11 gennaio 2018

Papa quia absurdum

OVVERO: IL TEOREMA DE MAISTRE

di Satiricus
Oggi traggo qualche spunto dal libro che un filosofo milanese ha composto ai danni del Pontefice Benedetto XVI, non si tratta però dell’ultima fatica di Enrico Maria Radaelli, quel “Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo” che sta suscitando scalpori sciocchi e strumentali nel mondo progressista (chi conosce Radaelli sa da tempo delle sue ampie riserve ratzingeriane, mai celate, e sa anche della sua posizione eccentrica e isolata, tanto quanto scientifica e meticolosa, nel mondo tradizionale), si tratta piuttosto di “Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede?” che Maurizio Ferraris ha pubblicato con la Bompiani nel 2006.
Stupito dal revival della fede – un problema che da un lustro in qua sembrerebbe già rientrato – Ferraris scrisse tale pamphlet, non tanto degno di un filosofo eppure utile alla causa divulgativa degli ambienti laicisti, in cui giungeva ad una conclusione dirompente: il ritorno alla fede nel clima post-moderno non è riconducibile ad una autentica conversione ad Deum, ma solo ad una adesione idolatrica alla figura del Sommo Pontefice. “Il Dio nascosto e il Papa televisibile” titola il decimo capitolo del libro e non senza curiosità vediamo attribuito questo carattere al meno televisibile dei Papi contemporanei, il ‘pastore tedesco’ Ratzinger.

Ma sostiamo un poco sulle parole stesse del Ferraris, egli comincia con un ritratto goliardico ma non troppo del cattolico medio: “In cosa crede chi crede, in un paese cattolico, e una volta che abbiamo disegnato la figura di un essere razionale, magari credulo nei confronti dei miracoli, ma del tutto diffidente nei confronti della resurrezione? La risposta è molto semplice: credono nel Papa”. Si descrive – per dirlo con parole forti – una cristianità gnostica, che avrebbe smarrito il senso natalizio della incarnazione e il peso carnale della risurrezione, arenandosi – per così dire – all’equivalente di teorie fenomeniche e dell’illuminazione, “il Dio da toccare, che attesta di non essere un fantasma, diventa un Dio da vedere, specialmente in televisione”. E simile visione non cerca più il Divino, ma un suo surrogato più plausibile: “Quando l’incredulità nei confronti del trascendente diventa di massa, il solo a cui si è disposti a credere è un signore con certe caratteristiche fisiche e sociali ben precise: un Papa, appunto che decide (questo il nocciolo del dogma) in materia di fede e di costumi”. La sentenza cala irremovibile: “Dunque chi crede, almeno tra i cattolici, e se è coerente, crede nel Papa”.

Così il Ferraris, il quale nel capitolo undicesimo introduce un nostro carissimo amico, basti la titolazione: IL TEOREMA DI DE MAISTRE (p. 123). E qui mi fermo – le restanti tesi non sono un gran che – e provo io a dare il succo ‘alla de Maistre’ della faccenda.

Tre considerazioni. La prima: è cosa buona e giusta, pur di difendere la nostra fede nel Cristo Risorto, prendere le debite distanze dal Papa. Perdonatemi, ma è un sano atto di carità e di dialogo e di evangelizzazione del laicato contemporaneo; se serve, per testimoniare il Cristo lascerò un poco in disparte il suo Vicario. Questo si dica, con buona pace dei giornalisti e dei lacchè progressisti, i quali nella loro difesa assurda di Bergoglio sconfessano oggi tutta l’ipocrisia delle articolesse in cui ieri osannavano la cultura di Benedetto XVI, e così radicalizzano le impressioni del Ferraris circa la residua papolatria romana.
Con ciò veniamo alla seconda considerazione. Non so dove Ferraris raccogliesse le ragioni a sostegno della sua tesi circa la papolatria del cattolicesimo ratzingeriano: quelle che esplicita non sono francamente plausibili. Sta di fatto che pare davvero aver colto nel segno. Il popolo, o almeno la maggioranza del cattolicesimo occidentale, non crede in Dio, crede nel Papa e corre dietro ad esso quali che siano le cose bislacche e contraddittorie che dice. Così forse spieghiamo l’indifferenza o la compiacenza con cui si tollerano crescenti scempi di fede e di costumi, di dottrina e di culto che preti e vescovi disseminano impuniti?
E infine, è quasi inquietante scoprire quanto siano calzanti le accuse di Ferraris nella situazione attuale, con un Bergoglio impegnato a “decide[re] in materia di fede e di costumi”, risoluto nello sfruttare fino al deperimento (già raggiunto) l’esposizione mediatica, elevato a feticcio inattaccabile cui il cattolico post-moderno tertullianamente si attracca quia absurdum.
Insomma è così, il kantiano Ferraris, che non ama venire in dialogo col tedesco Ratzinger, traccia
ante-litteram uno scenario profetico del pontificato più catto-comunista – e quindi post-kantiano – della storia della Chiesa. E qui comprendiamo meglio proprio quell’astio e quella passionalità, cieca e indiscutibile, con la quale i bergogliani difendono il loro partito forti del furor populi. Non si tratta solo di interessi politici, di mafie svizzere, di intrecci massonici, vi è qui ben di più, vi è un istinto atavico e non architettato, vi è la difesa irrazionale dell’ultimo straccio di fede che gli resta e che li distingue dai loro interlocutori Gentili, e si tratta della fede nel Papa.

 

4 commenti :

  1. ... al meno televisibile dei Papi contemporanei, il ‘pastore tedesco’ Ratzinger.

    In realtà questo record, secondo le ultime rivelazioni (p.es. flop della trasmissione "Padre Nostro" su TV2000), spetta proprio a Papa Francesco, molto peggio di Ratzinger in quanto ad "audience".

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  2. Ho un'obiezione. Papa Francesco non piace al popolino, piace agli intellettuali laicisti e ai cattocomunisti. E a chi gli lecca i calzini per servilismo clericale. Ma al popolino teledipendente no, non più (vedi calo degli ascolti).

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  3. Ferraris è un eccellente campionario dei tentativi di spiegare la fede fatti da chi non ha la più pallida idea di cosa sia e la confonde con altre cose. Primo tentativo: il credente crede nel "miracolo" (quasi che i miracoli - ovviamente mistificati - siano pane quotidiano del fedele medio...; da qui l'impegno che alcuni mettono per "dimostrare" che certi miracoli sono falsi: pensano che una volta dimostrato questo si taglino le gambe della fede). Secondo tentativo: la fede è in realtà una morale (cosa quest'ultima che il laicista è perlomeno in grado di afferrare). Terzo tentativo, quello che qui più interessa: la fede è la ricaduta sociologica del desiderio umano di fare gruppo. Il discorso alquanto confuso del credente che crede nel papa si può capire solo in questo contesto di piena incomprensione di cosa sia la fede (che è semmai ciò che, a monte, dà forza e rilievo alla figura del pontefice pro tempore...).

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  4. Rispondo ai primi due anonimi: Ratzinger non ha il carisma di Giovanni Paolo II, e non ha tutti i media dalla sua parte come invece Bergoglio. Eppure, a differenza di quest'ultimo, aveva molti più fedeli che lo ascoltavano.

    Il senso di questi passaggi è che Ferraris fa un'analisi completamente errata: il popolo dei fedeli non segue il Papa perché mediatico, ma per i contenuti di fede; infatti Ratzinger era acclamato e riempiva la piazza, Bergoglio tutt'altro.

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