18 gennaio 2018

JACK KEROUAC: la cultura hippy, il sessantotto e la dittatura di Dioniso/1

di Marco Sambruna
Jack Kerouac è stato capostipite della corrente letteraria della Beat Generation dagli anni Cinquanta in poi fino all’esaurimento di quell’esperienza culturale organica al movimento hippy e introduttivo alle proteste giovanili sessantottesche particolarmente accentuate in America durante la guerra del Vietnam.
Il suo capolavoro Sulla Strada narra, com’è noto, delle avventure sulle strade d’America (e del Messico) di Sal Paradiso alter ego dello stesso Kerouac e Dean Moriarty alter ego dell’amico Neal Cassady con cui lo scrittore aveva conosciuto grazie all’intermediazione del guru della beat generation Allen Ginsberg. Kerouac ammirava il vitalismo – non la vitalità, ma il vitalismo – di Cassady, una sorta di giovane spaccone alla Paul Newman nei suoi film più luridi, tanto da farne un personaggio del suo romanzo.
Il cattolicissimo Kerouac proveniente da famiglia tradizionalista franco canadese di agiate condizioni economiche si affeziona dunque a Neal così diverso da lui sia sotto il profilo caratteriale, sia circa lo stile di vita, sia riguardo l’estrazione sociale. Allo stesso modo nel romanzo è Sal ad affezionarsi al giovane delinquente, paraculo, egoista, pulcioso e bugiardo Dean, forse affascinato dalla sua irrequietezza incapace di riposo. Dean è la trasposizione narrativa del superuomo di Nietzsche, colui che vive al di sopra del bene e del male: in lui vige solo la legge dell’assecondamento delle voglie del momento, l’adeguamento alle proprie pulsioni istintuali più immediate che, naturalmente, tendono a concentrarsi attorno a una libidine sessuale e consumistica assoluta, totalitaria e assolutamente fuori controllo. Durante le loro peregrinazioni attraverso l’America si ha l’impressione che Dean non cerchi solo di accumulare esperienze, ma anche di fuggire da qualcosa senza peraltro avere come meta il raggiungimento di qualcos’altro. Uno stimolo eccezionale alla fuga è certo rappresentato dalle tre mogli che sposa e da cui divorzia regolarmente sospinto da nuovi incontrollabili stimoli superomistici da cui dipende come uno schiavo e che lo costringono a precipitose fughe per evitare di doversi occupare delle famiglie provvisorie che costituisce. Dean, psicologicamente sradicato da tutto e da tutti, è un uomo in fuga o perché cacciato di casa dalle mogli esasperate che pur amandone il carattere maledetto da bello e dannato non hanno nessuna intenzione di sopportare a lungo le sue continue fughe deresponsabilizzanti o perché Dean non riesce a sopportare la stabillità fisica ed esistenziale o perché stimolato dalla ricerca del vecchio padre che vive come un clochard da qualche parte nei recessi della periferia americana.
Da New York a Denver e poi a San Francisco Sal e Dean attraversano più volte gli Stati Uniti lungo ronzanti e sonnolente cittadine del midwest, deserti polverosi, centri urbani chiassosi e degradati accompagnati quasi sempre da altri sradicati sempre a bordo di vecchie auto sferraglianti o prese a prestito o rubate lungo il viaggio da Dean.

ALLE ORIGINE DELLO SRADICAMENTO ESISTENZIALE. 
Il romanzo di Kerouac inaugura quello che sarà il motivo portante di gran parte del romanzo americano dagli anni Cinquanta a oggi: il tema dello sradicamento culturale, della perdita di certezza e della fragilità psichica ed esistenziale che ne segue come dimostra l’instabilità psicologica di molti autori americani. Del resto il disagio fa parte della biografia dello stesso Kerouac e di altri scrittori a lui contemporanei e successivi come Truman Capote, William Burroughs, Ken Kesey, Foster Wallace e tanti altri ancora.
Sulla strada si pone dunque all’origine di quelle correnti letterarie in cui spicca in modo lampante l’elemento soggiacente a gran parte della narrativa americana degli ultimi 70 anni ossia il declino dell’Occidente ormai minato da una specie di malsana voluttà di morte criminalmente alimentata dai certi mass media che hanno trasformato delle leggende nere in miti artistici da additare poi come modello da imitare alla cultura giovanile di massa. Tutti gli autori di cui sopra e altri ancora sono stati iconizzati come guru misticheggianti e orientaleggianti perfino quando alcuni di essi nulla avevano a che spartire, per educazione e per visione del mondo, con quel tipo di cultura.

KEROUAC, COME STRUMENTALIZZARE UNO SCRITTORE.
Kerouac, di famiglia cattolica e benestante, non aveva nulla aveva a che fare con la cultura contestataria da cui nacque la beat generation, il movimento hippy e il sessantotto e tuttavia è un chiaro esempio di manipolazione mass mediatica. E’ stato infatti iconizzato suo malgrado come l’inventore e il padre fondatore della beat generation ossia di un movimento contestatario che sfocerà nel sessantotto: chiunque oggi abbia minimamente bazzicato la letteratura contemporanea crede che Jack Kerouac ne sia all’origine ed è convinto che fosse uno dei più accesi attivisti contro la politica americana di quel tempo.
E’ vero esattamente il contrario: Jack Kerouac, per sua stessa ammissione, non solo non si sentiva culturalmente affine a quell’esperienza artistica e politica, ma addirittura ne era fiero avversario. E’ lui stesso a spiegarlo, ad esempio, durante un’intervista televisiva ( vedi qui minuto 51.00 circa ): Kerouac definisce la beat generation imparentata col fenomeno hippy il prodotto “di un movimento dionisiaco di una civiltà invecchiata” cioè un movimento influenzato dalla filosofia di Nietzsche: per il filosofo tedesco infatti è dionisiaco tutto ciò che è istintivo, al di sopra del bene e del male e proteso solo all’assecondamento delle voglie. Più avanti Kerouac afferma che certo la beat generation è all’origine del movimento hippy, ma che la stessa beat generation di cui è padre è stata strumentalizzata dai comunisti al fine di dargli una connotazione politica che in origine non aveva e che lui non aveva voluto conferirgli. Del resto lo stesso termine beat da lui coniato significa beato a indicare la sguardo poetico sulla realtà del nuovo movimento letterario contro la prosaicità di una visione del mondo materialista.

«Adesso il sole era dorato, l’aria di un puro azzurro, e il deserto coi suoi fiumi radi una distesa di spazio sabbioso; infuocato e con ombre improvvise di alberi biblici. Adesso Dean dormiva e Stan guidava. Apparvero i pastori, vestiti come ai tempi antichi, con lunghi mantelli svolazzanti, le donne cariche di biondi fasci di lino, gli uomini con i bastoni. I pastori sedevano e si riunivano sotto immensi alberi nel deserto baluginante, e le pecore si affannavano nel sole e sollevavano la polvere dietro di se. “Amico mio”, gridai a Dean, “svegliati e guarda i pastori, svegliati e guarda il mondo dorato dal quale è venuto Gesù, potrai capirlo con gli occhi tuoi.»
(Sulla strada, quinta parte )

Dunque per Kerouac la beat generation è certo precursore del movimento di liberazione hippy finalizzato dionisicamente all’assecondamento delle voglie oltre l’etica tradizionale; ma, aggiunge, tale risultato è stato prodotto da una manipolazione di stampo ideologico marxista che, come afferma nel prosieguo dell’intervista, “ha storpiato la mia idea”. Infatti, conclude Kerouac, “per me la beat generation era fatta di beatitudine e piacere nella vita e tenerezza. Ma nei giornali l’hanno chiamata “ammutinamento beat, insurrezione beat”. Parole che io non ho mai usato. Perché io sono cattolico, credo nell’ordine, nella tenerezza, nella pietà.”. Inoltre Kerouac dichiara ulteriormente che il movimento beat è stato da lui concepito secondo i canoni di una purezza originaria che in seguito è stata manipolata e in qualche modo svilita da interferenze politiche.

(continua)

 

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