24 gennaio 2018

È tornato don Camillo/42. Cesarina se ne è andata

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)
L’avevano chiamato appena la situazione si era aggravata e il nostro don Camillo si era scapicollato immediatamente, recando con sé gli olii santi.

Cesarina si era spenta serenamente nel sonno, stretta nell’abbraccio di persone commosse che l’avevano vista prepararsi per l’ultimo viaggio.
Al ritorno a casa, don Augusto stava risistemandosi le idee in vista delle esequie imminenti. “Nei funerali”, si disse, “non bisognerebbe parlare più di tanto del morto, perché si dovrebbe semplicemente affidarlo alla misericordia di Dio di cui tutti quanti abbiamo bisogno. Tuttavia, possono esserci delle eccezioni, quando chi ci ha lasciato non ha vissuto genericamente il bene, ma ha dato prova di una vita cristiana autentica, ossia improntata sulla santità”.
E aveva concluso che quello era sicuramente il caso della Cesarina.
“È un dovere”, si disse ancora il nostro pretone, “dire qualcosa”.
Tuttavia, anche qui non si sarebbe dovuto parlare genericamente del caro estinto, ma sempre del Signore, di come cioè abbia agito sulla persona, trasfigurandola: e la Cesarina era stata davvero trasformata dal Suo amore.
Don Camillo redivivo aveva conosciuto la Cesarina quando era già anziana. Per un sacerdote di parrocchia, se vive con intensa verità il suo ministero, i fedeli affidati alle sue cure pastorali sono la propria famiglia. Quando un prete, che vive con intensa verità il suo ministero, non va d’accordo con qualche parrocchiano, prova la sensazione di un padre non compreso dal figlio a cui vuol bene, nonostante tutto. Ma, come un padre, quando incontra un dono messo da Dio sulla sua strada, è felice per il proprio figlio, che può essere fratello oppure padre a sua volta o, semplicemente, amico.
C’è, poi, nella comunità qualcheduno con cui si instaura una relazione più profonda, le cause esteriori possono essere tante (sintonia, simpatia, stesso sguardo sulla realtà…), ma queste sono, appunto, periferiche. Invero, sono lo strumento di cui Dio si serve per permettere di vivere appieno una relazione che stimoli a crescere nella vita spirituale.

In tal modo, il nostro carrarmato in talare aveva conosciuto la Cesarina: superficialmente si potrebbe dire “per caso”, ma con gli occhi della fede, invece, si capisce bene che è stato un dono, immenso.
Perché la Cesarina era stata una donna di fede granitica. Non una donna di fede e basta. Una donna dalla fede grande, capace – secondo la parola di Gesù – di spostare le montagne. Una fede che è vita, non un pensiero astratto sulla realtà, ma il modo di rileggerla in modo giusto e sensato. Oggi, infatti, pare smarrito e manca ai più il buon senso, che aiuta a rileggere le cose che ci capitano, perché si è circondati, immersi, nella confusione. E questo comporta il rischio di fare un viaggio senza meta.

La Cesarina aveva insegnato, fino all’ultimo, qual era lo scopo dell’esistere: l’incontro con il Cristo! Non era stanca della vita (le pesava solo dar fastidio alle persone care, eppure quanto bene aveva ancora fatto nonostante fosse bloccata su una carrozzina o allettata). No, non era stanca della vita, ma voleva incontrare il suo Signore, lo desiderava, comprendeva e trasmetteva che nulla aveva più valore! Per questo viveva nella gioia, nonostante le sofferenze di un corpo sempre più debilitato. Gioia vera, pura, radicata nel profondo del cuore. Lo si percepiva dai suoi sorrisi, dai suoi occhi luminosi che si accendevano quando stringeva il suo crocefisso, dalla sua voce che prendeva vigore e solennità.

Ecco l’eredità di Cesarina: un crocefisso che teneva sempre con lei. Quella Croce che aveva abbracciato e che abitava la sua carne. Un Crocefisso che amava. Non tanto quello di legno e metallo, che aveva avuto vicino sino alla fine, ma quello che abitava il suo cuore.
Don Augusto ricordava come, qualche anno prima, in quel preoccupante ricovero nell’ospedale di città, era corso con la figlia per l’unzione degli infermi e le avevano portato anche quel crocefisso di legno e metallo. Il pretone si figurava ancora la sua gioia, gioia che si è sempre manifestata nei loro periodici incontri di quegli ultimi anni. Non l’aveva mai vista una volta disperarsi e sempre mostrava la sua fede, che la rendevano così amabile a tutti.
“La Cesarina”, si chiese retoricamente e meditabondo, “appartiene ai giusti?”.
La risposta non poteva che essere affermativa. Ecco il motivo per cui nel libro della Sapienza si nega la morte dei giusti: solo per gli insipienti – che non oltrepassano la cortina ingannatrice dell’apparenza – il giusto muore:
Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio – si legge nel testo sacro – , nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace ”.
“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio… essi sono nella pace”, sussurrò don Augusto, ripetendo quelle parole richiamate alla memoria.

Quando era corso per salutare Cesarina, pregando sul suo corpo appena spirato, era sereno; dispiaciuto ma sereno, perché lei era in Dio. Poi, quando era tornato a casa aveva un magone grosso da far paura, perché è così, se ti leghi a una persona senti tutto il dispiacere umano per la sua dipartita. No, non è l’età, non è il modo in cui uno se ne è andato, è l’amore: se hai voluto bene, si soffre; se hai voluto bene, soffri. Ma in quei giorni, il pianto si era trasformato in lacrime di gioia. Era una gioia impalpabile, decisamente soprannaturale. Anche questo era stato un dono, l’ultimo di Cesarina, che faceva piangere i suoi cari con il sorriso e che avrebbe bonariamente sgridato chiunque, dicendo: “Non piangete, adesso io sono nella luce, sono con il mio Gesù!”.
Allora capisci, attraversato dal dolore, che la vita è un dono immenso, che ha un senso, un fine. Tutto può essere fonte di felicità, se il fondamento della gioia lo portiamo nel cuore, iscritto nel nostro intimo e presente ai nostri sensi in un piccolo crocefisso di legno e ferro, come la Cesarina. Il nostro merito sta, dunque, nell’affidarsi a Dio e sarà Lui a riempire il nostro spirito di speranza.

«La Cesarina, donna di fede concreta e profonda», disse con solennità nelle esequie il nostro commosso don Camillo, «ha vissuto in pieno le beatitudini, perché sorretta dal Signore. Ha superato anche il dolore, inevitabile in ogni esistenza, e ha capito su cosa davvero fondare la propria vita.
La Cesarina ci ha insegnato, con la sua testimonianza, a essere poveri in spirito, cioè a essere, come gli anawim ruah, “umili”, capaci di riconoscere Dio come fondamento della vita, scoprendo in Lui il Padre da cui sentirsi amati e da amare nel Signore Gesù per mezzo dello Spirito.

Ci ha insegnato, con la sua testimonianza, a sapere che, nonostante le nostre afflizioni, saremo consolati.
Ci ha insegnato, con la sua testimonianza, a essere miti, sapendo che erediteremmo la terra della promessa, la patria del cielo, che ha il suo principio nella vita terrena.
Ci ha insegnato, con la sua testimonianza, a essere misericordiosi, per trovare misericordia, a essere puri di cuore così da vedere Dio.
Ci ha insegnato, con la sua testimonianza, a essere nella gioia, nonostante tutto.
Ci ha insegnato, con la sua testimonianza, ad affrontare la Croce e ad abbracciarla, perché non c’è vita senza croce, ma quando si accetta quella di Cristo, egli non delude, non lascia soli, dona la gioia piena.
Ci ha insegnato ad amare la vita terrena, perché ha amato il Vivente, il Crocifisso risorto, nell’attesa di quella che non finirà più.
Ci ha insegnato, proprio mediante questi insegnamenti, a essere strumenti di Dio per appagare il nostro desiderio di infinito.
Lei amava la montagna, che permette di contemplare la bellezza del creato nello stupore ammirato verso il Creatore. E ha ricevuto da suo marito, scomparso ormai da tempo, proprio una luminosa, ancor di più ora, poesia a riguardo.

Sei in vetta,
guarda laggiù in fondo alle valli
tra nebbia o foschia la vita frenetica
tormentata dalle losche trame della mondanità,
e tu che con l’ardore ed il sacrificio
sei arrivata quassù nell’aria limpida
devi il tuo spirito
nella fede incrollabile che avvolge
la traboccante gioia e la felicità ”.

Che il Signore possa accogliere questa nostra sorella nella gioia festante del cielo. Amen».

“Grazie, Signore”, disse infine al suo cuore il nostro pretone, con una lacrima che gli bagnava la guancia e sfiorava le labbra aperte in un sorriso, “per il dono di Cesarina, che ora è finalmente in vetta avvolta nella Tua traboccante gioia e felicità”.  

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