02 dicembre 2017

La Front Porch Republic ha bisogno di te

(OVVERO RIFLESSIONE SOVVERSIVA SULLA DISTRIBUZIONE DELLE VERANDE E LE PROSPETTIVE URBANE) 

di Matteo Donadoni
Oggi mi sento un po’ commissario di polizia. Quindi faccio come il commissario Charìtos quando è in difficoltà e apre il vocabolario:

comunità (ant. communità) s. f. [dal lat. communĭtas - atis «comunanza», der. di communis«comune1»]. – 1. non com. Carattere, stato giuridico di ciò che è comune;
Carattere di ciò che è comune. Il carattere. Siamo da capo, mi sembra di essere in balìa del vento freddo che confonde la mente.

Cambio pagina:
caràttere s. m. [dal lat. character -ĕris, gr. χαρακτήρ -ῆρος, propr. «impronta»] Segno tracciato, impresso o inciso, a cui si dia un significato…
l’accezione che mi interessa è la terza:
3. a. Segno distintivo, qualità propria che contraddistingue una persona, un organismo, un fenomeno collettivo, una cosa, da altri: i c.di un genere di piante; i c.comuni di un gruppo di lingue; i c. della letteratura contemporanea. Per estens., qualità, natura, in quanto si manifesta con determinati aspetti: tendenze di c.non ancora ben definito; la malattia si presenta con c.benigno; e in senso anche più generico: un discorso di c.politico; una festa, una riunione a c. familiare.

La riflessione intorno al carattere, non di una persona, ma di una società - o per fare i populisti, di un popolo - è interessante e la tengo da parte. In comune dunque abbiamo la stessa impronta culturale, la stessa civiltà, siamo fratelli e dovremmo saperlo. Almeno per averlo evinto dall’osservazione di quella impronta. Ma allora come mai ogni anno, quando si avvicina il Natale, c’è sempre qualcuno che tenta di cancellare una parte di quell’impronta?

Il declino della comunità è un tema attuale indipendentemente dall’invasione islamica dell’Europa, riguarda la crisi identitaria dei popoli europei. Una parte di noi non si riconosce più nell’impronta lasciata dai nostri avi e, come un cane dall’olfatto guasto, vaga in crisi incapace di ritrovare la strada di casa. Siamo in crisi. Tutti ne parlano, nessuno sa come risolvere.

I popoli, come sappiamo, sono comunità ampie, a loro volta costituite da piccole comunità locali, legate fra loro da tradizioni, usi e costumi, lingua ed etnia uguali, simili o compatibili, il cui nucleo è in ogni caso, senza eccezioni, la famiglia. Data la crisi della famiglia, si deduce in conseguenza logica la crisi della comunità. Ma cos'è esattamente una comunità per noi oggi?
Un gruppo di individui che vivono in stretta vicinanza l'uno con l'altro costituiscono una comunità? Basta la contiguità ambientale? E ancora, una comunità sana esiste più facilmente in un ambiente urbano, suburbano o rurale?
Forse qualcuno, come me, ricorda i cenacoli di canute signore, alcune con velo nero o argentei chignon, radunate per recitare il rosario nelle prime tiepide sere di maggio, quando noi bambini cominciavamo mettere i calzoni corti e a scalpitare per le vacanze. Tempi non lontani, ma altri tempi. Erano reliquie del mondo piccolo, il modo agricolo della vecchia Europa, della vecchia Italia, fondato sull’aia e sul cortile, attorno al quale ruotava la vita contadina. Tutti si conoscevano, tutti sapevano tutto di tutti e ciascuno ne sparlava. Il cortile fra la casa e le stalle era il luogo di passaggio e il luogo della comunità, soprattutto se c’era un pozzo o una fontana. Ci si malediceva e perdonava, si condivideva il poco sale che restava in dispensa per la rara minestra. Si sgranava il granturco di giorno e il rosario la sera.
Oggi lo stile di vita è totalmente cambiato. Ora, non scendo in giudizi di valore, ma è un fatto che oggi si viva in appartamenti, o villette a schiera, in quartieri dormitorio, nei quali capita di conoscere il vicino dopo mesi o anni, in alcuni casi solo a seguito della sparatoria per fatti di droga o di travestiti. Tutto ciò fa parte dello sfaldamento della comunità. Ognuno assapora il tramonto non più da un ballatoio, ma da una frazione di finestra, di sbieco dietro una tenda, come una spia. Perché non è solo il tramonto di un giorno, è il tramonto di un popolo. Pensare che il mero vivere vicino ad altre persone costituisca una comunità equivale all’illusione del convivere, vivere sotto lo stesso tetto con una persona credendo che sia sufficiente a formare una famiglia.

In Italia, dato lo sviluppo industriale, tecnologico e urbanistico del secolo scorso, la piccola comunità agricola non dà più il carattere della società, e anche dove ancora sopravvive essa stessa va scomparendo. Un fenomeno analogo si è verificato negli Stati Uniti, dove tuttavia si è sviluppato un percorso che prevede un passaggio in qualche modo doppio, dal punto di vista edilizio si è verificato il trasloco dalla veranda di fronte al patio posteriore, per finire al conglomerato suburbano.

Esiste un saggio, semplice ma profondo, intitolato " From Porch to Patio " (in The Palimpsest, giornale della Iowa State Historical Society, nel 1975), in cui l’autore, Richard Thomas, esplora le implicazioni sociali della pratica architettonica di costruire portici sul davanti delle case e il suo progressivo abbandono a favore dei cortili dietro casa.
Individuando così nel suo studio questo moto architettonico come qualcosa di più che una semplice tendenza della moda o di un cambiamento di design: la transizione dal portico al patio è stata una delle più chiare e significative manifestazioni del cambiamento culturale in atto, da una società interessata al rapporto fra cose private e pubbliche - la res publica - a una preoccupata in primo luogo di aumentare la propria privacy. Il portico, come ponte fisico tra il regno privato della casa e il dominio pubblico della strada e del marciapiede, era lo spazio intermedio, in senso letterale, tra due mondi che sono stati via via sempre più separati.

Il portico «presentava opportunità di rapporti sociali a diversi livelli»:
«Quando un membro della famiglia era sotto il portico, gli era possibile invitare il passante a fermarsi ed entrare nella veranda per una lunga conversazione. La persona sotto il portico aveva il pieno controllo di queste comunicazioni, in quanto il portico era visto come un'estensione degli alloggi della famiglia. Spesso, una siepe o una recinzione separava il portico dalla strada o dal marciapiede, fornendo una barriera fisica per la privacy, ma abbastanza bassa da consentire la conversazione. Il portico serviva a molte importanti funzioni sociali oltre a render pubblica la disponibilità dei suoi abitanti. Un portico ben ombreggiato forniva un posto fresco nella calura del giorno per far riposare le donne dalle faccende domestiche. Dove avrebbero avuto l’occasione di scambiare pettegolezzi o condividere problemi senza dover organizzare un "caffè del quartiere" o una "festa del bridge".

Un ragazzo e una ragazza potevano essere vicini su un dondolo, ma ancora osservati, e molte proposte di matrimonio venivano fatte su un dondolo. Le persone anziane ricavavano un grande piacere sedendosi in veranda, osservando il mondo che passava, o vedendo giocare i bambini del quartiere».
La veranda sul davanti sembrerebbe un fatto superfluo, invece è una questione fondamentale, perché espressione spaziale di un modo di intendere la vita e lo Stato. Non vuol dire che tutti la dobbiamo averne per forza, o che debbano essere tutte grandi o tutte uguali, non sto dicendo questo. Sto dicendo che un sano distributismo delle verande sul davanti favorirebbe non poco una vita più felice, per noi, i nostri vecchi e i bambini. Sia essa una veranda povera ma elegante come quelle della terra del cotone, dove sentirsi i benvenuti mentre ci si dondola con un mint julep; buia come quelle spagnole, dove far festa sotto i vitigni cantando la famosa “Tarantella” di Belloc con mulattieri impietosi; o una luminosa, di quelle all’inglese, dove sedersi a parlare o star in silenzio e fumare, come Flambeau con Padre Brown ne “La forma sbagliata”, una veranda tale quale a quella in cui il suo ideatore si è sposato. Il 30 luglio 1922, infatti, i Chesterton dopo aver pranzato con padre O'Connor e padre Ignatius Rice, si diressero alla cappella abilitata nella veranda dell’hotel, la cui proprietaria era irlandese e la cedeva gratuitamente ai cattolici per cerimonie come quella.
Ecco, la Front Porch Republic è quella nazione che ama le cerimonie, le cerimonie vespertine e ricche di promesse degli innamorati freschi, le cerimonie quotidiane dei nostri bambini, che oggi giocano scalzi i loro riti sul pavimento di legno e domani già ci salutano per il lungo e affascinante viaggio della vita.
Lasciandoci lì a domandarci ad occhi aperti:
Cosa è andato perso? E per colpa di chi?
[continua…]
Matteo Donadoni
*le seguenti riflessioni considerano le idee di vari autori del sito



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