01 febbraio 2018

Belli teologo. Il giudizio universale

di Aurelio Porfiri
Uno dei temi che più ha affascinato gli artisti di ogni epoca è del giudizio universale. Basta pensare, ad esempio, all’altezza poetica della sequenza Dies irae, oggi purtroppo messa da parte, o al vigore del dipinto di Michelangelo nella Cappella Sistina. Insomma, un tema che riguarda le cose ultime non può che essere un tema che a tutti interessa. La voce del Belli si fece sentire anche su questo tema, grazie al sonetto “Er giorno der giudizzio”, uno dei sonetti più popolari del grande poeta grazie anche all’interpretazione che di questo sonetto è stata fatta da Vittorio Gassman.

Quattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de vocione
Cominceranno a dì: "Fora a chi ttocca"
Allora vierà su una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe ripijà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la biocca.
E sta biocca sarà Dio benedetto,
Che ne farà du' parte, bianca, e nera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.
All'urtimo uscirà 'na sonajera
D'angioli, e, come si ss'annassi a letto,
Smorzeranno li lumi, e bbona sera. »
Il sonetto, datato al 25 novembre 1831, è veramente un piccolo scrigno poetico. Vediamo le prime due quartine.
Quattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de vocione
Cominceranno a dì: "Fora a chi ttocca"
Allora vierà su una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe ripijà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la biocca.

Ecco una “traduzione” italiana: quatto angeli imponenti si metteranno ai quattro angoli dell’universo suonando le loro trombe. Poi con voce potente inizieranno a dire: avanti a chi tocca. Allora verrà un insieme di scheletri che camminano a quattro zampe, mentre stanno ridiventando come persone che si radunano come pulcini attorno ad una chioccia.
Che potenza di immagini! Questa idea dell’imponenza degli angeli, resa con la parola “angioloni” ha derivazione prettamente biblica. Leggiamo infatti in Apocalisse al capitolo 10, versetto 1: “Vidi poi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube, la fronte cinta di un arcobaleno; aveva la faccia come il sole e le gambe come colonne di fuoco”. Tutto questo il Belli lo sintetizza con la parola “angioloni”, in romano è tipico usare questa sorta di aumentativo nelle parole per denotare un’imponenza. Per esempio, l’uomo molto alto o molto piazzato è definito “omone”.
Il racconto del Belli procede con stringatezza veramente potente, sintetizzando e interpretando la stupenda narrazione dell’Apocalisse, con la visione di Giovanni e questi angeli imponenti che scuotono il mondo al suono delle loro sette trombe. Alcuni, e non senza ragione, fanno risalire a Luca Signorelli e al suo colossale affresco chiamato “La risurrezione della carne”che si trova in Orvieto e che il poeta ebbe modo di ammirare, l’ispirazione per questo sonetto. In effetti ci sono gli angeli possenti con le trombe in bocca, anche se in questo caso sono due e non quattro. Abbiamo poi gli scheletri che dalla terra riprendono l’aspetto di persone per radunarsi attorno alla “chioccia”, come pulcini. Molto bella e tenera questa immagine, che sarà poi chiarita nella terzina successiva. Bello anche l’uso della parola “filastrocca”, quasi con il senso della monotonia (“non mi raccontare la solita filastrocca!”) del passaggio di questi scheletri nel mentre riprendono la loro sembianza umana. Belli usa questa parola solo in un altro sonetto, “Le Messe”, riferito alla “filastrocca delle Messe che di dicono a Natale”, come per dare il senso di una cosa ripetuta a lungo (e che quindi può dare a noia). Il fatto che camminino a quattro zampe da anche l’idea del passaggio dalla brutalità del peccato alla grazia dell’umanità redenta.

Notiamo che anche l’immagine dei pulcini, sembra proprio presa dall’iconografia che viene fuori dal dipinto di Signorelli, in cui gli scheletri si trasformano in persone giovani e vigorose.

E sta biocca sarà Dio benedetto,
Che ne farà du' parte, bianca, e nera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.
All'urtimo uscirà 'na sonajera
D'angioli, e, come si ss'annassi a letto,
Smorzeranno li lumi, e bbona sera. 

Il testo: e questa chioccia sarà Dio Benedetto che dividerà gli scheletri fatti persone in due parti, bianca e nera, una per andare in cantina (inferno) e l’altra sul tetto (paradiso). Alla fine uscirà un nugolo di angeli e, come se dovessimo andare a letto, spegneranno i lumi, e buona sera.
La gallina è Dio Benedetto che cova i suoi pulcini. Quindi nel Giudizio belliano c’è il Dio potente e giudice, ma anche il Dio misericordioso che cova i suoi figli come pulcini. Anche qui è un richiamo biblico (Mt 23, 37-39): “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. Questo richiamo è in Belli sintetizzato nella potenza icastica dei suoi versi. Ma la misericordia non può esistere senza la giustizia. Infatti Dio farà due parti tra loro opposte (bianca e nera) che andranno in direzione opposta, dal Belli espressa continuando la metafora del pollaio: la cantina e il tetto. Se si vede la raffigurazione che dà del giudizio il Beato Angelico nel trittico in palazzo Corsini in Roma, vediamo come la divisione fra beati e dannati sia più netta, mentre in Luca Signorelli vediamo questi corpi vaganti con alcuni che già tendono al cielo mentre altri sembrano avere un destino più incerto. In Belli sembra prevalere il rigorismo dell’Angelico che sembra però temperato dall’immagine del Dio chioccia.
Poi il nugolo di angeli, che il Belli definisce “sonajera”. Lo stesso Belli, nelle note al suo sonetto, traduce questa parola con “formicaio”. In un altro sonetto Belli accomuna questa parola agli strilli, “sonajera de strilli”, dando in questo caso come significato la parola per noi desueta “filatessa”, che significa “una lunga fila”. In Signorelli gli angioletti che si vedono sono monocromi; forse in Belli il senso è che c’erano così tanti angeli che quasi non si distingueva il colore?
Ecco poi che il popolano, che riconduce tutto ad elementi familiari, descrive la fine di tutto, che è come quando si spegne la luce prima di andare a letto. In quel momento, come conclude il poeta, si dirà l’ultimo “bbona sera”. Qui, il senso è più profondo del semplice saluto serale. In quanto per il romano, dire “bbona sera” in modo fatalistico, significa qualcosa tipo “quello che è fatto, è fatto”, non si torna indietro. In questo senso infatti lo usa il Belli anche in altri sonetti.  

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