06 gennaio 2018

Eutanasia o accanimento terapeutico: una falsa alternativa


di Federica Poddighe

Quando avevo meno di vent’anni ho letto un libro, “La morte amica. Lezioni di vita da chi sta per morire” di Marie de Hennezel, consigliatomi da una ragazza che faceva l’infermiera ed era a contatto quotidianamente con la sofferenza e la morte. Da allora, il dilemma tra “eutanasia” e agonia, la scelta angosciosa in cui potrebbe trovarsi ciascuno di noi nel momento fatale, mi è apparsa in tutta la sua ipocrita falsità.
Il libro è stato scritto da una dottoressa impegnata in un avanguardistico reparto di cure palliative francese, in cui venivano ricoverati i pazienti nella fase terminale delle loro malattie, o i malati affetti da patologie croniche e inguaribili, così terribili e atroci che è difficile anche solo immaginarle.
Nel libro non c’è alcuna impostazione ideologico/confessionale e la prefazione è stata scritta da Francois Mitterand, che tutto fu, tranne un chierichetto devoto.
Quello delle cure palliative è un concetto limpido che mai viene accennato nelle “battaglie di civiltà” di chi invoca il diritto alla “buona morte”; una verità semplice: non esiste un bivio impietoso e ineludibile fra “iniezione letale” (o interruzione di cure e nutrimento) e “accanimento terapeutico”.
Esiste ed è sperimentata una terza via, quella attraverso cui si somministrano al malato – terminale o inguaribile – cure palliative che ne leniscono il dolore fisico e lo accompagnano in un percorso terapeutico di assistenza psicologica, affinchè il trapasso avvenga nella maniera meno traumatica e più naturale. Qual è il problema?
Come ogni cura, anche quella palliativa costa: un costo di cui la collettività (lo Stato, se la parola ha ancora un senso) dovrebbe farsi carico. Nella consapevolezza che tali cure sono “a perdere”: il moribondo non guarirà, non produrrà più reddito da tassare; non contribuirà con i suoi sacrifici e la sua austerità al “bene comune” (ovvero al mantenimento di una élite nazionale e sovranazionale parassitaria e fratricida).
Alla luce di ciò, non mi é dato ravvisare nessuna battaglia di civiltà, nessuna modernità illuminata in quei provvedimenti in cui si ravvisa una riedizione in chiave ragionieristica, ma politicamente corretta, dell’eliminazione del debole o del “mal riuscito”, tipica di moltissime culture antiche. I malati costano, i malati terminali (o gli handicappati o i malati cronici) costano e non guariranno mai: investire in cure destinate solo ad assisterli fino alla morte deve apparire uno spreco osceno nelle nostre società occidentali e progressiste, in cui l’uomo ha senso solo fin quando sia in grado di produrre e consumare.
L’esperienza, anzi le esperienze, riportate nel libro sono illuminanti anche e soprattutto perché consentono di superare quella summa divisio artificiosamente esasperata fra impostazione laica e impostazione religiosa. E quel pensiero – che definiremo banale e idiota, se non conoscessimo la mala fede che dietro vi si cela – per cui a osteggiare i provvedimenti su eutanasia (o “fine vita” per usare il furbesco eufemismo) siano solo i fondamentalisti cristiani, ansiosi di emulare l’agonia del Nazareno morente.
Niente di più falso. Il ragionamento va invece impostato in una chiave oggettiva, di ragionamento e consapevolezza. Il tempo di chi sta per morire, ci spiega l’autrice, come quello di chi è inchiodato al suo corpo come ad uno scafandro da una malattia inguaribile e invalidante, è tempo di vita, non di morte. E come tale ha diritto alle cure mediche e all’applicazione di tutto quel sapere scientifico (declinato nei rami della chimica, della farmacologia e della psicoanalisi) che mai deve essere separato dall’aspetto umano e dall’umana empatia.
Mitterand, nella sua introduzione, si dichiara colpito da una paziente in particolare: una mamma trentenne, inchiodata al suo letto di ospedale da una patologia sopraggiunta e rarissima che le inibisce ogni movimento autonomo. Tranne per un solo dito, con il quale – aiutata da un pc – comunica con l’esterno. Con quell’unico dito spiegherà al Presidente francese la sua visione della morte: “Non credo in un Dio di bontà e giustizia… Ma non per questo ritengo che possiamo essere ridotti ad un mucchietto di atomi.. Chi morirà, vedrà!”

http://www.lefondamenta.it/2018/01/04/eutanasia-accanimento-terapeutico-falsa-alternativa/


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