31 gennaio 2018

È tornato don Camillo/43. Sacra Famiglia o Famiglia Sacra?

di Samuele Pinna
(con un'illustrazione interna di Erica Fabbroni)
Il nostro don Camillo si era affacciato in sacrestia prima del previsto e, pertanto, poté gustarsi il predicozzo del pretonzolo bolscevico. Si era già preparato, indossando cotta e stola per uscire e aiutare nella distribuzione ai fedeli dell’eucaristia. Visto il largo anticipo, si sedette a fianco del sacrestano e (davvero un errore irreparabile!) si mise ad ascoltare lo sproloquio dell’omileta, venuto dal Sudamerica per invogliare a contribuire per le missioni. Il nostro povero don Augusto si accomodò sbuffando. Era, infatti, perplesso, perché non aveva ancora compreso fino in fondo il motivo per cui, quando veniva un sacerdote missionario, bisognasse trasformare la parrocchia in una missione. Si vedeva benissimo la forzatura, la distanza di mentalità e il modo banale, quasi volgare, con cui si scimmiottavano altre (e dignitose) culture.
Di là dall’enigma, poca cosa rispetto a quanto stava per succedere, il nostro pretone si accomodò vicino al Girotti, ma dovette alzarsi quasi subito appena sentì le prime parole del predicatore.
«Oggi si celebra la festa della Sacra Famiglia. Come negli anni scorsi, anche oggi ho già sentito espressioni retoriche, formali, melense, sia a riguardo della Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, sia a riguardo delle famiglie d’oggi. Uno dei paradigmi di astrattezza e di “mistificazione” è il Prefazio, che sarò costretto a leggere tra poco».

Don Camillo redivivo, che pareva tarantolato, non stava fermo un attimo, camminando in su e in giù per la sacrestia, mentre dall’altoparlante uscivano ancora spudorati vaneggiamenti.
«Così recita la Liturgia», aveva proseguito l’altro, «“Nella casa di Nazaret regna l’amore coniugale intenso e casto; rifulge la docile obbedienza del Figlio di Dio alla vergine Madre e a Giuseppe, l’uomo giusto a lei sposo; e la concordia dei reciproci affetti accompagna la vicenda di giorni operosi e sereni”. Non assomiglia a uno spot pubblicitario?! Poco prima lo stesso Prefazio ci fa pregare: “Il tuo unico Figlio, venendo ad assumere la nostra condizione di uomini, volle far parte di una famiglia”. Aggiungerei: una famiglia normale. Di persone profonde, sensibili, devote, di carattere. In questo sono nella fede di Israele. Fin qui ci è testimoniato dalla Sacra Scrittura. Ma tutto il resto... perché dobbiamo inventarlo e indicarlo come esempio (“modello sublime di vita familiare”, dice l’orazione all’inizio della Messa), tratteggiandolo con delle espressioni che si avvicinano più alle fiabe che al vissuto delle famiglie di duemila anni fa e della nostra epoca?!».
Don Camillo redivivo aveva le vene del collo gonfie da far paura.
«Perché», aveva risposto a chi non lo poteva sentire, «il modello della famiglia è la Sacra Famiglia, composta da una donna che è senza peccato originale, un uomo giusto e il Figlio di Dio! E questo ci permette di comprendere che solo con l’aiuto della grazia del Signore possiamo vivere l’amore vero e cristiano, a imitazione di Gesù in qualsiasi longitudine e tempo storico ci si trovi, altrimenti si arriva alla situazione odierna dove si chiama matrimonio quello che non è…».
Ma dovette interrompere il suo discorso, perché la blasfemia proclamata dall’ambone proseguiva.
«Saranno stati in disaccordo anche Maria e Giuseppe? Ci saranno stati i giorni poco operosi e qualche difficoltà a tirare la fine del mese? Si saranno scoraggiati a dover scappare in Egitto? Avranno avuto male ai piedi, influenze, morti di persone care, disaccordi coi vicini? Qualche pagina della Torah e qualche atteggiamento del figlio saranno stati incomprensibili anche per loro? Avranno dovuto trovare un modo equilibrato (e a volte faticoso e “di compromesso”) per vivere i gesti della loro intimità?».
«Cosa?», aveva letteralmente urlato don Camillo redivivo, «brutta bestia ignorante! Il Vangelo dice che “non compresero”, ma che “Maria custodiva tutte queste cose nel suo cuore”, quando ritrovarono Gesù nel tempio. E questo per insegnarti, cretino, che la fede è un cammino verso quella perfezione del Padre, che libera dalla schiavitù del peccato, dell’egoismo che possediamo a causa della nostra natura ferita e che senza grazia fa rinchiudere egocentricamente l’uomo in se stesso!».
«Reverendo», aveva interrotto il filo logico di quelle parole Pippo, ridendosela alla grossa, «io non sono un teologo, ma lo sanno tutti della verginità di Maria, che sarà stata pure una rinuncia, ma per qualcosa di più grande, per un bene maggiore. La stessa cosa che ha deciso Giuseppe nel momento in cui non ha licenziato in segreto la Madonna…».

Davanti a quel lucido ragionamento, il pretone si calmò un attimo e allungò il collo vicino all’altoparlante.
«Altrimenti», proseguì l’eretico pretonzolo, «scatterebbe una dinamica che definirei perlomeno “poco rispettosa” dell’Incarnazione e della Redenzione: il Figlio, invece, assume tutta la realtà (anche con le sue ordinarie stanchezze e difficoltà), affinché tutta sia redenta».
«Ah che bella bestemmia!», esclamò l’armadio in talare, «“Fatto in tutto simile a noi, eccetto il peccato”! Ma cosa sta dicendo? Gesù non viene a confermarci nel nostro limite, ma a elevarci per renderci veri uomini, quelli pensati dall’eternità, in Cristo, da Dio Padre. E Maria ne è il modello, proprio perché non si è lasciata consumare dalla finitudine, cedendo al peccato!».
«Mi sembrerebbe anche poco rispettosa», aveva proseguito l’altro, incurante di parole che non poteva ascoltare, «della vita ordinaria degli uomini e delle donne di ogni epoca (cristiani e non): le vie difficoltose e spesso deraglianti che posto hanno agli occhi di Dio, se Lui le avesse schivate? E che dire del rispetto verso Maria e Giuseppe? Non avevano essi stessi bisogno di salvezza? Non desideravano anche loro una vita più bella, più felice, più amorevole?».
«Che delirio… “cristiani e non”!», aveva concluso il Panzer in talare dalla sacrestia, che assomigliava molto a una bestia chiusa in gabbia.
«Io non ho capito», domandò il buon sacrestano, «che vuol dire che “desideravano anche loro una vita più bella, più felice, più amorevole”?».
«Bisogna chiederlo a quell’idiota!», replicò stizzito, «Il Vangelo non è una favola né qualcosa da demitizzare! E quell’ignorante non fa altro che confondere il fine della vita, perché probabilmente non crede in quello vero. Se, come è per lui, il fine è intramondano è ovvio che l’altro mi serve solo per il mio benessere e quando questo benessere non mi è più dato o si butta via oppure ci si sforza, in modo a volte gravoso, di sopportarlo. Ma se il fine è l’incontro con Dio, l’altro che mi è messo a fianco, l’altro con i suoi limiti, proprio l’altro per quello che è, è la persona che il Signore ha messo sul mio cammino, perché “io” possa santificarmi! E non sopportandolo, ma supportandolo, cioè amandolo nonostante la sua finitudine. Tuttavia, caro Pippo, da soli è impossibile per la nostra condizione di concupiscenza… necessitiamo la grazia, altro che “cristiani e non”! Quella grazia Maria e Giuseppe l’avevano in abbondanza, perché Maria era la piena di grazia, perché la Grazia stessa era con loro!».
Conclusasi la Messa, il pretonzolo tolse i paramenti così come don Augusto la stola e la cotta, mettendole al loro posto.
«Lei», disse minaccioso don Camillo redivivo, «ha detto un sacco di cretinerie durante l’omelia. È proprio un asino! Ero tentato di salire all’ambone e risponderle per le rime».
«E che cosa mai avrebbe potuto rispondermi?», ridacchiò il pretonzolo.
Avvertito che una cosa del genere era già capitata, il nostro pretone non si seppe trattenere, soprattutto dinnanzi a quello sporca provocazione. Del resto, aveva notato che il missionario aveva, anche lui, come in quel famoso racconto, la zucca rapata tutto attorno. Come poteva contenersi dopo aver dovuto subire quel concentrato di scemenze? E fu così che lo scapaccione risuonò secco e preciso come una schioppettata. Uno scapaccione eccezionale. Uno di quegli scapaccioni che riescono una volta su diecimila e che possono essere definiti “pitturati”. Era una vera opera d’arte e anche il Crocifisso della sacrestia, quando il nostro don Camillo andò a spiegargli il fatto e a scusarsi, non se la sentì di rimproverarlo.
«Non se la deve prendere, Reverendo», lo consolò Pippo Girotti, ancora divertito per il manrovescio e con in testa un pensiero malizioso, che però non rivelò.
“Povero missionario”, si ridisse sorridendo, “sarà diventato di-missionario”.
«Hai ragione», ammise l’altro, «ma ci sarà chi si sarà bevuto quelle nefande sciocchezze e, magari, si sarà pure complimentato con quel folle per le sue toccanti (o meglio toccate) parole».
Il sacrestano, incredibilmente ispirato, tirò fuori un libro e invitò don Augusto a leggere qualche riga. Si trattava di un pezzo di quel birba del Guareschi, dove l’originale don Camillo, inginocchiato davanti all’altar maggiore con gli occhi rivolti verso il Cristo Crocifisso, aveva detto:
«“L’importante è che continuino ad andare in chiesa e a mantenersi in contatto con Dio”.
“È bene che anche i sacerdoti di Dio”, rispose il Cristo, “continuino a mantenersi in contatto con Dio”.
“Naturalmente”, approvò don Camillo».

 

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