17 gennaio 2018

È tornato don Camillo/41. Mondo al contrario

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Don Augusto si era ritrovato davanti a quello che ricordava come un bambino vispo e superattivo e che ora gli si presentava come un ragazzotto maturo. Si erano incontrati per caso: il pretone ritornava in canonica dopo una visita in casa di un’anziana, mentre il giovane stava recandosi all’Università.

Avvicinandosi, dapprima si scrutarono, poi si sorrisero e infine si salutarono con un trasporto che il giovane non si aspettava. Il nostro don Camillo redivivo era stato il suo inflessibile parroco, prima del trasferimento in città, dai modi bruschi e scevro di smancerie.

In illo tempore, quel ragazzaccio là, era stato un vulcano di idee, con l’argento vivo addosso, e assomigliando ogni giorno di più a un geyser in continua eruzione. Le briglie che il povero prete dovette mettergli indosso erano una fatica per tutti: sia per la natura indomita del giovane, che lo faceva scalciare a più non posso, sia per chi aveva il compito di domarlo. Non che facesse niente di che, ma peggiorava con l’età: perseguiva con meticolosità progetti irrealizzabili, sogni educativi alquanto pittoreschi e senza una seppur minima concretezza. Se si aggiunge una fede superficiale, il quadro era completo. A partire da siffatta gioventù, il nostro don Camillo si era impegnato a portare un poco di cattolicità laddove non c’era nulla o quasi. Invero, dei ragazzi motivati c’erano pure, ma più inclini verso un generale voler bene che un autentico amore cristiano. Più passavano le generazioni e più le motivazioni scemavano, lasciando una sorta di nostalgico ricordo di un tempo che semplicemente non esisteva più.

Il giovane, sbalordendo il povero sacerdote, che non aveva mai dato troppa confidenza a chicchessia, invitò l’uomo in talare a bere un caffè. Entrarono in un modesto bar e si accomodarono. Dopo mille convenevoli, il pretone si decise a chiedere come andassero le cose in parrocchia, soprattutto nel servizio con la gioventù. Il ragazzotto ben cresciuto rispose che negli ambienti clericali non ci andava più da un pezzo. Prima aveva continuato a partecipare alle svariate attività, ma aveva iniziato a capire che la sua fede era in crisi. Tuttavia, i ragazzi gli davano comunque tanto e per questo aveva proseguito. Poi comprese che i ragazzi gli donavano sempre meno e la fede era quasi sparita dalla circolazione. Infine, davanti al nulla sensoriale, cioè il ritorno affettivo per quanto faceva, aveva deciso con piccato discernimento di abbandonare tutto. E, quindi, si era allontanato, precisando che come lui avevano fatto tanti altri. Al nostro don Augusto venne una fitta al cuore, ma riuscì a non perdere il sorriso. Dopo altre due battute si rassegnò ai frutti del discernimento onestamente fatto con serio metodo superficiale. Del resto, ciò era paragonabile alla fede di quei giovinastri.

“Che senso ha avuto”, si disse il pretone dalle mani grosse come badili, “tenerli chiusi in un recinto, se appena si è aperto il serraglio questi sono scappati via a gambe levate, dimenticando ogni insegnamento?”.
Mentre così ragionava, si salutarono con affetto e il pretone gli confidò che avrebbe pregato per lui.

«Credo di essere diventato agnostico», gli disse il ragazzo.
«Sempre meglio che ateo», aveva risposto il prete di città.
Don Camillo redivivo rimase lì inebetito per un poco di tempo: non si vedeva ma il cervello andava a mille, macinando pensieri su pensieri alla velocità della luce. Alla fine non accusò nessuno, se non se stesso. Era il fatto del mondo al contrario che lo tormentava.
“Mondo al contrario, mondo al contrario”, continuava a ripetersi quasi fosse un mantra.
Sì, perché don Camillo redivivo comprese che essere soggetti attivi nella comunità cristiana non significa essere ugualmente attivi nella fede. Filantropia, bisogno di relazioni, appartenenza in un luogo, non portano necessariamente a rinnovare o ad approfondire il proprio credo. Lo stesso vale per quei giovani che, con generosità, si preoccupano dei più piccoli.
“Non sta qui il motivo”, riprese a ragionare l’uomo in talare, “per trasmettere, con verità, a chi ci è affidato, la bellezza della buona notizia”.

Il senso di inadeguatezza gli bruciava e c’era poco da stare quieti.
“Questo non è un problema per chi si accosta alle nostre strutture”, ripensava il pretone ormai entrato in chiesa, “ma per coloro che le conducono, sì!”.
Un ragazzo che si accosta in parrocchia può farlo per svariati motivi, nessuno conta davvero, perché ciò che ha valore è l’accoglienza con cui viene ricevuto. Accogliere, però, non significa altro che fare spazio, far stare bene, ossia far stare nel Bene, il nuovo venuto, consegnandogli un messaggio: quello di Gesù mediato dalla Chiesa. Si può partire anche dallo zufolare, come aveva fatto il Santo educatore con quel birbone d’asporto, ma per poi giungere a mostrare la bellezza dell’essere un vero cristiano. Ecco l’invito, dopo il fischiettare insieme, quale dichiarazione di amicizia, di imparare un poco di catechismo. Per testimoniare la bellezza cristiana, pertanto, bisogna averla incontrata e fatta propria. E qui il problema si fa serio. Il rischio è quello di recitare una parte e non trasmettere più un fico secco! È come quel lavoratore dello sportello di banca che è tanto apprezzato per la sua simpatia e il credito che ispira ai clienti. Il suo lavoro non sarà buono, nonostante questi tratti, se tutti gli investimenti consigliati alla fine risulteranno fallimentari, portando al lastrico i fiduciosi e fiduciari risparmiatori. Non è la filantropia a far crescere nella fede. Non è essere accattivanti o regalar sorrisi, testimoniare il Vangelo. Non è essere piaciuti e piacenti, educare. L’investimento educativo è soltanto uno, il resto è uno strumento: incontrare Gesù, l’unico che può cambiare davvero la vita.

“E allora poi ci siano anche le salamelle”, si disse ancora don Augusto, “le partire di calcio, le recite e tutte le altre diavolerie. Ma queste non devono mai diventare il fondamento, altrimenti la fede va a farsi benedire!”.
Mentre tutti questi e altri ragionamenti si arrovellavano nella testa del pretone di città, egli notò il lezionario in mezzo alla chiesa: le pagine smosse dal vento giravano senza posa. Quando don Augusto si avvicinò si accorse che le Letture non erano quelle del giorno e, pertanto, si appropinquò per sistemarle. L’occhio, però, gli cadde sulla pagina biblica dinnanzi a lui. Si fermò e cominciò a leggere lentamente.

«Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo (3,14-21)», il prete di città si avvide che il brano riportava la preghiera di Paolo recitata per i fedeli a lui affidati, « Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen ».

Pronunziò quell’“Amen” con assoluta gravità, senza poter fare altro se non portarsi davanti all’altare maggiore in cui era custodita la presenza reale di Cristo. Qui, in una chiesa semivuota e poco illuminata, si mise a pregare con devozione e speranza. Piegando le ginocchia.

 

0 commenti :

Posta un commento