11 gennaio 2018

Il puntatore. Cristianesimo e Cina

di Aurelio Porfiri
Forse non molti sono a conoscenza di come la parola di Dio è giunta nella lontana terra di Cina, una terra ancora misteriosa per molti ma che certamente non può essere ignorata per la grande cultura e civiltà che gli appartiene e per il ruolo che gioca in questa epoca sullo scenario mondiale.
Vi potrà forse sorprendere sapere che il cristianesimo arrivò in Cina non attraverso l’ingresso principale della Chiesa Cattolica, ma attraverso la porta di servizio dell’eresia Nestoriana da Nestorio, Patriarca di Costantinopoli nel V secolo, le cui interpretazioni errate sulla natura di Cristo furono condannate dal Concilio di Efeso.

Il Nestorianesimo che attraverso varie vicende storiche si era già fatto strada in India e in Afghanistan, nel settimo secolo approda in Cina. Ne abbiamo notizia anche grazie alla famosa stele di Xian, in cui viene raccontata la vicenda del cristianesimo in Cina dal 631 al 781. Lentamente questo ceppo eretico si estinguerà per tornare qualche secolo dopo, al tempo della dominazione mongola.
Una seconda ondata evangelizzatrice, questa volta di matrice cattolica, la si deve al francescano Giovanni da Montecorvino, in Cina al tempo di Marco Polo (XIII secolo). Così ce la racconta lo storico delle religioni Alfredo Jacopozzi su Toscana oggi (18/7/2007): “Una prima missione in Cina si ebbe sotto il pontificato di Niccolò IV che inviò il francescano Giovanni da Montecorvino, presso l'imperatore Kublai Khan (1260-1294), che apprezzava il cristianesimo. Giovanni arrivò in Cina all'indomani della morte del grande imperatore. Il suo successore Timurleng (1294-1307), anche se non si convertì ala fede cristiana, non pose alcun ostacolo alla missione. Nel 1299 Giovanni costruì la prima chiesa a Pechino e iniziò un lento lavoro di inculturazione, traducendo in cinese i Salmi e il Nuovo Testamento. La sua evangelizzazione in totale solitudine durò 11 anni e si concluse con la elezione ad arcivescovo di Pechino nel 1308. In seguito i missionari, francescani ed anche domenicani, mostrarono una tragica insensibilità verso la cultura cinese. Non davano troppo peso alle mediazioni culturali, ponendo tutta la loro fiducia nella grazia che doveva suscitare conversioni. Non si preoccupavano di acquistarsi la stima e il rispetto dei dotti cinesi. Nella predicazione annunciavano la fede in modo del tutto incomprensibile ai cinesi; nella morale come nel dogma, si mostravano piuttosto rigidi e applicavano alla lettera senza eccezioni le rubriche liturgiche vietando l'uso del cinese durante il culto e imponendo il solo latino
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Le missioni cattoliche in Cina si estinsero progressivamente in seguito a due grossi impedimenti. Innanzitutto, l'islamizzazione della via della seta che comportò un ostacolo insuperabile per l'evagelizzazione in Oriente. Inoltre, le conseguenze della caduta dalla dinastia mongola Yuan e l'ascesa della dinastia cinese Ming (1368) che, refrattaria agli influssi esterni, chiuse le frontiere del nuovo restaurato Impero Celeste. Una chiusura che, a causa dell'isolamento in cui cadde la Cina, si mantenne fino alla seconda metà del sec. XVI, quando i primi missionari gesuiti poterono di nuovo evangelizzare”.
C’è da dire che Giovanni da Montecorvino ebbe fra i maggiori oppositori proprio quei Nestoriani che in qualche modo erano riapparsi.

Ma si diceva della terza ondata (o seconda, se escludiamo quella Nestoriana), quella che ebbe come protagonisti i gesuiti, primo fra tutti Matteo Ricci. Insieme a lui bisogna ricordare Alessandro Valignano e tutti coloro che tentarono il difficile incontro fra la civiltà cristiana e l’impenetrabile mondo cinese. Nella seconda metà del XVI secolo viene evangelizzata la città di Macao, che diverrà punto di partenza e di appoggio per tutti i missionari per la Cina continentale, e che conserva ancora oggi le reliquie di quel passato glorioso, divenendo un simbolo dei rapporti sempre problematici fra l’occidente e l’oriente.
Il lavoro dei gesuiti comunque fu un seme piantato che seppe dare qualche frutto, anche se nel XVIII secolo una interpretazione contrastata sul culto degli antenati diede l’inizio a quella che noi chiamiamo “controversia dei riti”, che portò alla chiusura nel 1773 della missione in Cina da parte di Clemente XIV. In questo modo l’attività missionaria sarà sempre più dipendente dal favore delle potenze e dai giochi di potere degli stati, contribuendo all’equivoco della missione religiosa come strumento in mano alle potenze imperialiste.
Il cammino missionario non si fermò (e non bisognerebbe dimenticare anche l’opera dei protestanti in Asia) e il cattolicesimo continuò la sua missione evangelizzatrice. Nel XIX secolo, come vedremo meglio in seguito, avemmo l’evangelizzazione di Hong Kong. Il XX secolo è stato un secolo tormentato per la Cina e per la missione cattolica. Nella prima metà del secolo grande impulso viene dato da missionari come Vincent Lebbe e da vescovi come Celso Costantini (oggetto oggi di vari e interessanti studi). Ma la presa di potere da parte dei comunisti nel 1949, guidati da Mao Zadong, e la creazione di una struttura ecclesiastica parallela controllata dal governo (detta Chiesa patriottica) contribuiranno alla situazione di stallo a cui siamo vincolati ancora oggi. Una soluzione in cui i cattolici cinesi fedeli a Roma hanno potuto mostrare un grande eroismo fino al sacrificio supremo della vita.

 

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