25 gennaio 2018

Gioachino Belli. Dolori (e gioie) del matrimonio

di Aurelio Porfiri
Parlando di Belli, della sua straordinaria raccolta di sonetti nel dialetto romanesco, abbiamo notato come il poeta romano che fa parlare “i semplici”, i popolani, poi semplice non lo è per niente, già partendo dallo stratagemma che usa e che confonde i suoi interpreti: ma quando parla il popolano esprime l’opinione del poeta o il poeta si distanzia da quello che fa dire al popolano? Certo questo è un tema di ermeneutica belliana fondamentale. In un colloquio recente che ho avuto con il professor Marcello Teodonio, il massimo esperto belliano e il cui lavoro sul poeta mi è molto presente quando mi occupo di “peppe er tosto” (il soprannome che usava il poeta per se stesso), ci siamo occupati proprio di questo aspetto: c’è l’intenzione del poeta di usare il popolano per poter dire cose che apertamente non poteva dire? Forse, o forse no. Certo che la straordinaria capacità di Belli di mettersi nei panni della gente del popolo è fenomenale, questo solo i romani autentici possono capirlo. Ma il poeta parla di cose universali, cose che non riguardano solo i romani ma che sono patrimonio di tutti. Parliamo per esempio del matrimonio. Propongo un sonetto del 15 febbraio 1833 che parla proprio del matrimonio come Sacramento, facendo risaltare una interpretazione che farà saltare sulla sedia forse qualche teologo ma che poi nasconde verità più profonde.

Leggiamo il sonetto chiamato “Chi ssì e cchi nnò” per poi spiegarlo:

Sor Bragalisse mio, con cuell’occhiali
voi sce vedete meno d’un pupazzo.
Li Sagramenti tutt’e ssette uguali?!
Ve posso dì cche nnun è vvero un cazzo.
Pe cconfessà, li sagri tribbunali
sò ssempre uperti: bbattezzi un regazzo,
l’acqua sta ssempre in ordine: t’ammali,
e ll’ojjo-santo te lo danno a sguazzo.
Nun c’è antro ch’er zanto madrimonio
c’ha li tempi provìbbiti, e vviè a èsse
mezzo de Cristo e mmezzo der demonio.
Fregamo tutto l’anno e vvoi e io,
e li preti sce serreno le fesse
da fotte in grazzia der Ziggnor’Iddio.

Ora, quando leggeremo questo sonetto non dobbiamo dimenticare la doppia natura ermeneutica, quella che in esso parla un poeta travestito da popolano o forse un popolano travestito da poeta e chissà che questa seconda ermeneutica non sia quella più vera. Certo Belli era un uomo colto, non aveva quelle mancanze culturali che solitamente verrebbero attribuite ai popolani, ma di questi aveva quella romanità essenziale, caratteristica che fa(ceva) la grandezza della città. Una grandezza forse oramai più passata che presente, ma che pure ancora può essere percepita nelle opere dei nostri padri e nel lavoro silenzioso ma efficace di alcuni nostri contemporanei.

Sor Bragalisse mio, con cuell’occhiali
voi sce vedete meno d’un pupazzo.
Li Sagramenti tutt’e ssette uguali?!
Ve posso dì cche nnun è vvero un cazzo.
Pe cconfessà, li sagri tribbunali
sò ssempre uperti: bbattezzi un regazzo,
l’acqua sta ssempre in ordine: t’ammali,
e ll’ojjo-santo te lo danno a sguazzo.

La traduzione della prima quartina potrebbe essere come segue: signor bracalone mio (Belli spiega che “bragalisse” veniva definito colui che indossava le brache in modo scomposto e disordinato, come accadeva per le persone anziane), con quegli occhiali voi ci vedete meno di un pupazzo (che naturalmente non vede niente). I sette Sacramenti sono allo stesso livello? Posso dirvi che non è per nulla vero. Già dal modo in cui Belli “apparecchia” questa prima quartina, possiamo capire che il poeta (o il popolano che parla) ha in serbo per noi qualcosa di speciale. Non vi fate sorprendere dall’uso del turpiloquio, in quanto per restituirci un popolano autentico non può che farlo parlare nel modo in cui i popolani parlavano (e parlano, credete a me). E poi le parolacce hanno una funzione sociale, come ci spiega Vito Tartamella, caporedattore di Focus e autore del libro “Parolacce. Perchè le diciamo, cosa significano, quale effetti hanno”. Un libro certo singolare ma che ci offre una finestra su un mondo di parole che noi spesso usiamo ma senza mai parlarne apertamente.
Tartamella dice che “Le imprecazioni sono usate con funzione rafforzatoria, sono punti esclamativi”.

In questo senso va capito e spiegato l’uso delle parolacce in Belli. Bisogna ben distinguere l’imprecazione dall’offesa. E anche nel caso dell’offesa si considera l’uso della parolaccia più grave dell’offesa senza parolacce, non tanto per l’uso dell’imprecazione in se stessa, ma in quanti l’imprecazione rafforza il contenuto offensivo della frase. Sempre Tartamella spiega che “imprecare serve a sfogare un surplus di energia che altrimenti resterebbe nell’organismo, ritorcendosi contro noi stessi”.
Ripeto, per questo l’uso delle parolacce va disciplinato e fanno bene i genitori che ne proibiscono l’uso ai figli, in quanto la parolaccia è uno strumento che può avere effetti positivi (lo sfogo) ma anche negativi, rendendo la frase in un certo senso più definitiva. Se leggete la prima quartina nella versione originale e poi la paragonate alla mia parafrasi, vi rendete conto che la parolaccia definisce con più essenzialità quello che si voleva dire, è proprio come un punto esclamativo. Per restare alla parola usata dal Belli, lo stesso Tartamella in un articolo interessantissimo (e serissimo) chiamato genialmente “etimologia del cazzo” rilevava che “uno dei narratori più importanti del Novecento, Italo Calvino, aveva elogiato la sua “espressività impareggiabile“, che fa impallidire i suoi sinonimi nelle altre lingue europee: tanto che arrivò a suggerire di “farne un uso appropriato e non automatico; se no, è un bene nazionale che si deteriora, e dovrebbe intervenire Italia Nostra”. Ma come rileva il nostro Tartamella, l’etimologia della parola ha origini misteriose. Ci sono varie tesi affascinanti su cui non mi soffermo qui e nello stesso articolo si dà conto dell’uso della parola in questione da parte di Leonardo da Vinci, Macchiavelli e dell’Aretino (cosa che non sorprende). Alcuni fanno risalire l’uso di questa parola ad un documento ritrovati ad Arco (Trentino) nel XIII secolo, cosa che presuppongo farà felici i miei amici di quelle parti.

Veniamo alla seconda quartina: per confessare, i “tribunali sacri” (cioè i confessori) sono sempre aperti, se devi battezzare un ragazzo, l’acqua [santa] la trovi sempre disponibile; se ti ammali l’acqua santa te la forniscono in grande quantità. Il popolano ci dice come per confessarsi, battezzarsi o ricevere l’estrema unzione non c’è certo carenza, in quanto queste cose sono sempre disponibili. Molto bello l’uso della parola “sguazzo” che bisogna conoscere per capire anche l’effetto ironico della frase. “Sguazzo” etimologicamente significa passare un fiume, agitarsi nell’acqua (da qui sguazzare o guazzare) ma la parola sembra formata dal participio passato “gavisus” da gaudere, con il senso di “provare piacere”. Quindi il Belli, che come dicevamo era uomo molto colto, sembra implicare che i sacerdoti provassero quasi piacere nel comminare l’estrema unzione ai poveri malati il che, se ci si pensa bene, non è una cosa brutta. In fondo con quel Sacramento essi provvedevano il morente o l’ammalato grave con i mezzi soprannaturali per affrontare i gravi pericoli insiti nella fragilità della natura umana.

Nun c’è antro ch’er zanto madrimonio
c’ha li tempi provìbbiti, e vviè a èsse
mezzo de Cristo e mmezzo der demonio.
Fregamo tutto l’anno e vvoi e io,
e li preti sce serreno le fesse
da fotte in grazzia der Ziggnor’Iddio.

Le terzine che concludono il sonetto ci offrono la chiave di lettura di tutto il sonetto, con la prima che funge da spiegazione per fare luce sulle prime due quartine che lette da sole rimangono un poco misteriose, mentre l’ultima ci offre una specie di massima morale per dare senso a quello che il popolano intende dire. Vediamo una parafrasi: non c’è altro che il santo matrimonio che ha i tempi proibiti, e che così viene ad essere mezzo di Cristo e mezzo del demonio. Facciamo l’amore tutto l’anno io e voi, e i preti ce lo impediscono [in quei tempi] per farci rimanere in grazia di Dio Signore.

Marcello Teodonio, nel suo “Er Catachisimo”, così interpreta questo sonetto: “Il sonetto si sviluppa dalle parole beffarde con le quali, nella prima quartina, viene ribattuta l’opinione contraria dell’altro interlocutore, all’esemplificazione contenuta nella quartina seguente, in cui l’esagerata descrizione di fatti reali colora i versi di un tono burlesco; e prosegue con l’affermazione perentoria della prima terzina (dove si noti la sconcertante definizione del matrimonio del verso 11), per concludersi con l’argomentazione, oscena nella forma e paradossale nella sostanza, espressa nella terzina finale.
Il tutto è preceduto e sintetizzato da un titolo di formidabile essenzialità”.

In effetti il tono beffardo di questo sonetto sembra più a servizio di far risaltare una verità profonda: il matrimonio non è (soltanto) quella valle paradisiaca che alcuni favoleggiano, ma è anche sofferenze e sacrificio a cui la Chiesa, specie in passato, preparava gli sposi disciplinandoli anche nella sfera sessuale.
Un tempo esistevano tempi proibiti anche per la celebrazione con solennità del matrimonio, come ci insegna il catechismo di San Pio X del 1905 (quindi una ottantina di anni dopo la scrittura del sonetto di cui parliamo): “Nel quinto precetto la Chiesa non vieta la celebrazione del sacramento del Matrimonio; ma soltanto la solennità delle nozze dalla prima domenica dell’Avvento sino all’Epifania, e dal primo giorno di Quaresima sino all’ottava di Pasqua”.
Questo aveva un senso profondo, quello di evitare la festa solenne del matrimonio in tempi a carattere penitenziale. Oggi questo divieto è caduto. Ma il Belli si riferiva probabilmente all’astensione dai rapporti sessuali durante certi tempi liturgici. In una lettera pastorale per la Quaresima del 1859 dell’arcivescovo di Saluzzo, Mons. Gioanni (sic) Antonio Gianotti (1784-1863), viene così detto: “Ella è questa una grande verità [coltivare la virtù], di cui la cotidiana esperienza e nostra, e altrui convince la nostra ragione; eppure, guasti quali siamo per lo peccato originale, mentre la confessiamo in ispecolazione, non la intendiamo, od almeno dimostriamo di non intenderla abbastanza in pratica; ond’è che da noi si vorrebbe una virtù tranquilla, quieta, commoda, la quale tutto intero ci lasciasse il godimento di noi stessi, e delle brame, non illecite giusta le nostre viste, del cuore. Illusione ella è questa, la quale inganna tanti cristiani, che passano i loro giorni nella mollezza e nel piacere, nemici, direbbe S. Paolo, della Croce di Cristo: illusione, per cui compiacendosi di fabbricare per se una virtù sempre ridente, ed allegra, non riflettono, che generosa essa, e forte calpesta con franco piede la mollezza ed il piacere, e, siccome nasce fra le spine, cosi si nutre di privazioni, ed a forza di combattimenti e di violenze si fortifica e si perfeziona”.
Ed il presule così continuava parlando della mortificazione: “Non vi spaventate al nome di mortificazione; ché io non intendo già, che vi armiate la destra di flagelli, o di ciliziii lembi, ma di parlarvene con quella prudente discrezione, la quale, mentre nulla toglie alla severità della legge, è pur conforme alla soavità del giogo di Cristo. Convien pur dirlo, che alla sola sapienza celeste ed alla grazia di Gesù Cristo è dato di vedere bello, e sentir buono ciò che naturalmente fa orrore ai sensi, e tale si è della mortificazione evangelica. L‘uomo animale e terrestre non ne può comprendere la bellezza, né gustarne la soavità: eppure pell’uomo cristiano, e spirituale è la sorgente d’ogni bene, poiché all’impero della ragione illuminata dalla fede ella assoggetta tutte le disordinate inclinazioni della corretta natura, ed è per questo che dai Ss. Padri viene appellata freno delle passioni, odio di noi stessi, mistica croce, morte volontaria. É il freno delle passioni perché ne trattiene l’impeto, ed il furore: è un odio di noi stessi perché esercita una severa giustizia sopra di noi peccatori: è una mistica croce, perché su d’essa dobbiamo appendere la nostra carne colle sue concupiscenze, e coi Vizii, che fomentano la sua ribellione alle leggi dello spirito: è finalmente una morte volontaria, perché fa morire in noi gli sregolati desiderii, che si oppongono al voler santo d’Iddio”.

Questa mortificazione di cui ci parlava l’arcivescovo Gianotti, includeva almeno del medioevo anche quella di avere rapporti sessuali in alcuni tempi, come la Quaresima. Questo divieto che era molto vivo nel medioevo, come detto, risaliva in effetti a tempi molto remoti, come ci testimonia il discorso numero 206 di Sant’Agostino: “I vostri digiuni non siano come quelli che il profeta condanna dicendo: Non è questo il digiuno che io voglio, dice il Signore. Biasima i digiuni di chi è in lite, vuole digiuni di uomini pii. Biasima gli oppressori, vuole chi dia conforto. Biasima coloro che creano inimicizie, vuole coloro che se ne liberano. In questi giorni pertanto moderate i desideri delle cose lecite per astenervi del tutto da quelle illecite. Mai deve sguazzare nel vino o nell'adulterio colui che in questi giorni si modera nei rapporti coniugali. In tal modo la nostra preghiera, fatta in umiltà e carità, nel digiuno e nell'elemosina, nella temperanza e nel perdono, dando cose buone e non restituendo quelle cattive, allontanandosi dal male e facendo il bene, cerca la pace e la consegue. Con le ali di queste virtù la nostra preghiera vola sicura e più facilmente viene portata fino al cielo, dove Cristo nostra pace ci ha preceduto”. Belli si riferisce nel suo sonetto molto probabilmente a questa proibizione.

E questa proibizione del sesso come cosa illecita in certi tempi liturgici, gli fa dire che il matrimonio è “mezzo di Cristo e mezzo del demonio”, un paradosso certo, utile però per far capire come in esso si cammini a volte su un crinale per cui è facile cadere da una parte o dall’altra. L’invito alla moderazione nei rapporti sessuali nel matrimonio (che il popolano riconosce come “santo”), viene vista nella sua (reale) difficolta da parte del nostro popolano, che mirando ad una essenzialità delle cose non può non riconoscere quanto difficile (anche se necessario secondo la Chiesa) osservare questi precetti. Un ritorno al realismo cristiano, non alle favolette di certa moderna pastorale.
I preti serrano le “fesse” (organi genitali delle donne). Una bella frase, forte ma veramente che va dritta la punto. Il termine usato per definire l’organo sessuale femminile intuisco possa derivare da “fessura”. Alcuni possono farlo derivare da “fendere”, nel senso di dividere in due. Anche interessante è che la donna si nega (la “fessa” che si chiude) non l’uomo che si astiene. Una raffinata osservazione psicologica.

Questa “chiusura” da parte dei preti, dice il Belli/popolano, è difficile per noi (coinvolgendo anche il vecchio interlocutore) che facciamo sesso tutto l’anno. L’uso del termine “fregare” di uso anche contemporaneo ma meno usato di altri termini per definire i rapporti sessuali, deriva probabilmente dalla dinamica del sesso stesso, in cui i due corpi si “sfregano” uno sull’altro. Certo questo è termine complesso in quanto i significati alternativi potrebbero portarci anche altrove.

Insomma, Belli ci dice che rispetto ad altri Sacramenti, il matrimonio è più problematico seppur santo, e con il paradosso del popolano ci vuol fare intravedere come esso sia veramente difficile da tenere in piedi e portare avanti. La tradizione Cattolica insegnava la strada della disciplina. Il Cardinale Sarah, nel suo “Dio o niente” così riferiva: “Quando ripenso ai miei anni di seminario, mi ricordo di un grande numero di regole che ci aiutavano a dominare i nostri istinti. Per esempio, era formalmente proibito mangiare qualsiasi cosa fuori dai pasti. Per i superiori, chi non riusciva a rispettare questa severa regola alimentare non aveva la vocazione; in effetti, non era capace di dominare uno dei suoi bisogni naturali. Questa disciplina del corpo era essenziale nel discernimento dei futuri sacerdoti. Non ho mai dimenticato neanche che era assolutamente proibito andare nel dormitorio al di fuori degli orari previsti dal regolamento. Tutte le nostre giornate erano pensate in funzione di una disciplina dello spirito e del corpo. Quest’ascesi era considerata come un cammino di santificazione e d’imitazione di Gesù”.
Questo era anche il principio che permetteva il fiorire del monachesimo benedettino e la Chiesa lo applicava, con più o meno fortuna anche al matrimonio non perché ne volesse mortificare la natura ma perché voleva elevarlo a mezzo di ascesi spirituale.


 

0 commenti :

Posta un commento