15 dicembre 2017

L'ultima pecora (parte II)

di Matteo Donadoni

(prima parte qui)

Il nuovissimo centro pastorale si costituisce così, in una assoluta confusione mentale a forza centrifuga, che investe i vicini e lontani finendo per spazzare via, presto o tardi, qualunque cosa rimanga di cattolico in parrocchia.
Infatti, il sacerdote di turno, non riuscendo più a interessare al Vangelo i suoi parrocchiani e a volte nemmeno a organizzare i suoi chierichetti, totalmente in balia dei capricci delle chierichette, evade dalla sua missione preoccupandosi di organizzare corsi di ogni risma, cercando perfino di farsi perdonare la propria fede rivestendola di un umanitarismo inconcludente, così, con la scusa della beneficenza, organizza raccolte di arance “per giovani coraggiosi”, non avvedendosi che ormai per fare un atto di coraggio in parrocchia è sufficiente enunciare un qualsiasi concetto a caso del Credo. Ma c’è di peggio. Ormai si organizzano corsi per fidanzati gay e sono sempre più numerosi i casi di profanazioni dei luoghi di culto, ridotti a sale conferenze, o backstage per sfilate e teatrini. E addirittura si assiste a casi di occupazione della casa di Dio con eventi profani e di cattivo gusto, come abbuffate con tanto di porchetta a rosolare.

Perché assistiamo al ritorno farsesco della pastorale totalitaria degli anni settanta? Perché a furia di laissez faire, laissez passer e di perseguire logiche clericali di tipo aziendalista, hanno prevalso, tra candore di pochi e mediocrità teologica di molti, la distruzione del passato, la diffamazione scientifica della tradizione e di ogni suo analogato, alla faccia dell’inclusività, e, ciò che è peggio, la libertà di cialtroneggiare ad libitum in omelie e liturgie.
Ovviamente tutto ciò non ovunque, ma, ovviamente, tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’acquiescenza delle gerarchie. Ciò ha generato la profonda divisione odierna i cui vertici sono occupati dai cardinali e dal pontefice, anzi, proprio il vescovo di Roma è diventato il fattore di divisione.
Il parroco che predica un Gesù accomodante, solo umano e amorevole, perché non sa (o peggio non osa, perché è un pusillanime) dire altro e il prelato che, ormai stancamente, elogia i “lontani”, il pontefice che si scusa con i musulmani per conto buddista: tutti questi fatti hanno radici (para)teologiche lontane, che affondano le loro presuntuose pretese in Karl Rahner e in tutti i sui disgraziati epigoni, che hanno lottato contro Dio per distruggere il senso del sacro. Ovvero la cattiva teologia che ha desacralizzato le chiese: no hay otras interpretaciones, ci sentiamo di poter sostenere.
Invece la chiesa, per la presenza del Santissimo Sacramento dell’altare, è un luogo “metafisico” e non solo storico. Dobbiamo educare i nostri bambini che quel senso di meraviglia che provano davanti al Bambino Gesù nel presepe continua nella chiesa, e va custodito per sempre nel cuore, non profanato come insegnano certi “dottori”. Dobbiamo impedire loro di frequentare certe chiese, ormai diventate scuole di empietà e mandarli alla santa Messa, se non possiamo in vetus ordo, almeno dove rimane un barlume di decenza e di rispetto per la sacralità del luogo.

Qualcuno ha posto in evidenza quel miracoloso ma limitato successo dei pontificati di resistenza, soprattutto i papi citati, sottovalutando tutto quel sottobosco di malcontento per le cosiddette mancate aperture, sottovalutando ingenuamente che il problema non erano i vari Turoldo, ma le decine di sacerdoti che hanno masticato amaro per decenni, non digerendo mai la Humanae vitae o la Dominus Jesus ad esempio. Costoro non erano magicamente evaporati con i fumi del post-concilio, come qualcuno si era forse illuso, erano con noi, lo sono sempre stati, per addestrare nell’oscurità centinaia di seminaristi e catechisti in buona fede a distruggere la dottrina. I risultati sono, oltre che due generazioni di atei fra i non credenti, come era prevedibile, due generazioni di agnostici e qualche credente incasinato fra i cattolici. Sono intere parrocchie, organizzazioni laicali e parte di ordini religiosi ormai senza ortodossia né obbedienza alla tradizione. Ah una bella scoperta la pastorale. Con la scusa della pastorale si pretende di far passare per magistero encicliche fatte compilare da Ghostwriter come se fossero il copione dell’ultimo cartone animato sentimentaleggiante.
Finisce che è stato davvero un profeta il cardinal Biffi: «Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l'ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l'ovile, se ne va all'osteria a discutere di pastorizia» (Quinto evangelo). Altro che puzzare di pecora, oggi quella che il satrapo di santa Marta chiamerebbe “pastoral cuerpo a cuerpo” è un ospedale da campo dove si cura all’arma bianca chiunque non voglia adeguarsi al Neue Kurs e si faccia ancora distrarre dalle solite banalità sulla salvezza dell'anima e sul Paradiso. Il nuovo cristiano infatti sa che la sua unica legittima preoccupazione è de facto la conquista del mondo; non per volontà di dominio, si capisce, ma per la pace! Cristo ha portato una spada, la Nuova Chiesa oggi esporta la pace. Lo sanno anche nelle peggiori penitenzierie della pampa: la priorità del Vaticano è assicurare a tutti giustizia sociale, felicità, benessere economico e, se possibile, «una perfetta riposante oscurità circa il significato della vita».

Insomma, fatevi due conti e vi renderete conto del perché appena possono – in genere dopo la Cresima –, i vostri figli se la danno a gambe da tutto ciò che sia lontanamente cristiano e come mai, nella maggior parte dei casi, professino orgogliosi un roccioso agnosticismo.

Dobbiamo imitare assolutamente l’ultima pecora del quinto evangelo: «Quest'animale - cui va riconosciuto obbiettivamente un certo non conformismo - basta da solo a rovinare l'avvento di un'epoca nuova: finché c'è lui c'è l'ovile, e finché c'è l'ovile, le pecore in libertà avranno qualche inquietudine sulla saggezza della loro evasione». Bisogna avere il coraggio, se non di esser cacciati, di andarsene, bisogna aver qualcosa e qualcuno da proporre ed anche difenderlo. Bisogna accettare con coraggio di avere nemici. Fra di essi i più insospettabili. Solo così avremo la pace, e non esiste cuscino migliore della pace interiore. Nel frattempo bisogna avere il coraggio di testimoniare ai propri figli il Vangelo, insegnando loro il catechismo anche andando “contro” quello che si veicola in parrocchia, «scaltri come serpenti e puri come colombe». Certi, come dice Gilbert Keith Chesterton, che la Chiesa, quella vera, «non può muoversi coi tempi; semplicemente perché i tempi non si muovono. La Chiesa può solo infangarsi coi tempi e corrompersi e puzzare coi tempi. Nel mondo economico e sociale, come tale, non c’è attività, eccettuata quella specie di attività automatica che è chiamata decadenza: l’appassire dei fiori della libertà e la loro decomposizione nel suolo originario della schiavitù. In questo, il mondo si trova per molte cose allo stesso piano dell’inizio dell’oscuro medioevo. E la Chiesa ha lo stesso compito di allora: salvare tutta la luce e la libertà che può essere salvata, resistere a quella forza del mondo che attrae in basso, e attendere giorni migliori. Una Chiesa vera vorrebbe certo fare tutto questo, ma una Chiesa vera può fare di più. Può fare di questi tempi di oscurantismo qualcosa di più di un tempo di semina; può farli il vero opposto dell’oscurità. Può presentare i suoi ideali in tale e attraente e improvviso contrasto con l’inumano declivio del tempo da ispirare d’un tratto agli uomini qualcuna delle rivoluzioni morali della storia, così che gli uomini oggi viventi non siano toccati dalla morte finché non abbiano visto il ritorno della giustizia. Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo» (The New Witness). La falsa chiesa, infangata col mondo appassirà, e noi, in questi tempi di oscurantismo dobbiamo cogliere la grazia di fare di essi un tempo di semina. Il resto lo farà il Signore.

(fine)



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