05 dicembre 2017

L’eco della solidità – Intervista a Giulia Bovassi


di Samuele Baracani

Abbiamo già fatto una rapida recensione del libro, più che altro per suggerirne la lettura, ed ora, finalmente, ci troviamo a poter intervistare l’autrice, Giulia Bovassi, classe 1991, vulcanica studentessa di Bioetica, già laureata in Filosofia.

Prima domanda, di rito: come è nato questo libro?
Allora: l’idea del testo è nata dall’incrocio dei due percorsi formativi che stavo portando avanti (percorsi che tanto scissi, ovviamente, non sono) ovvero Bioetica e Filosofia. Nello specifico la prima per quel che riguarda una morbosa curiosità e attrazione filosofica per le correnti che ho considerato nel testo stesso -Postumano e Transumano-, attrazione nata guardando Westworld e dovendo redigere un articolo sulla serie. Da lì ho iniziato ad esplorare scientificamente questo mondo che ha smesso di essere per la maggior “fantascientifico”, facendosi più tangibile. Filosofia perché tutto il Master (Master in Consulenza Filosofica da cui è nato il libro ndr) ha affrontato, sotto molteplici punti di vista, il problema di dover e poter capire l’identità, che per me è sempre stato oggetto di interrogativi e di indagine.

Identità, una parola molto usata di questi tempi, eppure senza mai definirla, mentre invece il tuo lavoro cerca di porne dei fondamenti concreti e sensati e soprattutto mette in guardia da una mentalità che la riduce ad una semplice questione di scelta o di capriccio. Che cos’è questa solidità di cui parli?
Il testo parte volutamente dalla percezione di una condizione largamente diffusa di irrequietezza profondamente paralizzante seppur dinamica.
Mi viene in mente una situazione in cui un numero indefinito, molto alto, di uomini camminano rapidi, schivandosi reciprocamente, impossibilitati al riposo, agitati nel rincorrere la frenesia di un binario che è una possibilità, una parentesi, predisposta all’attesa affinché loro possano per poco tempo giungere a quel momentaneo “punto di arrivo”. Lo stesso movimento è un preciso atteggiamento antropologico.
Voglio dire che il qui ed ora è una prelibata illusione di certezza e di sensatezza, ma solo a condizione che per darsi effettivamente, alle spalle si lasci tutto ciò che nella mente del viaggiatore può tradursi come ostacolo o rallentamento, anche una sosta per respirare potrebbe esserlo. La velocità è metafora della laboriosa non-definizione data. Solidità è fermarsi. Ripristinare la necessità di ammettere delle tappe ultime e di concedere a se stessi, prima di tutto alla propria natura, di avere delle determinazioni. Più concretamente faccio riferimento a concetti come natura, corporeità, libertà, responsibilità, bene, male, lecito o illecito, ecc.. Quelle datità che contribuiscono a definirci in un vissuto e una biografia, dei quali spesso non sappiamo cosa dire e lasciamo vuoti di contenuto. Il motivo per cui i vincoli (solidità) generano obblighi e non doveri è semplicemente la capacità corrosiva che hanno nei confronti di un’alienazione di sé come sostanza, per un sé sostituibile. La solidità è il nome, in estrema sintesi!

Uno, secondo me, dei massimi pregi del tuo libro è l’ampiezza dello sguardo culturale. Citi di tutto, da libri del secolo scorso a serie TV uscite pochi anni fa’. La cosa che più mi ha colpito è come noi tocchiamo solo la superficie della liquidità con le sue conseguenze pratiche, ma che quelli che tu chiami transumanesimo e postumanesimo hanno della radici ormai di quasi un secolo e molto più complesse e articolate di quello che possiamo immaginare. Puoi definirceli in breve?
Come faccio presente nel testo, Postumano e Transumano sono prima di tutto delle visioni precise dell’uomo: le due correnti sono mosse da sconfinata fiducia nella tecnica e nel progresso scientifico (quindi nell’uomo in termini di mente intelligente), a tal punto da rivedere nella tecnica il punto di svolta per la costruzione di una nuova umanità segnata da uomini che hanno smesso di sentirsi finiti. La loro nascita parte esattamente dal presupposto che l’uomo non sia l’ultimo tassello evolutivo, ma uno step sul quale l’umanità si è soffermata e che può invece oltrepassare. Come? Prima di tutto eliminando la possibilità della sofferenza, sconfiggendo la vecchiaia, scartando l’errore e annientando gli aspetti più specificatamente umani – talvolta difficili da gestire – per togliere gli uomini dal peso dell’imperfezione. Coloro che vi operano parlano di potenziamento (human enhancement), uomini con capacità visive magari notturne, o con memorie infallibili, ad esempio; parlano di immortalità virtuale, mediante un trasferimento della mente in un database esterno; l’ectogenesi (gestazione senza madre, in uteri artificiali); nanotecnologie e manipolazione genetica; della robotica e dell’intelligenza artificiale nella speranza che in un futuro non troppo lontano la distinzione fra umani e non-umani possa essere solo questione di punti di vista opinabili e non certi. Una rivoluzionaria dimensione alienante la corporeità e l’identità, poiché uomo è anche non-più-uomo.
Postumano e Transumano sono un impegno intellettuale, filosofico e scientifico, al miglioramento. Non a caso più e più volte se ne parla insieme all’idea di eternità.

Domanda più facile. Citi un buon numero di autori e opere, ma Gilbert Keith Chesterton è ricorrente, anche se non ha dovuto affrontare le due correnti che descrivi. Perché hai scelto lui come portavoce, sempre a proposito è da notare, di alcune delle tue idee?
Amo di Chesterton lo stile comunicativo che trovo efficace per la schiettezza disarmante e allo stesso tempo sottile, perciò invadente quanto basta per scuotere gli assopiti dinamici di ogni tempo! Anche se non ha trattato il tema specifico, proprio per la natura stessa della problematica, calata in tutta la sua struttura nella concezione che l’uomo ha di se stesso poiché per superare la morte e la fragilità occorre prima che la si ammetta come costitutiva, Chesterton ripropone a suo modo il drastico venir meno del senso della giustizia, svenduto al relativismo sentimentalista e soggettivo. Aveva già colto quanto fosse ingestibile il dramma della questa frantumazione di una verità dissolta nella moltitudine di possibili, nuove, denominazioni. Consideriamo quanto sia ingannevole e schiavizzante la libertà che oggi abbiamo confuso per licenziosità, la quale per potersi giustificare ha bisogno che non si pensi al contrasto, ma si veda unicamente la sfumatura del voluto e del desiderabile, utile ma mai unico. La “regola d’oro” nella crisi dell’identità e nel miraggio del “Superuomo” è che non esiste l’ovvio, normale e anormale sono facili prede dell’incontentabilità tipicamente finita di chi alla finitezza ha smesso di credere pur incarnandola. «Nel tentativo di essere tutto, il primo passo è essere qualcosa» Chesterton aveva già capito quanto fossimo stati «chiamati per nome»: la Tana è un luogo sicuro a meno che non diventi una prigione, così siamo noi con noi stessi.

Volete saperne di più? Leggete l’Eco della Solidità, seguite Kairos il blog di Giulia.

https://kairosbg.wordpress.com/2017/11/05/the-sparklings-intervista-allautrice/



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