09 febbraio 2018

Addio alle ninfe vittoriane: il sonno della ragione rimuove i quadri

di Giorgio Enrico Cavallo
Il corto-circuito della società post-cristiana, post-europea e post-umana genera situazioni così paradossali e così divertenti, che si potrebbe pensare che viviamo tutti dentro un grande scherzo globale. Un immenso, delirante Truman Show. Deve essere così. Perché se così non fosse, bisognerebbe smettere subito di ridere e prenotare con urgenza una cura dallo psichiatra.
Il più divertente e paradossale dei casi recenti – un caso da ricovero immediato – è avvenuto a Manchester, dove i curatori della locale Art Gallery hanno deciso di rimuovere il quadro "Ila e le Ninfe" dell’artista preraffaelita William Waterhouse perché, udite udite, potrebbe essere ritenuto inadatto o offensivo per il pubblico. Offensivo, naturalmente, perché sono raffigurate una serie di provocanti ninfe tutte nude. Per una volta, non c’entra il “rispetto” della suscettibilissima (e presunta) sensibilità islamica, in quanto la rimozione del quadro è frutto dell’ondata di indignazione sulle molestie sessuali iniziata in America. Dove si trovi la molestia in un quadro, è mistero; ma, poiché il politicamente corretto impedisce di ragionare, qualcuno deve aver pensato che eliminare un quadro da una mostra sia davvero una mossa sagace. Al posto del quadro “incriminato”, cosa hanno messo, i brillanti soloni della Manchester Art Gallery? Uno spazio vuoto, con un cartello che invita al dibattito. Pare che anche le cartoline in vendita al book shop siano state ritirate: insomma, quel quadro “sporcaccione” non è mai esistito.

Ora, già per il fatto che viviamo immersi in una società satura di stimoli sessuali e di richiami alla sessualità, la censura ad un quadro del XIX secolo appare piuttosto bislacca; ma lo è ancora di più perché al posto dell’opera di William Waterhouse la MAG ha preferito lasciare il nulla. Il vuoto. Alcuni lettori diranno: «Meglio il vuoto che qualche agghiacciante “installazione” contemporanea!» ed, in fondo, non si può dar loro torto. Ma il vuoto è sintomatico di una società ormai annichilita, che non propone niente e, d’altronde, non può e non vuole proporre niente. Dopo aver cancellato le radici cristiane, dopo aver lottato contro la cultura europea imbevuta di cristianesimo, la società moderna ha eliminato le premesse culturali per proporre qualcosa di nuovo e per rispondere alle sfide della nostra epoca. Basta vedere quali sono le “soluzioni” adottate ogni volta che qualcosa incrina il delirante sistema della post-modernità: di fronte ai terroristi islamici, si usano i gessetti colorati. Per risolvere i problemi sociali, si storpiano le lingue coniando raccapriccianti nomi al femminile. Per combattere le molestie sessuali, si tolgono i quadri dalle mostre. Tra cento anni, sui libri di storia questa sarà chiamata l’Era della Follia; ammesso che qualche folle dell’Era della Follia non faccia finire il mondo prima; e ammesso, naturalmente, che tra cento anni i libri di scuola ci siano ancora, perché effettivamente sui manuali d’arte ci sono anche opere come la Venere di Botticelli o la Venere di Urbino di Tiziano.

Qualche altro lettore dirà che, in fondo, noi cattolici del XXI secolo possiamo anche ridere di queste palesi soppressioni dell’umano intelletto, ma che non dobbiamo dimenticare che la censura, in Europa, aveva il suo sponsor nella Chiesa romana. «Pensate ai “braghettoni” sul Giudizio Universale di Michelangelo…». Chi, giustamente, ricorda questi episodi non può però dimenticare che la censura era raramente compiuta assecondando isolate scelte di singoli, ma spesso chi decideva lo faceva consigliato da artisti e uomini di cultura; personalità ben diverse da coloro che, oggi, millantano la qualifica di artisti. Qualche fanatico c’era, eccome; ma i più sapevano preservare le opere d’arte ed escogitavano stratagemmi per renderle “inoffensive”. Fu con la consulenza del pittore Daniele da Volterra che si “salvò” il Giudizio Universale di Michelangelo da chi avrebbe voluto coprirlo con un nuovo affresco. Si badi: con un nuovo affresco, non con il nulla.

Ritorniamo dunque al consueto appuntamento con il “nulla” della società contemporanea. Non a caso, una società che, in tema d’arte, non sa esprimere alcunché. Le cosiddette opere d’arte odierne sono enigmatiche, inquietanti, spesso raccapriccianti. Non solo non esprimono niente, ma non si sforzano nemmeno di piacere; anzi: sembra che vogliano a tutti i costi gridare, disturbare, rovinare quanto di bello e di sublime abbiamo creato nel corso dei secoli: ecco perché sono disposte nelle piazze auliche e nei musei, costringendo il passante ad una punizione visiva e spirituale. Non diversamente – e lo abbiamo denunciato più volte – è l’arte sacra moderna, nella quale sono scomparsi i richiami al divino e sono stati sostituiti da insoliti rebus: come se la ricerca di Dio fosse un rebus anche per i cristiani. È questo l’humus culturale contemporaneo; un humus sterile. Un terreno dal quale non può nascere niente di buono. Pensiamoci, la prossima volta che andremo in un museo: potrebbe essere l’ultima volta che ci sarà permesso di vedere la Maja Desnuda di Goya o il Discobolo di Mirone; la Nascita di Venere di Bouguereau o l’Uomo Vitruviano di Leonardo. E, procedendo di pari passo, anche i musei potrebbero essere chiusi, un giorno o l’altro: al loro posto, una raffinata serie di pareti vuote. Pareti vuote e politicamente corrette.

 

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