04 gennaio 2018

Gioachino Belli. Un sano anticlericalismo

di Aurelio Porfiri
Vado dicendo da molto tempo che esiste un sano anticlericalismo, un anticlericalismo che non è solo auspicabile ma anche necessario. Come ho asserito più volte, quando l'istituzione ecclesiastica si corrompe, ecco che diviene sistema autoreferenziale, sistema che guarda esclusivamente a se stesso e ai suoi interessi. Allora una vigile osservazione da parte di tutti, del laicato in primis, non può che essere necessaria, direi indispensabile.

Questo lo capiva bene Giuseppe Gioachino Belli, che nei suoi sonetti spesso fustigava i vizi e la corruzione del clero. Ne abbiamo testimonianza nel sonetto del 30 aprile 1834, "L'essempio". Eccolo di seguito, poi lo spiegherò cercando di farlo gustare anche ai non romani:

Conzideranno come sò accidiosi
sti pretacci maliggni e ttraditori:
esaminanno quanto sò rrabbiosi,
jotti, avari, superbi, e fottitori; 

ripijji un po’ de fiato, t’arincori,
t’addormi ppiù ttranquillo e tt’ariposi:
perché li loro vizzi più ppeggiori
serveno a illuminà lli scrupolosi. 

È er Crero che cc’impara a ffà ll’istesso,
er Crero, c’ha scordato er gran proscetto
d’amà er prossimo suo com’e ssestesso.

Mentre li preti offènneno er decoro
e la lègge de Ddio j’è mmorta in petto,
chi vvorà rrispettà lla lègge lòro? 

L'invettiva contro la corruzione del clero non è certo cosa nuova; ricordiamo che al tempo del Belli la Chiesa aveva anche un potere temporale che, accanto ad aspetti buoni, aveva anche altri aspetti meno buoni. Vediamo il testo dividendolo nelle sue parti.

Conzideranno come sò accidiosi
sti pretacci maliggni e ttraditori:
esaminanno quanto sò rrabbiosi,
jotti, avari, superbi, e fottitori; 

ripijji un po’ de fiato, t’arincori,
t’addormi ppiù ttranquillo e tt’ariposi:
perché li loro vizzi più ppeggiori
serveno a illuminà lli scrupolosi. 

Il Belli fa dire al popolano quanto segue: Considerando come sono accidiosi (cioè indolenti) questi pretacci maligni e traditori, esaminando come sono rabbiosi (arroganti), ghiotti, avari, superbi e fottitori (questa parola può avere sia un sottointeso sessuale sia un senso di "persone che imbrogliano"); riprendi un poco di fiato e ti rincuori, puoi riposarti e dormire più tranquillo perché i loro vizi peggiori servono a illuminare gli scrupolosi.

Certo questa è una disanima molto violenta ma, non dimentichiamo, in Belli parla il popolano scandalizzato per l'arroganza nel proprio vizio di certo clero. La foga imprecatoria non deve farci paura, sappiamo che anche nella Bibba abbiamo i famosi salmi imprecatori. Segnalo un bel libro in francese che tratta di questi salmi, "Psaumes censurés. Quand la prière a des accents violents" di padre André Wénin (2017 Cerf). Padre Augusto Drago, nel blog il cattolico.it, parla di questi salmi in questo modo:
«Cominciamo da una domanda: come possono i cristiani pregare con i Salmi di imprecazione, pieni di sentimenti di odio e di vendetta nei confronti dei nemici? La risposta a questa domanda, dipende dal modo di collocarsi di fronte ad essi. C’è infatti una pedagogia di preghiera che questi Salmi vogliono insegnarci. Il luogo ufficiale, stabilito propriamente per la recita dei Salmi, era il Tempio, dove il pio Israelita incontrava il “Volto di Dio”. Affermare di volere andare al Tempio, equivaleva a dire “’al Panaj”, cioè andare alla presenza del Signore. Se dunque il Salmista, che aveva subìto delle ingiustizie dagli altri, e provava, per questo, sentimenti di odio e di vendetta, andava al Tempio a pregare, in realtà che cosa stava facendo? Stava semplicemente raccontando e consegnando a Dio, senza pudore o vergogna, i sentimenti negativi del suo cuore. Ed ecco la pedagogia di questi Salmi».

Insomma, sia per il salmista che per il nostro popolano, quelle imprecazioni non sono contro Dio ma davanti a Dio, sono i sentimenti di un cuore ferito di fronte alla rovina della Chiesa, nel caso del Belli. E in effetti, come ci segnala Belli, che cosa succede quando il vizio diventa corruzione? Che essa dilaga, tanto che gli scrupolosi, coloro che vorrebbero osservare la legge e prendono il clero come modello, possono quasi dormire tranquilli e sereni, visto che comunque lo stesso clero non è certo all'altezza di quello che predica.

È er Crero che cc’impara a ffà ll’istesso,
er Crero, c’ha scordato er gran proscetto
d’amà er prossimo suo com’e ssestesso. 

Mentre li preti offènneno er decoro
e la lègge de Ddio j’è mmorta in petto,
chi vvorà rrispettà lla lègge lòro? 

Infatti, come dice Belli: È il clero che ci insegna a fare lo stesso, il clero, che ha scordato il grande precetto di amare il prossimo suo come se stesso. Mentre i preti offendono il decoro e la legge di Dio gli è morta in petto, chi vorrà poi rispettare la legge loro?

Molto bella è la ripetizione poetica della parola "crero", un'enfasi di dolore su questa categoria che ha scordato il grande precetto dell'amore. Ancora più bello quando viene riferito che i preti offendono il decoro e che la legge di Dio gli è morta in petto. Questo ci dice che il popolano belliano sa distinguere fra il decoro dovuto a Dio e il cattivo esempio di certo clero come sa che la legge di Dio, che a certo clero è morta nel proprio cuore, è comunque più grande delle miserie umane di chi la annuncia. Ma l'interpretazione della linea finale del sonetto potrebbe essere duplice. Nella prima interpretazione sembra dire che se i preti sono così indegni sono meritevoli di non essere rispettati anche nelle loro funzioni civili; ma nella seconda c'è un accenno che mi sembra più doloroso: se i preti sono così indegni, chi rispetterà più la legge che essi dovrebbero annunciare, cioè la legge del Signore?

L'esperto belliano Marcello Teodonio, nel suo importante testo "Il Catachisimo" (Edizioni Elliot) così intepreta questo sonetto: «Una prima quartina espressa quasi in apnea, giacché l’enumerazione procede senza rabbia e senza scampo, in uno stile che sembra quello delle sentenze; poi ripijji fiato nella seconda quartina, in cui prevale il ragionamento; infine nelle terzine esplode l’indignazione con l’efficace reiterazione della parola-chiave, quel Crero così vergognosamente tradito dai preti, quelli cioè che il Vangelo ce l’hanno solo sulle labbra, mentre lo contraddicono nelle opere, perché “la lègge de ddio j’è mmorta in petto”. Un sonetto di invettiva, serio, violento, dove Belli denuncia la corruzione del clero, sulla scia di una protesta rigorista e pauperista fatta in nome di un vangelo vissuto; un sonetto in cui è abolita la comicità, e dove perciò si vede nitida la faccia scura e collerica del Belli stesso».

Certo, un anticlericalismo non contro il clero, ma per una riforma del clero. Non dimentichiamo quanto Romano Amerio ci insegnava nel suo capitale "Iota Unum": «E qui conviene formulare la legge stessa della conservazione storica della Chiesa, legge che è insieme il criterio supremo della sua apologetica. La Chiesa è fondata sul Verbo incarnato, cioè su una verità divina rivelata. Certo le sono date anche le energie sufficienti a pareggiare la propria vita a quella verità: che la virtù sia possibile in ogni momento è un dogma di fede. La Chiesa però non va perduta nel caso che non pareggiasse la verità, ma nel caso che perdesse la verità. La Chiesa peregrinante è da sé stessa, per così dire, condannata alla defezione pratica e alla penitenza: oggi la si dice in atto di continua conversione. Ma essa si perde non quando le umane infermità la mettono in contraddizione (questa contraddizione è inerente allo stato peregrinale), ma solo quando la corruzione pratica si alza tanto da intaccare il dogma e da formulare in proposizioni teoretiche le depravazioni che si trovano nella vita».

Insomma, fustighiamo il clero per fustigare noi stessi, per ambire ad una fede sempre più aderente alla parola del Signore pur sapendo che la tensione dolorosa alla perfezione è gravida di una dimensione che non potremo mai raggiungere.



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