22 dicembre 2017

Il corpo è mio e me lo gestisco io: l’istituzionalizzazione del suicidio.


Giovanni Iudice, Figura sulla spiaggia.
di Adriano Segatori

I protocolli d’intesa e le linee-guida che riguardano la libertà di scelta sulla propria esistenza li trovo sconvolgenti dal punto di vista dell’etica e pericolosi dal punto di vista della libertà individuale.

Quando, poi, osservo la perfida espressione di emozionata soddisfazione della nostra becchina nazionale, parlo di Emma Bonino, che tra aborti ed eutanasie trova l’apice del suo godimento necrofilo, ho la controprova di essere nel giusto. Inoltre, mi fa repulsione la grottesca pulizia linguistica nella definizione di “fine vita”: si chiama morte la conclusione di ogni viaggio terreno, in ambito vegetale e animale. Il resto è ipocrisia.

Quella morte che è stata scomunicata dall’immaginario collettivo, che è stata defraudata da ogni sacralità, quando non proposta volutamente alla diffusa curiosità generale in una angosciante e voluttuosa necroscopia, trova il suo ambito di esibizione nell’appagamento giurisprudenziale dei legulei.

La psicologia del profondo e quella archetipica indicano proprio nel confronto con la morte, quella simbolica e psichica innanzitutto, il passaggio essenziale per una maturazione interiore, per una valorizzazione trascendente della propria vita determinata.

Una vita eterna non avrebbe alcun senso, perché in un tempo dilatato all’infinito ogni iniziativa sarebbe sempre posticipabile, e quindi isterilita prima di iniziarla.

Quindi, la morte è una cosa seria perché definisce l’importanza di quell’impresa unica e irripetibile che ci è data da trascorrere su questa terra.

Il problema della codificazione della morte volontaria è legato indissolubilmente a quel “sogno biotecnologico” sul quale molto ha scritto Lucien Sfez, dove tutto è regolamentato all’insegna del perfezionismo tecnocratico e dell’illusione manipolatoria.

Viviamo in un’atmosfera di onnipotenza e di controllo da parte della Legge, e della Magistratura come suo braccio secolare, cosicché ogni decisione umana è sottoposta al vaglio di questo elemento metastatico dello Stato.

La Legge decide sui vaccini, sulle adozioni, sulle capacità genitoriali, sugli uteri in affitto, sui matrimoni omosessuali, sul rendimento scolastico e sulle bocciature, sul peso degli zaini e sulle merende negli asili.

La Legge decide anche sulle cittadinanze e sui soggiorni, sui gusti alimentari e sui giudizi religiosi o razziali, come se ogni personale idea o iniziativa fosse priva di valore se prima non venisse vagliata dalla norma prestabilita.
Adesso anche la morte finalmente è codificata. Già con la storia dei trapianti ogni decisione era stata rinviata ai tanatocrati, esperti di elettroencefalogrammi, di cuori battenti e di frattaglie utilizzabili. Finalmente si gioca in anticipo, e stabilisce che uno può decidere di curarsi o meno. Grazie per la comprensione.

In questo modo si è voluto istituzionalizzare quello che è l’ultimo anelito di libero arbitrio e di suprema volontà: il suicidio.

Decidere di morire è sempre stato un atto di libertà individuale. Nei tempi antichi, quando la politica era visione del mondo ed educazione del cittadino, la morte volontaria veniva ammessa solo agli uomini liberi; schiavi e debitori non ne avevano diritto.

Ora, in presenza di un totale vuoto della politica, il giudizio passa ai legulei, agli esperti dello stato di coscienza, ai valutatori della capacità di intendere e di volere. È questa la massima responsabilità che questo tempo di disgregazione e di inquietudine deve assumersi. È una responsabilità culturale, spirituale, che ha reso la morte un tabù, un nulla, esattamente come l’inutile esistenza mondanizzata che propone ed esalta.

http://www.lefondamenta.it/2017/12/20/corpo-mio-lo-gestisco-listituzionalizzazione-del-suicidio/



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1 commento :

  1. Ma ci è stata data da questa legge la "libertà" del suicidio? Evidentemente no: c'è sempre stata... Ci è stata data la libertà di rifiutare una cura? Evidentemente no: nessuno anche prima era obbligato (salvo i casi di legge che continuano a esistere) a sottoporsi a una cura, o a continuarla una volta iniziata. C'è il caso, d'accordo, di chi non è più in grado di intendere e di volere: ma lasciare disposizioni su come essere curato in vista di questa eventualità equivale a lasciarne per chiedere di andarsene tranquillamente nel sonno e senza sofferenza. Ovvero, come è possibile pianificare in anticipo la situazione - e si tratta sempre di situazioni estremamente complesse - in cui ci si verrà concretamente a trovare? Alla fine la decisione dovranno sempre prenderla in base ai fatti la famiglia e soprattutto i medici, che sono le persone qualificate per questo.

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