30 gennaio 2018

La difesa di Montevergine

di Razzullo
Il due febbraio si rinnoverà la tradizione della juta dei femminielli al santuario di Montervergine. Si tratta di uno dei riti più antichi e interessanti che la cristianità celebri e che abbia inculturato in sé già dall’Alto Medioevo. I giornali, forse per pigrizia, ne parlano come di un curioso rito Lgbt. Sbagliando completamente tiro e racconto. La banalizzazione mortifica il senso profondo della juta e di tutte le celebrazioni rituali legate ai diversi pellegrinaggi devozionali sulla colla del Partenio, Montevergine deve morire.

Non ricordo più dove ho sentito una frase che ha valore d’epifania. “Gli Usa hanno colonizzato il nostro subconscio”. Dal punto di vista culturale è perfettamente così. Il tempo ha dimostrato come, il fatidico (?) ’68, sia letteralmente crollato, disfatto. Delle istanze, dei temi, delle suggestioni del tempo non rimane altro che un vago e sciapo sozial. La fantasia che avrebbe dovuto prendere il potere, s’è accontentata di un miserabile posticino da passacarte al Ministero della Verità. L’unica Verità che (questo) Occidente riconosce è quella del mondo, di una pelosa visione solidaristica che si regge su due imbattibili pilastri: il senso di colpa e la paura. Bisogna spendere la propria esistenza a rimediare ai danni fatti da altri, magari millenni fa e tremare, tremare, di fronte alle inedite emergenze che, a turno, porteranno la nostra civiltà di fronte a un’Apocalisse mondana che non arriva mai. La stessa religione viene ridotta a pie opere di bene, cassato completamente ogni afflato spirituale e devozionale.

Così, lacerati da terrore e vergogna, morsi dalla paura di perdere tutto e rosi da un senso di colpa perenne, ci dicono che viviamo nell’era più libera, più consapevole e più felice. Il migliore dei mondi possibili e devi pure sorridere, ringraziare di avere la possibilità di vivacchiare mendicando un lavoro da duecento euro al mese, sperando di ingarrare la bolletta al centro scommesse e sfangarla anche stavolta. Unica valvola di sfogo, l’indignazione. Magari a comando. Contro categorie per intero, contro tutti e quindi contro nessuno. Non è mica un caso che il termine “linciaggio” sia nato proprio negli Stati Uniti. La cultura post-illuminista, borghese e razionale, è feroce. Vive di un doppio standard: da una parte le promesse messianiche, dall’altra la crudele realtà degli ultimi e invisibili (individuati sempre in un altro lontano, lontanissimo e carico di colpe sue) come programma politico perenne. Tertium non datur. Nulla al di fuori della morale imperante, della Kultura di regime. Guai a mettere in discussione il dogma delle magnifiche sorti e progressive, anatema a chi osa svelare che dietro al tremulo lume della (loro) presunta ragione altro non c’è che il caos, il vuoto, il nulla. Non c’è speranza, quindi, di uscirne. Ci hanno resi tutti borghesi, dicono. Volenti o nolenti. Ci hanno regalato il progresso, giurano. Ma il migliore dei mondi possibile è quello in cui il governo, a Londra, s’inventa il Ministero alla Solitudine perché siamo tutti così felici e liberi da marcire, solitari e immoti, nei nostri appartamenti.
A credere di essere vivi perché acquistiamo compulsivamente robaccia fabbricata chissà dove, a credere di essere buoni perché mandiamo spiccioli a chissà chi.

Ecco perché Montevergine, come già fu per Piedigrotta, deve morire. Il rito che ne accompagna il culto, è rito di fertilità, anche di lascivia; ma soprattutto è una comunità che vive, respira finalmente libera dal corsetto delle regole, ossessione autentica di ogni razionalista. Una sorta di Carnevale (per quanto ancora possa avere senso questo termine nella nostra società) dove gli uomini e le donne si uniscono e fondono, si ribaltano ruoli e cliché, si suona, si beve, si balla fino a stordirsi, ci si sfida a duello (con i canti a figliola, almeno una volta). Sacrificare l’io in una perdita di coscienza collettiva tributata al sacro è peccato il più mortale I femminielli, figli della sacertas rurale (così diversi dai gay “militanti”, figli invece del perbenismo culturale borghese) rendevano accoratissimo omaggio a Mamma Schiavona perché lei, patrona degli ultimi, sotto il suo manto protegge gli oppressi e i disperati dalla furia di coloro che benpensano; è la loro rivincita, la promessa di un’apocatastasi, di un ritorno al Divino indigeribile ai piani alti di ogni gerarchia (e perciò Origene fu bollato d’eresia?).
È l’umile trappanella che con la tammorra e la sua freschezza si fa beffe dell’usuraio presuntuoso e arrogante che non ardisce di danzare, è il contadino che sputa in faccia al borghese la limitatezza della sua boria: troppo piccolo per essere davvero aristocratico, troppo pieno di sé per avere il coraggio di scendere a far parte di una comunità.

Ritornare alla Terra, per dirla filosoficamente. Ritornare e difendere Montevergine, perché questo non è il migliore dei mondi possibili e s’abbisogna che lo sguardo incantevole, potente e dolcissimo della Madonna Nera del Partenio, avvocata nostra, dissolva, una volta e per sempre, le illusioni sulfuree della colonizzazione culturale della perfida Sister Act.

 

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