07 dicembre 2017

I dubia di un semplice cattolico sulle innovazioni di Papa Francesco


di Alessandro Rico


Che il papato di Francesco presenti molti segnali di rottura con la tradizione è ormai innegabile. Le ultime due mosse del pontefice, poi, sono probabilmente destinate ad aumentare ulteriormente la confusione che i cattolici semplici, ma non sempliciotti, stanno sperimentando in questi anni.
Nella settima puntata del programma Padre Nostro, condotto da don Marco Pozza e andato in onda ieri sera su Tv2000, l’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, Jorge Mario Bergoglio ha rivelato la propria intenzione di modificare un passaggio della traduzione della più importante preghiera cristiana, quella che ci ha insegnato Gesù in persona. Si tratta del finale del Padre Nostro, in cui si recita: «E non ci indurre in tentazione». Il Papa ha infatti precisato: «Quello che induce in tentazione è Satana». Dio, che è un padre buono, «non mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». Secondo Bergoglio, dunque, bisognerebbe seguire l’episcopato francese, che da domenica scorsa ha adottato la formula: «Et ne nous laisse pas entrer en tentation», ovvero: «E non lasciarci entrare in tentazione».
Bisogna innanzitutto segnalare che una nuova traduzione era già comparsa nell’edizione del 2008 della Bibbia approvata dalla Cei. Lì, il passo dei Vangeli di Matteo e Luca in cui si trova il Padre Nostro è stato reso così: «E non abbandonarci alla tentazione». Quello che vorrebbe fare il Papa, spalleggiato da Monsignor Bruno Forte, presidente della Conferenza Episcopale dell’Abruzzo-Molise oltre che grande sponsor delle unioni civili, è estendere tale traduzione alla formula liturgica che i fedeli usano durante la messa. Una decisione che solleva qualche perplessità.
Il testo greco del Vangelo utilizza infatti l’aoristo infinito (che indica un’azione colta al di fuori della sua dimensione temporale) del verbo eisphérein, composto del prefisso eis (verso) e phérein, che significa «portare». L’originale greco, dunque, allude inequivocabilmente all’atto del «condurre verso», che poi nella Vulgata latina è stato tradotto con il verbo inducere. La ragione di ciò appare più chiara osservando il complemento oggetto retto da eisphérein, ossia peirasmón, che significa «tentazione» oppure «prova». Quello che fa Dio, coerentemente con numerosi passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, non è tentare sadicamente l’uomo per poterlo punire, ma è metterlo alla prova per forgiarne la fede e le virtù. Insomma, quella che piace al Papa sembra essere una traduzione tecnicamente inesatta, ma molto politicamente corretta, in linea con il magistero della «misericordia» e con l’immagine di un Dio bonaccione che, come un filosofo utilitarista, ha a cuore il nostro piacere piuttosto che il nostro bene.
Ma le perplessità, purtroppo, non terminano qui. Ieri, infatti, è stato confermato che, per espressa richiesta di Francesco, il Segretario di Stato Pietro Parolin ha inserito nel fascicolo 10/2016 degli Acta Apostolicae Sedis, facendone perciò magistero ufficiale, la lettera con cui Bergoglio si complimentava con il delegato della regione pastorale di Buenos Aires, Monsignor Sergio Alfredo Fenoy, per le linee guida sull’interpretazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia redatte dall’episcopato argentino. In quella missiva, Francesco ribadiva che non erano possibili «altre interpretazioni» del capitolo VIII di Amoris Laetitia rispetto a quella fornita dai vescovi suoi connazionali, secondo i quali i divorziati entrati in una nuova unione, al netto di un percorso di discernimento individuale, potrebbero in certi casi essere ammessi al sacramento dell’Eucaristia.
Come hanno notato alcuni commentatori, in questo modo il Papa sembra rispondere indirettamente ai dubia sollevati mesi fa da quattro cardinali, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner (gli ultimi due scomparsi quest’estate). I porporati già dal settembre 2016 avevano chiesto al pontefice, prima in forma privata e poi pubblicamente, di chiarire alcuni dubbi sulla sua esortazione apostolica, che dava l’impressione di voler alterare la tradizionale dottrina cattolica sul divieto, per i divorziati risposati, di ricevere la comunione. Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente e non ha mai concesso udienza ai quattro, ma si può dedurre che ora abbia riconosciuto, più o meno esplicitamente, che le speranze dei progressisti (o le preoccupazioni dei conservatori) erano fondate.
Che ciò sia destinato a dare nuova linfa alla vita spirituale dei fedeli «irregolari», anziché accrescere il disorientamento, è discutibile. Quello del «discernimento» è un espediente collimante con la casuistica gesuitica, che rischia di moltiplicare l’arbitrio e di alimentare una religione «fai da te». Sebbene sia questa la posizione formale del successore di Pietro, d’altronde, i cattolici non sono per forza tenuti a condividerla. L’autorità del Papa, infatti, non può scavalcare e contraddire quella della Tradizione apostolica e della Parola di Dio che egli stesso ha il compito di trasmettere. Lo dice il Catechismo, mica i conservatori.



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2 commenti :

  1. Tutto in fondo nasce, come bene evidenzia il testo, da una cattiva traduzione di "peirasmon" e "tentationem", che in greco e in latino hanno un campo semantico più esteso dell'italiano "tentazione". E qui scopriamo quella che per molti è l'acqua calda, ovvero quanto sia vacuo il discorso con cui ci si riempie la bocca quando si parla di "riforma liturgica": "Una volta con il latino la gente non capiva niente, adesso capisce tutto". Salvo poi accorgersi - cinquant'anni dopo! - che la "gente" per decenni è stata costretta da una cattiva e affrettata traduzione nientepopodimeno che ad attribuire al buon Dio un ruolo proprio del diavolo... Quanto alla nuova traduzione che Francesco propone, "peso el tacòn del buso", come dicono in Veneto.

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  2. εἰσενέγκῃς non è un aoristo infinito, ma la seconda persona singolare del congiuntivo aoristo di εἰσφέρω.

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