10 gennaio 2018

È tornato don Camillo/40. Questione di coscienza

di Samuele Pinna
(Illustrazione interna di Erica Fabbroni)
Don Camillo redivivo non era affetto dal disturbo tanto di moda, da cui neppure i sacerdoti erano immuni, di considerarsi un “cristiano adulto”, ossia libero da ogni indicazione morale e asservito solo al “primato della coscienza”. In realtà, qui, il pretone di città intravedeva il punto dolente che ammorbava le comunità cristiane, frutto anche del relativismo ormai culturalmente imperante.

«A guardar bene le cose», stava spiegando a un Jean Paul tanto interessato quanto agguerrito, «il primato della coscienza altro non è che riconoscere il primato di Dio, il quale permette, a quel punto, di considerare il primato della propria coscienza. Al di là dello scioglilingua, odiernamente si è verificato un grave cortocircuito inerente al significato di “coscienza”. Tuttavia, che questo sia avvenuto al di fuori del cristianesimo poco importa, il problema – o, meglio, il dramma – lo diventa quando l’“incomprensione” è al suo interno».
 «Quale sarebbe il fraintendimento in atto?», chiese con seria curiosità Gianpaolo Fabbro, «Non è forse vero che la coscienza nella storia del cristianesimo è stata piegata per motivi di potere e di mero interesse…».
«E questo chi te l’ha insegnato?», domandò ironico il pretone, «Ah, è vero: lo zio Marx e la sua patetica storia della storia, storicisticamente intesa. Invero, caro il mio giovanotto, il riconoscimento del primato della coscienza non è mai stato trascurato nella dottrina cristiana, che ha sempre insegnato come la norma propria dell’agire per l’uomo concreto sia la sua coscienza personale, che egli deve sempre seguire, qualunque cosa comandi o proibisca».
«E questo che significa, Marx a parte?», incalzò il discente sempre più avvinto.
«Vedi», aveva ripreso il pretone, «il giudizio della coscienza – come ha spiegato quel Santo papa – è un giudizio pratico, ossia un giudizio che intima che cosa l’uomo deve fare o non fare, oppure che valuta un atto da lui ormai compiuto. È un giudizio che applica a una situazione concreta la convinzione razionale che si deve amare e fare il bene ed evitare il male. Questo primo principio della ragione pratica appartiene alla legge naturale, anzi ne costituisce il fondamento stesso, in quanto esprime quella luce originaria sul bene e sul male, riflesso della sapienza creatrice di Dio, che, come una scintilla indistruttibile (scintilla animae), brilla nel cuore di ogni uomo. Mentre però la legge naturale mette in luce le esigenze oggettive e universali del bene morale, la coscienza è l’applicazione della legge al caso particolare, la quale diventa così per l’uomo un interiore dettame, una chiamata a compiere nella concretezza della situazione il bene. La coscienza formula in tal modo l’obbligo morale alla luce della legge naturale: è l’obbligo di fare ciò che l’uomo, mediante l’atto della sua coscienza, conosce come un bene che gli è assegnato hic et nunc».

«Cosa è, dunque, cambiato oggi?», riprese il giovane con un bel punto di domanda che gli attraversava la bonaria faccia.
«Beh, la novità consiste in una rinnovata concezione della coscienza e delle sue funzioni, come ha insegnato anche quel tale. La mentalità antica riteneva, infatti, che la coscienza fosse soltanto l’altoparlante interiore in grado di trasmettere la legge di Dio: era perciò essenziale a essa la capacità di restare in sintonia con la voce divina; senza di che, diventava inservibile come una radio ricevente che non riuscisse più a mantenere il collegamento con l’emittente voluta. In questa visione, il primo compito imposto dalla coscienza non era di rinvenire dentro di sé i suoi contenuti, ma di ricercarli nei comandi del Signore. Il primo imperativo della coscienza, come ho detto poco prima, era di scrutare la legge».
«Ma scusi», intervenne accalorato l’altro, «la coscienza non deve uscire da sé stessa, ma – in una sorta di autoformazione libera – seguire semplicemente i propri desideri, con annessi i “cambi d’umore”, disinteressandosi delle norme oggettive le quali le sono del tutto indifferenti. Non c’è norma che possa imbrigliarla, altrimenti non sarebbe libera…».

«Bravo!», riprese sarcastico l’altro, «Ottima sintesi del pensiero moderno! Si è, con siffatto modo di ragionare, finalmente venuti a capo di un equivoco: si era fino a questo momento pensato che la coscienza fosse un mezzo dato da Dio per far conoscere la sua volontà: si è adesso capito che essa è in realtà un regalo molto più prezioso; è un mezzo per dispensare l’uomo dall’incomodo di conoscere la volontà di Dio. Tutto è così reso più facile: la coscienza è l’abolizione della legge. È la liberazione dalla schiavitù dei precetti e della casistica. In tal modo, l’imperativo morale è perfettamente semplificato: su tutto quello che capita, in ogni scelta – piccola o grande che sia –, nelle aspirazioni più nobili e nelle voglie più turpi, si deve seguire la coscienza, senza “se”, senza “ma”».
«Ma no…», balbettò il giovane marxista, «questo vuole solo mettere in risalto il carattere “creativo” della coscienza e chiamare i suoi atti non più con il nome di “giudizi”, ma con quello di “decisioni”: solamente prendendo “auto-nomamente” queste decisioni l’uomo può raggiungere la sua maturità morale».
«Per giustificare simili posizioni», aveva ripreso il nostro don Camillo, citando ancora il Pontefice e con la speranza di far ragionare l’interlocutore, «alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Non più una verità oggettiva, identica per tutti, ma tante verità quante sono le opinioni, che scontrandosi si elidono tra loro».
«Perfetto relativismo», sentenziò con rammarico l’altro.
«Esatto», concluse don Augusto, «e se tutto è relativo non si capisce il motivo per cui il tuo Marx dovrebbe essere seguito a discapito del mio Tommaso d’Aquino. Se c’è verità dappertutto significa che non c’è da nessuna parte!».

Il giovane se ne andò via meditabondo e triste: tanti pensieri interrogavano la sua coscienza, benché fosse difficile capirne il primato.
Dopodiché, il pretone di città rimasto solo e guardandosi intorno pensò tra sé e sé a riguarda della sua amata Chiesa, “Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette pastorali contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica creatrice, secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare”
.
E, pertanto, dovette mestamente constatare come ciò stava oramai avvenendo nell’orbe cattolico a riguardo soprattutto della morale e dei dogmi.
Forse oggi, più che mai, avremmo bisogno di qualche teologo alla don Camillo che non solo con fini ragionamenti, ma anche con qualche sonoro sganassone mettesse a posto le cose.

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