20 gennaio 2018

Intervista a H. C. Cicortaş. Mircea Eliade: una rivoluzione spirituale.

Ringraziamo il maestro Aurelio Porfiri per averci concesso la "prima" di questa intervista a Horia Corneliu Cicortaş, studioso di autori romeni come Mircea Eliade e Emil Cioran.

di Aurelio Porfiri
Un autore che ha avuto una influenza importante sulla cultura del XX secolo è lo storico delle religioni Mircea Eliade. Sono venuto a contatto con un suo interessantissimo libro, pubblicato dalle Edizioni Bietti (2013): Salazar e la rivoluzione in Portogallo, a cura di Horia Corneliu Cicortaş. In questo testo Eliade si chiedeva se era possibile una rivoluzione spirituale e lui vedeva questa possibilità compiersi nell'opera del cattolicissimo António de Oliveira Salazar, dittatore portoghese, la cui opera conobbe grazie al tempo da lui trascorso in Portogallo. C'è da dire che Eliade, il cui pensiero merita naturalmente un grande approfondimento ancora oggi.
Ho avuto il piacere di parlare di questo libro con il curatore dell'edizione italiana, Horia Corneliu Cicortaş, esperto di Eliade e di autori rumeni, attualmente attivo come insegnante di religioni dell'India presso il Centro per le Scienze Religiose di Trento.


Può dire, per chi non lo conosce, chi era Mircea Eliade e quale era la sua importanza?
Eliade è stato non solo uno dei più grandi storici delle religioni del ‘900, con contributi rilevanti e innovativi nell’approccio generale allo studio delle religioni, in particolare nello studio delle religioni orientali, dell’alchimia o dello sciamanesimo, ma anche un autore apprezzato di letteratura narrativa e diaristica .

Lei ha curato l’edizione italiana del libro di Eliade sul politico portoghese Salazar. Perché era importante ripubblicare questo testo?
In seguito alla pubblicazione del Diario portoghese di Eliade, dapprima in Spagna, poi in Romania, Italia e Stati Uniti, l’interesse per gli anni trascorsi dall’autore nel Paese lusitano (1941-1945) è aumentato. Negli anni in cui veniva preparata l’edizione romena di quel Diario, accompagnata da altri testi del periodo portoghese (saggi, articoli, corrispondenza di Eliade), Sorin Alexandrescu ha pubblicato un importante studio esegetico, intitolato Mircea Eliade, dinspre Portugalia (“Mircea Elaide, visto dal Portogallo”), che si concentra per l’appunto sull’opera e la biografia del nostro autore alla luce del decisivo periodo portoghese. È in quest’ottica che s’inserisce anche l’interesse rinnovato per il libro su Salazar, pubblicato nel 1942. Oltre ad essere ripubblicato in Romania, il libro è stato tradotto in portoghese e pubblicato nel Paese che lo aveva “occasionato”, nel 2011. Fu proprio nel 2011 che l’editore Bietti mi contattò chiedendomi di tradurre e curare il libro, per la nascente collana “l’Archeometro, dove è uscito nel novembre del 2013 .

La prima parte del libro si legge come un romanzo, quando Eliade ricostruisce le vicende politiche e sociali che hanno portato a Salazar. La seconda parte in cui parla di Salazar mi sembra più lenta. Condivide questa opinione?

Sì, ha ragione, è un’impressione che il lettore del libro ricava durante la lettura ed è stata sottolineata anche in alcuni studi critici. Pur volendo scrivere un libro su Salazar, Eliade si dimostra più a suo agio quando narra le complesse vicende storiche portoghesi che hanno preceduto l’ascesa del dittatore cattolico.

Leggendo il libro sembra che Eliade fosse entusiasta di Salazar. È così?
Probabilmente senza un tale entusiasmo iniziale non si sarebbe spinto a scrivere un libro sul leader lusitano a scapito di altri progetti più personali. Oltretutto Eliade non è mai stato un biografo, a parte alcuni “medaglioni” scritti fin da giovane come articoli. Nel suo caso, come ho cercato di mostrare nella mia postfazione al libro (“Lo specchio portoghese”), l’apologia di Salazar è da collegare al contesto politico romeno della fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, oltreché all’entrata della Romania nella guerra contro l’Unione Sovietica. Eliade aveva scoperto nel Portogallo di Salazar una situazione politica che avrebbe sognato in Romania alla fine degli anni Trenta, e che ancora nei primi anni Quaranta si illudeva che potesse essere assunta dal maresciallo Ion Antonescu, eventualmente tramite la neutralità e il non impegno militare sul fronte sovietico. Tali auspici si sono dimostrati, invece, irrealistici. La Romania ha abbandonato la neutralità ed è stata costretta ad entrare in guerra accanto alle potenze dell’Asse contro l’Unione Sovietica (e, di conseguenza, contro le Potenze occidentali che nei decenni precedenti erano stati gli alleati tradizionali del Paese: la Gran Bretagna e soprattutto la Francia).

Perché Eliade ha voluto parlare di Salazar? Cito dal libro: "[Il libro] è nato da un dubbio e ha visto la luce per rispondere a una domanda che l’autore non si stanca di porsi da ormai dieci anni: è possibile una rivoluzione spirituale?" Quale risposta si è dato a questa domanda?
L’intenzione di scrivere un libro su Salazar, la stesura e infine la pubblicazione del libro costituiscono la risposta che Eliade fornisce a questa domanda. Se si sottraggono i dieci anni di cui parla Eliade all’anno in cui esce il libro, arriviamo al 1932, cioè il primo anno dopo il suo ritorno dall’India, dove aveva assistito ad un’altra “rivoluzione spirituale”, quella di Gandhi. E in Romania, la “rivoluzione spirituale” auspicata dal Movimento Legionario simpatizzato da Eliade è stata compromessa da ondate di violenze intestine, come nel Portogallo pre-salazariano.
 
Cito ancora dal libro un concetto riferito a Salazar: "solo un’autentica e fertile vita spirituale è in grado di garantire l’ordine politico, l’equilibrio sociale e il progresso economico". Malgrado questo bel concetto, sembra che Eliade, anni dopo aver scritto questo testo, abbia cambiato idea su Salazar...è così?

Eliade cambia inevitabilmente idea su Salazar, che resterà a lungo al potere, e si pentirà di aver perso tempo con quel libro, frutto forse di una esaltazione o di una speranza ingenua. L’esito della seconda guerra mondiale, con la Romania e i Paesi dell’Europa centro-orientale soggiogati dall’URSS, era tale da rendere obsoleto il modello salazariano.

C'è una espressione importante in Eliade, il mito dell'eterno ritorno. Può dirci di cosa parla questo mito?
Il titolo del libro Le mythe de l’éternel retour, uscito nel 1949, ha provocato degli equivoci. Il sottotitolo dell’edizione francese (Archétypes et répetition), e soprattutto dell’edizione in lingua inglese (Cosmos and History) sono più aderenti al contenuto di quest’importante saggio di Eliade. Esso può essere considerato il “manifesto” del pensiero filosofico dell’autore, il tentativo di una filosofia della storia costruita a partire da una visione ecumenica e cosmopolita, non più rinchiusa nella tradizione filosofica occidentale, ma rispettosa delle tradizioni culturali delle società arcaiche e orientali, in cui il cosmo e la storia sono valorizzati in modo differente. Non si tratta solo di una differenza fra una concezione lineare della temporalità (tipica della modernità occidentale post-illuminista) e una visione ciclica o ripetitiva, ma anche del modo differente in cui la storia – sacra o profana – è valorizzata all’interno dei singoli paradigmi culturali. Il contributo di Eliade è stato quello di mettere in evidenza la ricchezza e l’importanza culturali di questi paradigmi, che almeno in parte sono rinvenibili anche nella tradizione cristiana (per esempio, la temporalità di tipo ciclico nella liturgia; la valutazione degli eventi storici alla luce della storia sacra e così via), come anche nel folclore, nella magia e in altri settori “sommersi” della cultura moderna.

Qual è l'approccio di Eliade al sacro?

Per Eliade, da un lato, il sacro è una componente costitutiva della coscienza umana. Dall’altro, esso è un sinonimo del “reale”, ovvero di ciò che è ontologicamente significativo per l’homo religiosus. Per l’individuo moderno e secolarizzato, che non si riconosce più come elemento organico di una comunità – per esempio, come parte attiva nella tradizione religiosa dei suoi antenati –, il sacro è, eliadianamente parlando, una dimensione camuffata nel profano, che può essere scoperta attraverso un’azione di decodificazione. Tale decodificazione – che, dopo la “morte di Dio”, può essere operata tramite forme “laiche” di cultura (letteratura, musica, cinema o forme nuove di spiritualità) – dovrebbe essere in grado di permetterci di comprendere meglio noi stessi e il nostro destino individuale nel mondo.

Quanto è importante nella cultura rumena, la dimensione religiosa?
Dipende cosa intendiamo per dimensione religiosa. Il Paese è, oggi, alle prese con fenomeni di trasformazione sociale simili a quelli che avvengono in altri stati dell’Europa centro-orientali che sono usciti dalle dittature comuniste abbracciando la democrazia liberale e l’economia di mercato in generale, e il consumismo in particolare. Da un lato, le Chiese cristiane – quella ortodossa in primis, ma anche quella cattolica e le varie denominazioni cristiane evangeliche – hanno trovato una libertà che non avevano fino al 1989. Dall’altro, la religiosità individuale è cambiata molto, soprattutto nelle aree urbane ma ultimamente anche in quelle rurali, per via di una maggiore consapevolezza e di un confronto più critico con le tradizioni cristiane, che porta certi giovani a fare anche scelte “alternative” nella ricerca spirituale. Ovviamente, in Romania è ancora molto forte la presenza monastica, sia maschile che femminile, soprattutto in certe regioni del sud e dell’est del Paese, irradiando una certa attrattiva sui laici. Ma a livello generale, non mi sentirei di dire che nella società o nella cultura romena la dimensione religiosa sia più importante rispetto ad altri Paesi europei.

A parte questo libro, quali sono i suoi altri lavori e progetti su Mircea Eliade?

Dopo Salazar e la rivoluzione in Portogallo ho continuato a lavorare su altre opere di Eliade, traducendo tre degli ultimi racconti dello scrittore (Dayan, La mantella e All’ombra di un giglio), pubblicati in un volume all’interno della stessa collana L’archeometro, nel 2015. Nel 2016 ho pubblicato, per la stessa Bietti ma in una collana diversa, Tutto il teatro di Mircea Eliade, finora l’unica raccolta completa e corredata di apparati critici dei suoi scritti teatrali. Infine, all’inizio del 2017 ho pubblicato, per le Edizioni Mediterranee di Roma, la traduzione della tesi di dottorato del nostro autore (sostenuta nel 1933 a Bucarest), La psicologia della meditazione indiana. Ho curato anche una nuova edizione riveduta di Cosmologia e alchimia babilonesi, per la casa editrice Lindau di Torino, dove ho pubblicato anche un volume di aforismi di Cioran (2016) e, qualche mese fa, un inedito del discepolo di Eliade, Ioan Petru Culianu, Iocari serio. Scienza e arte nel pensiero del Rinascimento. Ho in mente di pubblicare altri studi e traduzioni di testi di Eliade, ma anche l’edizione romena del Teatro di Eliade, che dovrebbe diventare l’opera di riferimento per le successive traduzioni in altre lingue del mondo.

 

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