27 dicembre 2017

È tornato don Camillo/38. L'Ernestina

di Samuele Pinna
In un borgo di cui non voglio ricordarmi il nome, qualche giorno dopo il Natale e, per essere precisi, il 27 del mese di dicembre, in una fredda mattinata d’inverno, quando ancora l’alba non si era levata, don Augusto si trovava nel suo paese di origine, quello cioè in cui era cresciuto e si era formato in spirito, anima e corpo. Il nostro don Camillo era un gran brav’uomo, però era anche uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e davanti alle questioni di grammatica e di ermeneutica dei giorni d’oggi rischiava di diventare pericoloso. Se cominciava un qualsivoglia discorsetto in modo generico e ammodino, poi un bel momento, una volta scappati i cavalli, a motivo delle logiche moderne del linguaggio che non comprendeva, finiva il discorso a modo suo e tanto era tonante la voce che usciva da quell’omaccione, e tanto grosse le diceva, che poteva tremare anche il soffitto della chiesa, della canonica, del porticato o di ogni altro luogo al chiuso in cui si trovasse. Il nostro don Camillo restava comunque un brav’uomo dedito al Signore e attento al suo gregge. In illo tempore, si trovava in trasferta per una questione tanto importante quanto era pungente l’aria di quella mattinata invernale. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita. La nebbiolina si stendeva ovunque e come un sottile manto copriva ogni cosa, ma nel luogo in cui si stava recando il nostro pretone era più densa e tanto spessa da tagliarsi col coltello. Era ancora presto e la luce filtrava a fatica dalle nuvole fitte e minacciose, quasi avessero una voglia matta di buttar giù altra neve.

Arrivò alla sua meta e vide che non c’era anima viva. Ma non è corretto dire così, anche se qualche bontempone sarebbe scoppiato in una sguaiata risata per tali parole. Il nostro uomo in talare era giunto, infatti, al cimitero del suo paesello. Ancora albeggiava quando ne varcò il cancello. Il freddo da lupi non voleva farsi più moderato e lo stesso si doveva asserire del nebbione grosso da far paura. Era inevitabile fosse in piena solitudine. Tuttavia, dire che non c’era anima viva non era affatto vero: lì dormivano le anime di tutti i suoi cari e di quelle persone che lo avevano preceduto nel cammino su questa nostra polverosa terra. Di molti ravvisava i visi e ricordava qualche cosa della vita, di altri riconosceva solo le foto appese alle tombe, che ne facevano ormai facce divenute familiari. Amava visitare quel luogo fin da giovane. Ai nostri tempi, in cui si vuole eliminare il pensiero della morte, può apparire strana o persino funesta tale consuetudine, ma solo per una mentalità scristianizzata. I nostri cari non muoiono, se non con il corpo in attesa di riceverlo glorificato, e sono dunque vivi: «quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna». Semplicemente “ora” riposano. Ed è giusto andare a trovarli e pregare per loro. Don Augusto ne era fieramente convinto ed era dispiaciuto che nella grande città, dove adesso abitava, si era persa o, quantomeno, si era attenuata l’abitudine di recarsi dai propri morti. In fin dei conti, di fronte alla sua pratica di visitare i suoi cari defunti, qualsiasi cosa dicesse la gente a lui non importava un fico secco: il rispetto per chi non c’era più era radicato nel suo spirito e niente gli avrebbe fatto cambiare idea. Alcuni avrebbero potuto pure ridere della cosa, ma il nostro don Camillo li avrebbe lasciati fare, mostrandosi tanto saggio da sapere che sulla terra non avviene mai nulla di buono senza che certa gente colga da principio l’occasione di farsi le più matte risate; e sapendo inoltre che costoro sono irrimediabilmente ciechi, continuava a pensare che tanto valeva strizzassero gli occhi per fare i loro risolini e sogghigni, piuttosto di manifestare la loro malattia in forme anche meno attraenti. Egli rideva di cuore dentro di sé e questo gli bastava. Ogni anno, pertanto, faceva quel pellegrinaggio per salutare l’Ernestina, tanto più in quell’occasione: sì, quel 27 dicembre era speciale, perché ricorreva il centenario della nascita di quella santa donna!

L’Ernesta Raimondi era stata una “buona donnina”, come la fata dai capelli turchini: straordinaria nella sua semplicità, con un gran cuore, mite e umile, sempre sorridente e con una gioia profonda, dono di Dio, che non riusciva a celare. Era rimasta vedova presto con della nutrita prole da tirar su, ma non si fece abbattere. Quando in età matura i problemi si erano allentati e poteva starsene finalmente se non “bene” almeno serena, un brutto male l’aveva colpita, ma non si fece atterrire. Viveva la sua esistenza nel servizio e nella preghiera, nell’umiltà e nel nascondimento. Ringraziava ed era lieta, due ammonimenti che san Paolo non si sottrae di rammentare alle sue comunità e a tutti i cristiani in più di un’occasione. Del resto, i guai vengono bensì spesso e la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani. Tuttavia, quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. L’Ernesta Raimondi, detta Ernestina, aveva allora impresso nel cuore l’insegnamento di quel gran Santo, figlio prediletto della Provvidenza, che ripeteva: «Voglio che siate allegri, che siate contenti: siamo qui nella casa di Dio, ed appunto perché siamo nella sua casa, non siavi mai il peccato tra noi; guardatevi solamente dalla colpa e poi siate pure allegri, ché l’allegria non ha mai guastato la santità; ed i Santi sono i più contenti di tutti».
Di questo l’Ernestina ne era assolutamente convinta e lo trasmetteva con il suo sorriso, che non aveva perso neppure poco prima di morire. Era conscia che la lunga notte era finita: iniziava il nuovo giorno. Il sogno era terminato e questo era il momento del Grande Risveglio. Come quel bimbo malato, morto all’improvviso, seppur dopo una lunga malattia, aveva anche lei lasciato scritto nel suo volto sereno: «Solo Dio ha il diritto di svegliarmi». Il prete di città che fu di paese aveva improvvisamente rallentato la falcata, tanto che ogni passo faceva un rumore sordo, una piccola eco soffusa frutto dell’impatto dei suoi piedoni con il soffice e immacolato manto. Il tempo pareva essersi fermato, si percepiva la sacralità del luogo. Dopo poco, si trovò dinnanzi alla lapide di marmo bianco, il che rendeva facile leggere le lettere incise, perché sembrava quasi brillare nel buio. «L’ultimo nemico a essere eliminato sarà la morte», don Augusto sussurrò con convinzione e a mezza voce le parole dell’Apostolo, mentre una nuvoletta di fumo gli usciva dalla bocca. Immobile dinnanzi alla tomba, contemplò la foto dell’Ernesta Raimondi, dove spiccava quel suo sorriso lieto e lo sguardo intenso. I ricordi sgorgarono come un fiume in piena, placati solo dalla preghiera, dai tre Requiem recitati con calma e devozione.
Nel silenzio di un cimitero deserto, il nostro don Camillo si ritrovò per un attimo nella Chiesa celeste unito spiritualmente, grazie a Cristo, a tutti i suoi cari. Fu un attimo. Tutto gli era apparso come fosse stato un sogno. Quando difatti ci si risveglia da uno intenso rimane impressa la sensazione lasciata da esso, mentre il resto non ritorna alla mente. Quella visione era quasi tutta svanita, eppure gli stillava ancora in cuore la dolcezza che si era generata in quell’eterno istante. Gesù s’innalzava e risplendeva fiammeggiante contro il nero enigma dell’universo. Perché taluni sono convinti che anche questo enigma sia “un problema insolubile”. Ed altri hanno una uguale certezza che esso non ha che una soluzione. Per il nostro pretone dalle mani grosse come badili la realtà era molto chiara, come quel raggio di sole che passando a fatica attraverso una nuvola andava a colpire proprio il sepolcro dinnanzi a lui. È, invero, una cosa difficile da spiegare. D’altronde, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa. Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia… Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.
Sicché, si ritrovò colmo di stupore in quel piccolo luogo pieno di lapidi davanti all’immagine della sua cara nonna. Ci fu un attimo di silenzio, carico di parole sussurrate nel vento, in una brezza leggera di fredde correnti che gelavano il viso eppure, paradosso, scaldavano il cuore. Infine, egli trasse un profondo respiro. «Sono tornato», disse.



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