quelli già in cielo) insieme a tantissimi angeli (qualcuno lo riconobbe pure!).
La luce svanì e, ormai solo nella camera, si domandò come tutta quella gente poteva aver abitato la sua stanza, poi si addormentò. Fu ridestato dalla sveglia che aveva puntato, ora doveva correre in chiesa per vivere l’incontro con Cristo, nell’Eucaristia. Aveva una profonda pace nel cuore e una gioia incontenibile.
Quella sera comprese che dobbiamo essere anche noi tutti annunciatori del Natale: abbiamo bisogno del Signore che può rendere la nostra esistenza qualcosa di unico. I doni che possediamo devono creare in noi quella meraviglia che ci fa superare gli ostacoli della vita e lottare contro le nostre fragilità: con Gesù si può!
Ripensando all’ultimo angelo incontrato, non aveva detto chi fosse né il suo nome e, pertanto, il prete di città decise di chiamarlo l’ Angelo dello Stupore.

“Senza stupore non possiamo godere dei doni di Dio, non possiamo vivere il bene del santo Natale!”, mi disse e sorrise il mio amico don Augusto detto don Camillo. Come non sorridere a mia volta, notando il suo cuore colmo, anzi traboccante, di felicità.

 

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