11 dicembre 2017

È tornato don Camillo/Edizione straordinaria. I doni di Bud Natale

di Samuele Pinna
(illustrazioni di Erica Fabbroni)

Faceva un freddo barbino e al nostro don Camillo non pareva vero di aver un poco di tempo per riposarsi. Sicché, non ne perdette: tirò fuori la pipa, la bottiglia di porto e il libro che aveva da qualche giorno iniziato. Si tuffò nella lettura, buttando fuori dalla bocca distrattamente il fumo e ingerendo molto attentamente quel liquido paradisiaco, sorseggiato con parsimonia. Dopo appena qualche istante, suonò il campanello. Don Augusto non riuscì neppure ad alzarsi che si ritrovò nello studio un omone vestito da Babbo Natale.

«Scusate, ho trovato aperto e mi sono permesso di entrare», disse lo sconosciuto.
«Babbo Natale?», chiese esterrefatto con un filo di voce il pretone, che però era sicuro di aver chiuso a chiave la porta. Abbandonò quel pensiero, perché quel babbo natale lì gli ricordava qualcuno che conosceva, ma chi?
«Non proprio», rispose l’altro stringendosi nelle larghe spalle, «diciamo Bud Natale».
«Bud Spencer!», quello del nostro don Camillo fu quasi un urlo, accompagnato da un grande sorriso, e prima che riuscisse a dire qualcos’altro l’ospite iniziò a parlare.
«Sì», riprese, «sono io, ma ho il permesso del vero Babbo Natale, o meglio sarebbe dire san Nicola, per essermi addobbato in siffatto modo. Del resto, non è questo il vero abito del Santo, ma con tal foggia moderna sapevo che mi avresti riconosciuto subito… Ma tu, tutte queste cose lei sai già… che te le dico a fare?».
Il prete di città annuì, ma siccome non riusciva a spiccicare ancora verbo alcuno, Bud continuò: «Ti chiederai cosa sono venuto a fare da te?».
Il sacerdote confermò la domanda facendo sì con la testa, che distrasse però l’interlocutore, il quale cambiò discorso.
«Ehi!», esclamò, «Bello qui! Un po’ freddo, ma confortevole…».

Siccome il dialogo era mutato di segno, don Augusto, che era un ottimo padrone di casa, superato lo sbigottimento iniziale, chiese gentilmente se poteva offrire qualche cosa all’ospite. «Eh, grazie», rispose l’altro, «ma prima vorrei dirti perché sono venuto a trovarti».
«Certo», replicò incuriosito l’uomo in talare.
«Vedi, caro don Augusto, il Natale è alle porte e ho, dunque, pensato di portarti qualche regalo, che magari ti vien voglia di condividere con i tuoi amici». E senza aggiungere altro tirò fuori dei pacchi dono: la forma non lasciava dubbi, erano libri, tutti quanti. «Grazie, Bud!».
«So che ami leggere, cosa che stavi facendo fino a qualche momento fa… Ah, hai tra le mani il libro di Giacomo Biffi, Cose nuove e cose antiche… notevole!».
«Sì, moltissimo. Sono i primi scritti di don Giacomo quando era ancora parroco a Legnano e a Milano, risalenti cioè agli anni del suo ministero sacerdotale ambrosiano. In queste pagine si ritrovano la stessa forza, la passione e l’umorismo che costituiscono il “marchio di fabbrica” dell’intera produzione del futuro Cardinale. Mi pare che in questo volume le parole usate siano nuove, giovani e fresche, proprio perché antica è la loro sorgente».
«Già», riprese Bud sorridendo, «è davvero interessante! Sai, c’è pure qualcuno che ci ha associati, a me e al Cardinale, perché entrambi non politicamente corretti e un po’ “futteténne”: lui con la sua ironia riusciva sempre a strapparti un sorriso e io una risata… Ma adesso apri i pacchi dono, coraggio!».
«Davvero, non vuoi niente?».
«Eh vabbè, guagliò, che hai da offrirmi?»
«Un goccio di porto?».
«No, io non sono amante degli alcolici…».
«Ma questo è buono!», disse con enfasi don Camillo redivivo.
«Va bene, mi fido. Così, però, a stomaco vuoto… non so… bisognerebbe accompagnarlo con una sfogliatella, non è che ne tieni?».
Al “no” di risposta, Bud aveva proposto che poteva prepararla lui e, pertanto, si spostarono in cucina.

«Fai come fossi a casa tua», disse il pretone entusiasta, «e grazie!».
«Figurati! Sai che la sintesi della mia filosofia è mangio ergo sum , come ho scritto nel mio libro insieme all’amico Lorenzo de Luca».
Detto ciò, si fece dare tutti gli ingredienti necessari: 50 grammi di zucchero semolato, un po’ di cannella in polvere, essenza di vaniglia, sale, 70 grammi di burro, un uovo intero e due tuorli. Dopodiché, mise la farina in una ciotola assieme a zucchero, un pizzico di sale, 100 grammi di burro, e poca acqua sufficiente ad avere un impasto elastico a forma di palla, che pose in frigo a riposare per un’oretta. Don Camillo redivivo seguiva con i suoi occhi acuti le operazioni del grande Bud e cominciò a fare domande su ogni singolo passaggio del preparato.
«Mò faccio bollire in una casseruolina mezzo litro d’acqua un po’ salata, irrorata da una pioggia di semolino. Mescolo cinque minuti. Tolgo dal fuoco, lo faccio raffreddare e lo trasferisco in questa terrina. Ci schiaffo la ricotta, 150 grammi di zucchero a velo, l’uovo, qualche candito sminuzzato, una goccia di essenza di vaniglia e cannella, copro pure questo col tovagliolino e lo metto in frigorifero come ho fatto con l’altro. Guarda qua, che bello: mò sciolgo 50 grammi di burro, stendo la pasta su questa spianatoia che ho infarinato… e devo stare attento che la sfoglia sia sottilissima e rettangolare… la taglio in quattro pezzi uguali, te li spennello ben bene di burro e li metto l’uno sopra all'altro. Poi li lascio riposare una mezz’oretta».

Nel frattempo, Bud, una volta recuperati, aveva convinto a don Augusto di aprire i regali. Preso il primo pacchetto glielo aveva passato. Il pretone strappò via la carta come un bambino e lesse il titolo ad alta voce: Fino alla fine del mondo. Vangelo, proselitismo, missione
«Il libro», spiegò l’inedito babbo natale, «intende parlare delle prospettive future del cattolicesimo del mondo: tema vitale per la nostra amata Chiesa».

Il prete di città non riuscì a dire grazie che gli furono messi in mano altri pacchetti: da un libro su “Il Professore”, tanto affettuosamente stimato da don Augusto, a uno su una Corrispondenza tra un sacerdote e un filosofo, a un altro su un Santo Papa che aiuta a interpretare un Concilio della Chiesa.
Stavano ancora chiacchierando di queste cose, quando suonò il campanello del forno. A quel punto, Bud iniziò a rotolare strettamente le sfoglie sovrapposte, rifilandole all’estremità del rotolo e tagliandole a fette larghe più o meno un centimetro, seguitando a spiegare ogni passaggio.

«E adesso attento: poggiò in orizzontale una fetta sulla spianatoia, la spalmo delicatamente col mattarello: dal centro a sinistra e poi dal centro verso il basso, finché si forma una specie di losanga, vedi? Mò qua al centro ci mettiamo un po’ di ripieno... la tiriamo in due… facciamo aderire i bordi e lì sigilliamo... e mettiamo questa sfogliatella su una bella teglia da forno spalmata di burro. Dopodiché accendiamo il forno, regoliamo a 200 gradi e ripetiamo tutti ’sti passaggi finché si esaurisce tutto: spennelliamo le sfogliatelle di tuorlo… e le facciamo cuocere una ventina di minuti... ecco, mò abbassiamo la temperatura a 160 gradi e lasciamo cuocere altri dieci minuti... e quando le sfogliatelle sono cotte, sulla superficie calda ci spargiamo lo zucchero a velo».
Il nostro don Camillo aspettava ormai con bramosia il risultato finale di quelle operazioni. Nel frattempo, Bud riprese a parlare.

«Oh!», esclamò con evidente enfasi, «l’ultimo pacco!».
Don Augusto aprì l’ultimo regalo e, sorridendo, lesse il titolo: Spaghetti con Gesù Cristo! La «teologia» di Bud Spencer. «Ehi», disse furbo il babbo natale sui generis, «non potevo mica nasconderti questo, che è il mio preferito e non solo perché parla di me!».
Finalmente le sfogliatelle pronte e fumanti furono servite a tavola; due bicchierini di porto erano, inoltre, stati riempiti sino all’orlo.
Quando i due omoni stavano per addentare quella prelibatezza, strillò ripetutamente il campanello, tanto che entrambi con la medesima espressione lasciarono malvolentieri la sfogliatella per andare a vedere chi avesse suonato.
Appena aprirono la porta, entrò come una saetta un trafelato Jean Paul, che in maniera concitata cercava di spiegare l’accaduto, capitatogli poco prima. Per farla breve, aveva iniziato a parlare delle buone maniere a dei ragazzacci, scomodando l’hegelismo, la fenomenologia e il solito “zio” Marx. Quei ragazzotti pieni di cattive intenzioni e vuoti nella testa, avevano scambiato quei saggi consigli come insulti e avevano deciso di dare una spolveratina al giovane cattocomunista, il quale era, sì, esponente della filosofia di sinistra ma non totalmente rimbambito. Decise, in quel frangente, con veloce discernimento, di darsela a gambe. Purtroppo, il manipolo dei giovinastri l’aveva inseguito fin in canonica.

«Stai calmo adesso», gli aveva gridato dietro il pretone, «ora sei al sicuro».
Gianpaolo, che solitamente era una persona posata e dai modi gentili, non riusciva a fermare l’eccitazione frutto dello spavento. E iniziò a ridere istericamente, fin quando non realizzò che oltre al prete c’era un armadio umano travestito da babbo natale.
«Al sicuro con Santa Claus?», aveva chiesto provocatorio.
Il nostro Babbo Natale aveva messo le sue manone sui fianchi, aveva guardato con la coda dell’occhio don Augusto, aveva sbuffato e dopo un «Mi perdoni, Reverendo», aveva sferrato un pugno al malcapitato giovanotto in piena fronte mandandolo al tappeto. Subito dopo, preso per la cintola, l’aveva adagiato con “delicatezza” sul divano della sala.
«Ora possiamo mangiare!», disse convinto il “reverendo”, per nulla turbato dalla scena, «ma gli hai fatto un’anestesia?».
«Sì», rispose il gigante buono, «ma da due, tre minuiti al massimo».

Non fecero, però, in tempo a riaccomodarsi che il campanello iniziò a suonare di nuovo con dei “drin” lunghissimi.
Il sacerdote si alzò a malincuore e comprese in fretta tutta la faccenda: i bulli offesi erano venuti a reclamare il loro fantoccio da malmenare.
Mentre il povero Jean Paul rinveniva, Bud gli spiegò che i suoi “amici” si erano fatti vivi, ma di non preoccuparsi.
I tre scesero nel cortile della canonica e si trovarono davanti a una dozzina di brutti ceffi. Don Camillo redivivo si tirò su le maniche della veste fino al gomito, mentre Bud non si scompose, semplicemente sbuffò con la sua tipica espressione che tante volte si è vista nei film. Gianpaolo si andò, invece, a nascondere dietro a loro.
Non vi dico la scazzottata che ne uscì! Era un profluvio di sberle, pugni e colpi di ogni sorta, che, però, è più bello vedere che leggere (per questo ci sono i film di don Camillo e Peppone e di Bud Spencer e Terence Hill!).
Alla fine fu soltanto Jean Paul a parlare con un coraggio inaudito.
«Spero che i miei amici vi abbiano schiarito le idee! Non fatevi più vedere se ci tenete alle ossa!».
«Beh», disse il pretone dopo i ringraziamenti sperticati del giovane, «ora possiamo tornare di sopra a mangiare le nostre sfogliatelle».
«No, ahimè», rispose Bud, «per me è venuto il tempo di andare via, ma la mia porzione la cedo volentieri a questo giovanotto! Sarà così anche più contenta mia moglie Maria, che ha sempre fatto il tifo per le mie diete!». Fu dura salutarsi, ma i dolci preparati da Bud e i suoi regali tolsero la malinconia al nostro don Camillo, il quale ancora una volta pronunciò un discorso memorabile seguito a ruota da Jean Paul.
«Eh già», sospirò il pretone.
«Vero, vero…», concluse il “giovanotto”.

 

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