23 gennaio 2018

Dannato a nove anni dalla chiesa petalosa

di Razzullo
Lo ricordo ancora, come se fosse ieri. La maestra s’era ammalata e così venne la Supplente. Poiché non aveva completamente niente da insegnare a una classe di terza elementare, la signora – buona borghese, carré biondo, maglioncino beige – pensò bene di farci passare quell’oretta in allegria. Iniziammo a raccontarci le barzellette. Toccò a me. Mi alzai e dissi: “Gesù prese il pane e lo spezzò.

Lo diede a suoi discepoli e disse: Pietro, dove hai messo la Nutella?”.

La dolce insegnante spense il sorrisino di cellophane, quello che hanno le maestrine felici di poter vantarsi con le vicine di casa della loro superiorità morale perché lavorano con i bimbi. Gli occhi lanciarono un lampo, mi trafisse più veloce della sua lingua velenosa: “Devi solo vergognarti di quello che hai detto. Lo sai che hai appena commesso un peccato mortale? Sai, vero, che ora andrai all’inferno?”. I compagnucci distolsero, in atto di pietà, gli occhi da me. Avrei preferito che ridessero di me. Invece tacquero, terrorizzati. E trassero un inconfessabile sospiro di sollievo, come lo spettatore del naufragio di Lucrezio: la dannazione eterna era toccata a me, non a loro. Another day in Paradise, per tutta la classe tranne uno. Io ebbi così contezza del guaio che avevo combinato.

Se hai avuto la pazienza di seguirmi fin qui, caro lettore, ti debbo delle spiegazioni. Oggi non ho più nove anni, ma vado a compierne trentaquattro. Dalla Chiesa sono lontano, e fu colpa (o merito?) di quel trauma. Ho vissuto per anni nella convinzione che per me non ci fosse più alcuna speranza. Lo penso ancora e non lo nascondo. Ho temuto epifanie sataniche in ogni manifestazione della realtà, ogni accadimento attorno a me l’ho interpretato come la rivendicazione di Satana su un’anima a lui assegnata dall’insindacabile giudizio di una maestra fin troppo zelante. Che – questo me lo dissero dopo – insegnava (impunemente, dico io) religione in una scuola pubblica.

Frequentavo, bambino, la parrocchia. Era l’inizio degli anni ’90 e c’erano tante attività. Tutte, irrimediabilmente, noiose. C’erano le educatrici, anzi le animatrici, che ti imponevano di voler bene al mondo e di dimostrarlo concretamente. Dovevi – per esempio – stare mano nella mano con chiunque. Mi si fece, un pomeriggio di novembre, una cazziata terrificante poiché, timido e anche discretamente da lei attratto, non volli abbracciare una ragazzina nuova. Di quegli anni ricordo tutte le parole d’ordine. Tipo “Condivisione”, “Pace”, “Uguaglianza”.

Col senno di poi, pareva di stare a un convegno di Amnesty International, a un incontro di Ong e radicali (quelli di adesso, senza manco la distrazione dei guizzi e delle provocazioni di Pannella). Gesù c’era, sì. Lo disegnavano, nei catechismi e nei cartelloni, come i piccoli indios del lungometraggio Disney dei Tre Caballeros. Il “loro” Gesù era una specie di hippy (sempre con il senno di poi), un piacione, un amicone. Sostenitore della Fao. Che ti ordina di perdonare, accogliere, abbracciare tutto l’universo creato. Tutti sono bravi, tutti sono importanti, tutti sono speciali, tutti sono uguali. Maschietti e femminucce; uomini, cani, gatti. Tutti amici del cuore di Gesù. Tutti, tranne me. Io, per quella battuta da terza elementare, ero già finito irrimediabilmente a cuocere nella brace eterna dell’Orco. “Sinite parvulos venire ad me”, per me non poteva avere alcun senso. Se non quello di un’atroce beffa.

Anche perché il “capo” di quello stuolo di animatrici era proprio lei, la famigerata Supplente. Esprimeva la sua fede (sic!) imponendoci girotondi per la pace in cui dovevamo, noi maschietti, consegnare le nostre armi giocattolo alle fiamme di un rogo immane da cui s’alzavano al cielo volute nerissime di fumi (tossici) di plastica. Il mese dopo, iniziativa contro l’inquinamento. Per essere bravi e migliorissimi amici di Gesù, dovevamo spillare a mamma e papà una diecimila lire, ora per i bimbi poveri, adesso per gli ammalati. E poi gli abbonamenti obbligatori ai giornalini che volevano essere simpatici ma non facevano ridere. Sotto il consueto faccione indio di Gesù laicizzato, ci volevano insegnare quanto merde di viziati fossimo. A sentirci in colpa per essere dei bambini, con tutti i loro dubbi, i loro capricci, le loro paturnie. E pure le loro barzellette ingenue. La salvezza, m’insegnò un fumetto, stava nel preferire una mela a una pizzetta. E mentre leggevo, confusi un brivido di solenne indignazione con la carezza rapace del Demonio. Non capivo, sapevo solo di essere un reietto, una bestia indegna d’amore, di quello stesso amore che invece a me si chiedeva di regalare – indiscriminatamente –a tutti (e quindi a nessuno, ma questo l’ho capito solo tanti anni dopo).

Fui dannato a nove anni non ancora compiuti. Senza aver avuto manco il tempo di imparare a declinare (almeno) rosa, rosae. A me m’ha dannato quella Chiesa delle braccia aperte, della petalosità laicizzante che dietro un mantello di peonie, margheritine, garofanielli e belle paroline, nasconde un’intransigenza giacobina, più attenta a uno stolto politicamente corretto che alla fede, allo spirito, alla religione stessa. Non furono i preti. Ma un’anima (presunta) bella che, poiché volontaria, ha sempre ragione. 

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