23 gennaio 2018

Il ritardo di duecento anni

di Enrico Roccagiachini

In questi giorni, non so perché, mi è tornata in mente la nota affermazione del Card. Martini: la Chiesa è in ritardo di duecento anni. Mi è tornata in mente perché mai come ora mi sembra palese che la minoranza al potere nella Catholica si sia assegnata l’imperativo categorico di colmarlo, questo grave ritardo.
Siccome, lo confesso, finora non l’avevo capito bene, ho cercato di comprendere in che cosa esso consista; alla fine – ve la faccio breve, ma se voleste potrei inserire una paginata di argomentazioni... – mi sono convinto che la cosa stia in questi termini: in questi due secoli, la cultura e la weltanschauung dominanti (che non sono necessariamente quelle maggioritarie, ma quelle che, appunto, dominano, e determinano – o impongono – la percezione collettiva dei “segni dei tempi”) hanno individuato una certa serie di “valori”, o “diritti”, o “conquiste”, o come altrimenti li si voglia chiamare, che per la Chiesa – cioè per il Vangelo – non meritano promozione e sostegno, ma esecrazione e opposizione. Ve ne cito alcuni, perché sono quelli attualmente nell’occhio del ciclone: divorzio, contraccezione, aborto, eutanasia.
Tutte cose che la società – ma dovrei dire il mondo – approva e propone come buone, e che la Chiesa, invece, condanna e indica come gravemente peccaminose.

Ebbene: in questi duecento anni, su tali questioni, la frattura Chiesa / mondo si è fatta davvero profonda; e come no, dato che concerne proprio l’individuazione del bene e del male, nel senso che lo stesso oggetto (poniamo: il divorzio e le conseguenti seconde nozze) nella prospettiva del mondo va ascritto alla categoria “bene”, mentre per la Chiesa – cioè per il Vangelo – alla categoria “male”.
Dunque occorre reagire, e sin qui siamo tutti d’accordo. Ma come?
A me sembra evidente che da alcuni decenni, forse da un secolo, una porzione della Chiesa abbia interiorizzato l’idea di aver subito una sconfitta – culturale, sociale, politica – definitiva ed irreversibile, e abbia tentato, dunque, di trovare un modus vivendi in questa nuova situazione. Potremmo chiamarla sindrome di Pétain, ma non divaghiamo.

Un primo passo in quella direzione (della convivenza con la sconfitta) è stato chiamare questa frattura “ritardo”: siamo rimasti indietro, se non riusciamo a convergere sul sistema valoriale del mondo è colpa nostra, la società è andata avanti nella individuazione del bene e dei valori, ma la Chiesa...
Dunque, dobbiamo ricalibrarci; e per ricalibrarci dobbiamo innanzi tutto rinunciare alle condanne (c’entra il Concilio Vaticano II? Si, c’entra, eccome! E anche qui potremmo stendere pagine e paginate): niente più giudizi, ma solo incondizionata (leggi: acritica) misericordia. Quanto ai valori, noi – per carità, ci mancherebbe altro... – continueremo a dire che due più due fa quattro; ma a chi sostiene che faccia cinque o tre, al massimo, e con molta riluttanza, contesteremo un errorino rosso, ma certamente non lo proporremo per la bocciatura, se il compito in classe è stato elaborato secondo le regole approvate dalla corrente visione della matematica!

Ritardo recuperato? Ahimè, no, perché hanno continuato a staccarci: qui si corre il rischio di rimanere indietro di altri cento anni – e sarebbero trecento – senza nemmeno accorgersene!
Dunque bisogna migliorare strategia e tattica. Non basta più astenersi dalla condanna, bisogna condividere l’approvazione. Anche se non è facile, perché approvare ciò che si è condannato per circa duemila anni, non è impresa da poco. Ci vuole molta determinazione, la ferrea volontà di usare il potere, non bisogna guardare in faccia nessuno. Si tratta di un’operazione di fatto rivoluzionaria, e la rivoluzione, si sa, non è un pranzo di gala.

E così, veniamo all’attualità. E al nuovo approccio ai “temi caldi”. Il divorzio e le seconde nozze? Il rifarsi la vita dopo il fallimento coniugale? La seconda, terza o quarta chance? Le unioni magari non esattamente eterosessuali? Non vorremo mica continuare a negare che siano una cosa buona, come il mondo sostiene più o meno proprio da duecento anni?!? E allora coraggio: inseriamo il fallimento matrimoniale tra le cause di nullità, ma, soprattutto, amministriamo la Comunione ai bigami! Così sarà chiaro che la Chiesa non solo non li condanna (non li condanna già da un bel po’, in effetti), ma li benedice e li approva. Sono alla legittima ricerca della felicità, il mondo li sostiene: dunque dobbiamo sostenerli anche noi!

Poi c’è la questione dell’aborto. Questa è una grana ben più grossa. Perché se il divorzio è già da un pezzo che non lo si condanna più o quasi, l’aborto no, quello lo abbiamo condannato anche molto aspramente fino a ieri, per non dire fino a questa mattina. Dunque a parole bisogna insistere, e se ne parliamo dobbiamo ribadire la condanna, magari facendo attenzione che il pubblico la pensi già più o meno come noi. Però il famigerato ritardo possiamo provare a colmarlo anche quanto all’aborto: se a parole non possiamo smettere di condannarlo, possiamo sicuramente smettere di combatterlo a livello culturale, sociale e politico. E, se abbiamo un po’ di potere, possiamo provare ad imporre a tutti questa linea. Con buona pace di chi pensi ancora che la Chiesa sia la miglior alleata di chi la battaglia continua a combatterla: purtroppo non è così, ahimè. In certi casi si ha addirittura la tentazione di parlare di sabotaggio; anche se, grazie al Cielo, qualche Conferenza episcopale, oltre i flutti dell’oceano, ci lascia tuttora sperare.
Di contraccezione ed eutanasia non parlo: leggete i giornali, è sufficiente.

Dunque ci siamo: dislivello bisecolare in via di recupero. Magari non esattamente nella direzione giusta, specie considerando che fino a poco tempo fa avevamo un Papa che – contrariis quibusvis non obstantibus – segnava anch’egli un gap di duecento anni: di anticipo...


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