05 gennaio 2018

Quel cristiano di Luke Skywalker

di Paolo Maria Filipazzi
Luke Skywalker è finalmente giunto a destinazione. Il viaggio dell’eroe, iniziato quando un giovane di Tatooine vide quasi per caso l’ologramma di una fanciulla sconosciuta che pronunciava il fatidico nome di Obi- Wan Kenobi, si è concluso, su di un’isola sul lontano pianeta di Anch-to. Alla fine di tutto c’è quello che, fin dal principio, era il suo destino: il sacrificio, il dono estremo di sè, e la speranza che dal sacrificio trae nuova vita.
Al termine della visione de Gli Ultimi Jedi, è tutta la saga di Guerre Stellari, o di Star Wars, che dir si voglia, a rivelare, finalmente, quello che era, fin dal principio, il suo significato più profondo. Con buona pace dei fan imbufaliti, si può dire che Rian Johnson non ha ucciso Star Wars, l’ha portato a compimento.

Il Luke Skywalker invecchiato e disilluso che Rey ritrova su Anch-to non è più, almeno apparentemente, il diciannovenne che guardava i soli di Tatooine tramontare, sognando di partire, e neppure più l’eroe galattico che avevamo lasciato sulla luna boscosa di Endor in quel cerchio di amicizia e calore dopo la distruzione della Morte Nera e la redenzione di Anakin. Luke Skywalker ora ha vissuto, ha fallito, e vive ritirato laddove sorse il primo tempio Jedi, in attesa che tutto muoia con lui. E, nel suo ritiro, matura la propria ribellione interiore contro quell’ Ordine dei Jedi con cui ha sempre avuto un rapporto ambivalente. Non poteva che essere così.

La mente corre ai tempi de L’Impero colpisce ancora, il film che per primo demolì, apparentemente, il mito di Guerre Stellari. Fu su Dagobah, che Luke vide crollare per la prima volta l’immagine romantica e avventurosa che si era fatto dei Jedi, di fronte ad un addestramento a tratti perfino crudele, che il solo apparentemente buffo Yoda gli impartì, cercando di imporgli il distacco totale da qualunque legame o affetto, proprio mentre i suoi amici erano braccati e in fuga. Nella trilogia prequel avremmo visto come fosse stata proprio questa dottrina quasi spietata a causare la ribellione di Anakin, la sua caduta nel Lato Oscuro, la sua trasformazione in Darth Vader. Sempre su Dagobha Luke ebbe l’esperienza all’interno dell’ albero possente nel Lato Oscuro: allora imparò che il nemico più temibile, quello contro cui tutto si gioca, siamo noi stessi. E, sotto la maschera di Darth Vader, vide il proprio stesso volto sconvolto. Spiegano Paolo Gulisano e Filippo Rossi nel loro saggio La forza sia con voi. Storia, simboli e significati della saga di Star Wars : a proposito di questa scena: «Fallire non è un’opzione, fa parte della natura umana (…) Eroe e avversario sono la stessa cosa. Il futuro può essere, per chi vive veramente, una discesa nel Male che si ha dentro. Può divenire la trasformazione nel proprio volto sconcertato, perso, fragile, da caduto nella Grazia». E fu su Dagobah che ebbe la prima ribellione, abbandonando Yoda per correre a salvare gli amici, per andare a scoprire, su Cloud City, l’inganno in cui Obi- Wan l’aveva fatto cadere, nascondendogli la verità su suo padre nel tentativo di indurlo ad ucciderlo.

Questa rottura si ricompone nel Ritorno dello Jedi, allorchè Luke di nuovo dialoga col fantasma di Forza di Obi- Wan e, nuovamente sollecitato ad affrontare Darth Vader, perentoriamente proclama: “Non ucciderò mai mio padre”. Luke ha fatto tesoro degli insegnamenti dei maestri ma conserva la libertà di discernere qual’è la strada giusta da scegliere: e opta per cercare la redenzione del padre e non la sua distruzione. Il duello a tre sulla Morte Nera è emblematico: Luke cede alla rabbia, entra nell’oscurità, ed è invincibile. Al momento di sferrare il colpo finale, però, con un colpo di scena ben più strepitoso del celeberrimo “Io sono tuo padre” getta la spada: “Io sono uno Jedi, come mio padre prima di me” e preferisce sottoporsi senza alcuna difesa alle scariche di Palpatine, andando incontro a morte certa pur di non uccidere il padre. Questo atto inaudito, ben più nobile di qualunque impresa dei Jedi, è quello che porta Anakin a riemergere dalla tenebra di Darth Vader e a salvare il figlio e tutta la galassia da Palpatine. Luke è l’unico che è riuscito a vincere la tentazione del Lato Oscuro e così ha salvato suo padre. Spiegano sempre Gulisano e Rossi: «Luke non è un cavaliere Jedi… E’ più di un Jedi, forse è come un Jedi dovrebbe essere: non un super-giustiziere, ma un guerriero spirituale che conosce il valore assoluto dell’empatia, del perdono e della pietà. Luke Skywalker salva Darth Vader e così facendo distrugge sia gli Oscuri Signori dei Sith che i Cavalieri Jedi».

Trent’anni dopo, però, siamo daccapo: il Lato Oscuro si è risvegliato, il Primo Ordine, erede dell’Impero, è trionfante. E la colpa è proprio di Luke Skywalker. Egli è pur sempre un uomo e doveva pure, prima o poi, fare l’esperienza del fallimento. Ha rifondato una nuova Accademia Jedi, cercando di non ripetere gli errori di chi lo ha preceduto. Ha avvertito, però, il Lato Oscuro potente in un suo allievo, Ben Solo. E stavolta anche lui ha sbagliato: ha pensato di ucciderlo, entrando a sua volta, di nuovo, nel Lato Oscuro. Anche stavolta non ha ceduto alla tentazione, non ha ucciso il discepolo. Questi, però, ormai aveva visto il maestro con la spada laser sguainata contro di lui, e questo ha provocato la sua definitiva caduta: Ben Solo è diventato Kylo Ren, l’Accademia Jedi è andata distrutta, e Luke Skywalker, chiusosi alla Forza, si è trascinato nel suo auto-esilio in attesa della morte e della fine di tutto.

Tuttavia, come insegnava Qui-Gon Jinn ne La minaccia fantasma, la Forza non è un potere di cui servirsi, ma va ascoltata per conoscerne il volere. Per queste sue idee, i Jedi lo avevano emarginato, ed avevano guardato fin da subito con diffidenza a quel “prescelto” da lui scovato fra le sabbie di Tatooine, Anakin Skywalker, figlio di un’umilissima schiava, nato ai margini della galassia all’insaputa dell’ Ordine. Eppure ora ecco che ci pensa la Forza stessa a far crescere una controparte luminosa a Kylo Ren: Rey, che, per definizione, non è nessuno e viene dal nulla. Ma si, tutto quadra, tutto era chiaro fin dall’inizio.

Quanto a Luke, ci pensa Yoda ad impartirgli l’ultima, decisiva lezione: “Il fallimento, il più grande maestro esso è”. E’ una lezione che Yoda ha imparato, se ci si pensa bene, proprio da Luke, al quale ora restituisce il favore. Ecco quindi Luke Skywalker che si riapre alla Forza, sotto forma di ologramma, affronta Kylo Ren dando il tempo ai superstiti della Resistenza di fuggire e poi, stremato dallo sforzo muore… anzi no. Si ricongiunge con la Forza, finalmente in pace, avendo finalmente toccato l’ineffabile cristiano: il dare la vita per i propri amici. Ora è immortale e la sua leggenda verrà narrata alle future generazioni tenendo viva la speranza.

E mentre osserviamo gli ultimi secondi del film, non può non venire il sospetto che la Forza sia qualcosa in più del semplice campo di energia che descriveva Obi-Wan Kenobi. E ci viene in mente il più toccante dialogo di una altro film della saga, Rogue One: A Star Wars story, quando Cassian chiede “Che ne dici, qualcun sarà in ascolto?”, e Jyn risponde: “Io dico di si, c’è qualcuno lassù”.


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