17 gennaio 2018

Dove vola l'aquila rossa

Ovvero: il paradosso del Tirolo del sud


«La birra senza schiuma è come una signora senza ornamenti» 
Proverbio tirolese

Fuochi del sacro cuore in Tirolo
di Matteo Donadoni
Per la correttezza storica dovrei forse parlare di Mitteltirol, perché il Tirolo del sud tecnicamente è la regione geografica oggi chiamata Trentino (in teoria la regione, abitata da più gruppi linguistici, è sempre Tirolo: da Kufstein a Borghetto). Ma dato che l’alto corso dell’Adige viene oggi denominato Südtirol (da Deutsch-Südtirol), ho scelto così, con buona pace degli irredentisti, sui quali non mi dilungo, limitandomi a riportare una riflessione di un giornalista, nemmeno dei miei preferiti: «è certo che a Trento irredentisti non ce ne sono, o se ci sono non si addimostrano apertamente tali, né del resto potrebbero costituire, data l’esiguità del loro numero, un’associazione qualsiasi. Irredentismo e irredentisti non esistono nel Trentino a meno che non si voglia far passare per irredentismo le sassaiole contro il grifo della birreria Forst (grifo del resto permesso e autorizzato dal Comune) … Ma uno studio sul luogo, ma un sufficiente lungo contatto coi trentini, basta per sfatare le leggende irredentiste. … L’alta borghesia accetta l’Austria … La popolazione rurale è austriacante» (Benito Mussolini, 1911). Non voglio nemmeno affrontare le polemiche pretestuose sulla doppia cittadinanza. Voglio, però, solamente portare questa mia testimonianza di fede, amicizia e sentimento, a tutti quegli Italiani (Welsch o meno) che in Tirolo non hanno mai messo piede, o che ce l’hanno messo, ma magari hanno lasciato a casa la testa.

Il Tirolo è un paradosso e, come tutti i paradossi, ha sempre un certo sapore cattolico, perciò o lo ami o lo odi. Io lo amo.

Lo amo non solo per i ricordi delle prime vacanze senza genitori, non solo per il pane nero che prese forma fisica per la prima volta fra le mie mani materializzando i discorsi della nonna, non solo per i crauti, il profumo di cirmolo e di finferli o il gusto erboso della grappa, ma per la bellezza stupefacente dei dolci altopiani e delle rosee vette dolomitiche, e di gran lunga per l’integrità di un popolo. In pochi posti come in Tirolo un uomo si sente veramente a casa. E quando se ne va gli può capitare di commuoversi al commiato, come è successo a noi quando abbiamo salutato Monica, Walter e i loro quattro figli, l’ultima volta. Non perché ci sia chissà quale rapporto di amicizia, ma perché quando si parte, si saluta un mondo. Monica e Walter ci hanno aperto la loro casa, ci hanno invitati al loro desco e perfino serviti, con i gesti di un tempo che non passa, con semplicità e umiltà, con sincerità. Quanto manca la sincerità nelle nostre città supertecnolgiche in cui tutti noi siamo indaffarati nella sclerotica attività di liberare la gente dal peso della nostra cultura. Certo, per molti di noi è difficile capire i Tirolesi, non dobbiamo stupirci, le nostre scuole ci sfornano come pagnottine tutte uguali e superstiziose. Siamo superstiziosi convinti su temi fondamentali come evoluzionismo e divorzio, ma la superstizione principale è quella espressa da un certo cannibalismo culturale stigmatizzato dal pensatore inglese Roger Scruton: «È una delle superstizioni più profondamente radicate della nostra epoca che lo scopo dell’istruzione consista nell’apportare benefici a chi la riceve». Invece l’istruzione serve a conservare il sapere, la cultura. La prima preoccupazione del vero insegnante è quella di conservare il sapere trasmettendolo ad una mente che vivrà più a lungo di lui. Ciò vale per tutte le forme di sapere, dal sapere cosa sentire, al sapere fare. Compito dell’istruzione è conservare il saper comune anche assicurando la trasmissione delle abilità acquisite (perciò l’industria è una pratica incivile disumanizzante). In tutto ciò il Tirolo è un paradosso, è un mondo che tenta di resistere cristallizzato nel tempo, è un tempio che conserva. Storicamente lo ha dimostrato l’insorgenza guidata dall’eroe locale Andreas Hofer contro Napoleone, ma soprattutto contro le balorde idee rivoluzionarie veicolate dall’esercito francese.

Un paradosso conservatore. La sua gente cerca le moderne comodità, certo, come la mungitrice automatica, le stalle tecnologiche, e il robot da cucina, ma allo stesso tempo conserva ciò che conta: il maso (ted. Bauernhof). Come il sistema economico da esso generato, un circuito in grado di oltrepassare il peso dei secoli, delle guerre e della peste, questo termine in sé racchiude tutto, fede, tradizione, sentimento e sangue. Le tradizioni lassù le vedi. Le puoi vedere nei bambini che vanno di porta in porta in abito tradizionale a cantare e suonare gli auguri per le feste in cambio di qualche moneta. Così, quando tuo figlio vedendoli ti chiede come mai noi non abbiamo abiti tradizionali, assapori l’esperienza frigida di restare come un vitello di marmo coperto di rugiada fredda.

Dal punto di vista alimentare il maso è un sistema economico autarchico e autosufficiente. La buona minestra di farro, il maiale, il manzo, i crauti fermentati, il vino: sulla tavola di Monica ogni cosa era autoprodotta. Saper fare. Suo marito Walter nel tempo libero ripara recinzioni, costruisce mobili e porte, lavora il legno. Saper fare. La stessa famiglia occupa il maso per molte generazioni ed esso viene ogni volta ristrutturato secondo secolari canoni estetici e se vi si trova, ad esempio, una stube della fine del’700, nessuno si sognerà mai di demolirla per comprarne una moderna. Saper conservare. Se non è tradizione questa… Ovviamente tutto ciò ha un prezzo, questo ménage significa sacrificio in vista di un fine maggiore: conservare e tramandare. Zero ferie. Ripeto: mai stati in ferie.

Con i contadini a me piace parlar di vacche. Quando ho raccontato a Walter, allevatore di grigio- alpine e bruno-alpine, della provenienza contadina della mia famiglia e della sua fine, subito la sua apprensiva domanda è stata: «e adesso chi cura il maso?». Non ho avuto cuore di dirgli che non abbiamo masi da noi. La domanda, ingenua quanto profonda, conteneva la risposta. Con mio non lieve dolore. Questo particolare rivela tutta la mentalità conservativa tirolese.
Con gli uomini a me piace anche parlar di fede. A cena, nel salotto buono, abbiamo capito cosa significa per loro il crocifisso sulla parete. Niente a che vedere con i nostri affarini fatti per non disturbare l’arredamento, un crocifisso di novanta centimetri, scolpito a mano, per loro può andar bene. Così, informandomi per trovare una Messa decorosa, magari in tedesco - apposta tanto per esser sicuri di non capire l’omelia -, salta fuori che il mio ospite non sa se in zona vi siano liturgie tradizionali, perché va alla Messa “welsch”. E Ride. Poi mi spiega che da quelle parti quando uno non frequenta la Messa dice, scherzando, così. La Messa “welsch” è la messa in italiano.

Cosa significa Welsch? Dopo una ricerca veloce salta fuori che il termine deriva dal nome dei Volcae celtici - i Volci per chi non ha letto Cesare. Questo popolo gallico viveva dalla Turingia fino al Reno e fu il primo popolo, insieme ai Boi, a subire la pressione Germanica all’inizio del III sec. a. C e ad emigrare. Più tardi i Volcae (come tutti i Celti, tranne gli Scoti) sono stati romanizzati, però per i popoli germanici sono sempre rimasti i “Welschen” che parlavano una lingua diversa dalla loro. Da notare che i Fiamminghi chiamano i Valloni “Wals”, gli Inglesi i Gallesi “Walsh” e gli Svizzeri chiamano la Svizzera francese “Welschschweiz”. Per i Tirolesi tedeschi la parte italiana del Tirolo è “Welschtirol”, che infatti è più antico di “Trentino” – per inciso, Dante lo chiama “Tiralli” (Inf. XX 61-63) –. Welsch non ha un senso dispregiativo o negativo, indica semplicemente che per loro, inconsciamente, siamo ancora Celti. 

«Welsch < althochdeutsch „walisch“ < altogermanico „walhoz“».

Se mantenere un concetto linguistico tanto a lungo (e in luoghi tanto lontani) non è conservatorismo, non so cosa lo sia. E questo è solo un motivo ulteriore per argomentare il paradosso del Tirolo del sud, ovvero un naturale bacino di voti di destra, anzi, un pieno totale di voti conservatori, che solo per decennale insipienza della destra italiana finisce nel catino della sinistra. E i voti a sinistra sono come la birra senza schiuma.

Basterebbe levarsi le lenti dell’ideologia e, nel tempo di uno “yodel”, guadagnare un mondo non solo politico, ma culturalmente alleato nella lotta mortale contro la palestinizzazione dell’Europa.


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