03 gennaio 2018

È tornato don Camillo/39. Un Capodanno di mansuetudine

(voluto omaggio a Madre Anna Maria Cànopi)


di Samuele Pinna
 
Don Augusto non amava per nulla la festa di Capodanno, ma invece gli piacevano in modo viscerale i monasteri benedettini: luoghi di pace, di silenzio e di preghiera. La Provvidenza quella volta si fece sentire e agevolò il pretone di città, che era stato invitato in quello di vattelapesca per tenere una predicazione alle monache. Eccezionalmente, poi, per concessione della Badessa, fu invitato a desinare non distante dalla clausura, in una saletta attigua, dove poteva sentire e intravedere quanto avveniva nella grande sala in cui erano radunate le sorelle. Come si sa o si dovrebbe sapere, la Regola di san Benedetto prescrive che “durante i pasti della comunità non deve mancare mai la lettura”. Fu un ultimo dell’anno assai particolare, ma don Camillo redivivo lo ricorda ancora e lo trattiene nel suo grande cuore.
«Nei monasteri», aveva spiegato la Madre al nostro affamato pretone, «la consuetudine della lettura a mensa è sempre stata osservata; mentre viene nutrito il corpo con il cibo materiale, si nutre la mente con il cibo spirituale, elevandola alle cose che non periscono. Quindi a mensa non deve mai mancare la lettura, come non deve mancare il pane. Ma non deve essere una qualsiasi lettura, un qualsiasi cibo: deve essere di buona qualità, genuino. Perciò – prescrive san Benedetto – “non si metta a leggere uno qualunque, che prenda un libro a caso”».

Il nostro don Camillo era rimasto piacevolmente colpito da quell’affare del mutismo a tavola, era soprattutto maliziosamente stupito che tutte quelle donne potessero stare zitte per così tanto tempo. Era a conoscenza del capitolo 38 della suddetta Regola in cui erano stabilite le sagge indicazioni del fondatore del monachesimo occidentale atte alla regolamentazione della mangereccia, ma chiese comunque spiegazioni.
«Vede Reverendo», aveva risposto la Badessa, «nella comunità monastica non si fa nulla per istinto, per iniziativa individuale. Tutto si fa sotto il segno dell’obbedienza, nell’ordine, nell’umiltà, come servizio. Il prendere a caso un libro e mettersi a leggerlo agli altri può essere un’esibizione, un estro soggettivo, forse anche una prepotenza, non un servizio. Pertanto: “abbia l’incarico un fratello per ogni settimana, cominciando dalla domenica”. Tutto è ritmato sul tempo liturgico. Tutte le azioni della vita comune si susseguono in ordine al tempo che è scandito dalla celebrazione del mistero di Cristo. Anche il servizio della lettura a mensa incomincia perciò con l’inizio della settimana: la domenica. Prescrive la Regola: “Questi, iniziando l’ufficio, dopo la Messa e la comunione domandi a tutti di pregare per lui, affinché Dio lo liberi dalla vanagloria. Nell’oratorio intoni – e lo ripetano tutti per tre volte – il versetto 17 del Salmo 50: Signore, apri le mie labbra, e la mia bocca proclami la tua lode. Così, ricevuta la benedizione, inizi il suo servizio”. Il fratello lettore entra in turno sotto il segno dell’obbedienza, con la benedizione dell’Abate e sorretto dalla preghiera di tutti i membri della comunità. Egli chiede l’aiuto della grazia divina per saper leggere non per sé, non per un gusto proprio o per ostentazione delle sue capacità, ma per rendere un servizio davvero gradito a Dio e utile ai fratelli. Ha bisogno, dunque di ricevere lo spirito di mansuetudine e di umiltà. Tutti i fratelli insieme con l’Abate glielo implorano dal Signore subito dopo la Messa, nel coro, ripetendo con lui il versetto: Signore, apri le mie labbra».

Da qui, la cosa che colpì don Augusto, anche grazie alle parole che pronunziò la Badessa, secondo quanto stabilito dalla Regola benedettina, fu la sottolineatura che durante i pranzi nessuno doveva fare domande sulla lettura o su altri argomenti, per non offrire occasione di parlare. Ma c’era un “però”: “Però se il superiore desidera dire qualche parola di edificazione, lo faccia pure, ma molto brevemente”.
La Madre, una donna di grande profondità spirituale, con uno sguardo umanissimo eppure così decisamente sciolto nel divino, prese la parola e disse più meno queste parole: «Il nostro fratello, il carissimo Reverendo, prima del nostro desinare mi ha chiesto qualche cosa a riguardo del nostro modo di raccoglierci a tavola. Ho già accennato al nostro caro don Augusto come il servizio sia fatto per gli altri, non per sé. Da quello che appare come il più importante e necessario a quello più umile e nascosto, fino a quello di lettore durante i tempi della mensa. Del resto, non si deve dimenticare che uno che non lo fa con un profitto per gli altri, non ne trae alcun profitto neppure per sé. Non si è valorizzati nel poter fare qualcosa che ci soddisfa personalmente, ma nell’essere messi in grado di bene operare con i carismi reali che abbiamo ricevuto da Dio e che non sono soltanto frutto della nostra velleità o immaginazione».

Dopodiché, sollevando lo sguardo sulle sue amate sorelle, proseguì. «Anche in questo capitolo della Regola, che ho ripreso a cagione del nostro illustre ospite, siamo richiamati fortemente alla necessità di vivere la vita comune sempre nell’atteggiamento del povero; del povero però che non si sente un “poveraccio” trascurato, non considerato e non utilizzato. Si è poveri nella misura in cui quando si è richiesti per un servizio, si risponde: “Eccomi”, senza fare calcoli, sicuri di ricevere – insieme all’obbedienza – anche la capacità di compierla, grazie alla preghiera dell’Abate e della comunità. Si è poveri se umilmente ci si dispone a servire, senza presumere di sé, ma chiedendo ogni volta l’aiuto del Signore, nella piena convinzione che senza di lui nulla possiamo fare di valido e di buono. Ricordiamo che sempre la gioia di servire scaturisce dallo spirito di fede e dal desiderio di onorare Dio giovando ai fratelli. Essa è la preziosa ricompensa del povero».

Fece una pausa nel silenzio assoluto, non si sentiva infatti nulla e sembrava che tutti i commensali trattenessero il respiro. Poi pronunciò quelle che possono essere a ragione considerate le parole più importanti, quasi un testamento spirituale indirizzato al nostro don Camillo.
«Il monaco», aveva proseguito la Madre, «dovrebbe essere l’uomo del “”; dovrebbe sentirsi davvero come quell’asinello umile e mansueto che ebbe la fortuna di essere scelto per fare con Gesù l’ingresso in Gerusalemme: il peso che sentiva su di sé era il prezzo della sua stessa felicità. Il Signore Gesù ci vuole partecipi della sua “ora”, della sua umiliazione per introdurci con sé nella dimora del Padre nostro che è nei cieli; là dove, insieme con Maria e con tutti i poveri e i mansueti, lo glorificheremo in eterno, raccontando la meravigliosa storia della nostra chiamata alla salvezza».
“Quale vigore”, pensò don Augusto, “in una donnina anziana di età eppure tanto giovane nello sguardo e nel cuore, all’apparenza fragile ma in realtà tenace e forte come una vecchia quercia profondamente radicata nel terreno solido della fede e dalle fronde alte e possenti vicine a Dio”.
Appena la Badessa, con lentezza e ieraticità, si sedette le suore all’unisono dissero un fragoroso e sentito “Amen!”. Anche don Camillo redivivo lo pronunciò, ma un po’ a scoppio ritardato e la sua forte voce baritonale si percepì in tutta la sala facendo sorridere più di una suora e la Madre stessa.

Era andato al monastero per “lavorare”, ossia per esercitare il suo ministero, ed era ritornato a casa ristorato: un fine anno tanto ricco che lo rese gioioso, altro che botti o cenoni! Aveva ristorato lo spirito, niente valeva di più; aveva ringraziato il buon Dio per i doni ricevuti, non buttato via un altro anno; aveva guardato con speranza cristiana il futuro, sapendolo in mano al Signore, non con preoccupazione. Aveva, in fondo, sperimentato la gioia dei pastori che, come narra il Vangelo di Luca, «se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro».


Mentre si accingeva a entrare in canonica, al nostro pretone dalle mani spesse come mattoni vennero, infine, in mente altre parole di quella santa Madre: “è in Cristo che il Padre ci ama e ci raccoglie. Dobbiamo però conformarci totalmente a Lui; non avere quindi più alcun interesse che la gloria del Padre; essere sempre intenti alle cose del Padre: … io faccio sempre le cose che gli sono gradite (Gv 8, 29). Quanto Gesù ha potuto dire di se stesso dovrebbe poterlo dire anche ogni suo discepolo”.
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