21 dicembre 2017

La Chiesa riformata, la gioventù e tutti noi


di Isidoro D'Anna

La scorsa domenica, 10 dicembre 2017, abbiamo partecipato all’ennesima Messa cattomassonica, per intenderci quella in italiano, con il sacerdote che dà le spalle a Gesù Eucaristico e poi lo consegna ai poveracci che lo ricevono in piedi e sulle mani. E partecipando, abbiamo resistito come potevamo.
Il gruppo di giovani raccolti in quella chiesa di paese parlavano, cantavano e suonavano, avvalendosi dello strumento più adatto a un luogo di pena, la chitarra. I bimbi tra di loro sono lasciati liberi di andare in giro e giocare, anzi i genitori si portano dietro i giocattoli che mettono a loro disposizione durante la Messa, con il fracasso che potete immaginarvi.
Davanti a questa gente che fa crescere i suoi bambini nel delirio di onnipotenza, l’imperativo della falsa Chiesa è quello di tacere. L’ha deciso durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), quando ha stabilito il «dialogo col mondo».
Avrebbe senso dire a quei giovani di fare silenzio? Si può considerare, in fondo, davvero un luogo sacro una chiesa ridotta a teatrino di marionette, con una tavola come altare e tutto il resto? Se è vero che Gesù Eucaristico dona sacralità a quel brutto posto, non è anche vero che la bruttezza disonora il Signore e rende il luogo indegno di Lui?

Se il loro prete non li richiama, che cosa vorrebbe questo estraneo, che arriva chissà da dove, non tutte le domeniche, a cercare una Messa meno infernale di altre?
La scena è sempre la solita. Se si vestono, o si scoprono il corpo oppure, uomini e donne, indossano i pantaloni. Se parlano, lo fanno anche in chiesa e per dire banalità. Se cantano, è quel repertorio di canti emozionali o rozzi creati appositamente per soddisfare la bassezza umana e non per elevarsi a Dio adorandolo, come avviene con il canto gregoriano.
Non si va mai in profondità, per non rischiare di ritrovare la propria anima ridotta in catene e in attesa di un gesto pietoso di liberazione. La Chiesa ufficiale è fatta di ergastolani volontari, di condannati a vita al degrado spirituale. È un eterno presente di miseria umana, senza passato né futuro. E poi cosa verrà per chi sta al gioco, per questa massa opaca che non lascia passare la luce?
Ci vuole una terribile ipocrisia per accettare la riforma liturgica di Paolo VI, imposta a tutta la Chiesa nel 1969 in spregio al divieto perenne di Papa San Pio V (1570) di modificare la Santa Messa da lui riordinata e stabilita.
Pensiamo per un momento a cosa vuol dire tutto questo, per un seminarista, un sacerdote, un frate, una suora, un laico giovane o meno giovane. Invece di servire Dio, si serve l’uomo. Invece di combattere per la gloria di Dio, si combatte per la gloria umana. Invece di cercare e annunciare la Verità e mostrarne la bellezza, si estingue la sete di Verità nel proprio cuore e nei cuori degli altri. L’ipocrisia passa di padre in figlio, di maestro in discepolo, di adulto in bambino.
E cosa rimane allora? La mediocrità e il conformismo, che fanno scivolare molte anime verso la dannazione. Vediamo uomini e donne che sono caricature di se stessi, ma che si sentono forti così, appoggiandosi sul potere di altre caricature.
Non importa, alla prima occasione diremo anche a loro ciò che è giusto e vero. Dobbiamo imitare i profeti e annunciare sempre la Verità, perché Dio affida una missione al suo piccolo resto di fedeli (Ger 1,17-19):
«Tu, dunque, cingiti i fianchi,
alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti alla loro vista,
altrimenti ti farò temere davanti a loro.
Ed ecco, oggi io faccio di te
come una fortezza,
come un muro di bronzo
contro tutto il Paese,
contro i re di Giuda e i suoi capi,
contro i suoi sacerdoti e il popolo del Paese.
Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per salvarti».
Oracolo del Signore.


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