16 febbraio 2018

Cattolici, chi votare/2. La disunità è una ferita

Mentre si avvicinano le elezioni politiche, i cattolici tornano a porsi l’eterno dilemma: chi votare? Campari e de Maistre, ovviamente, non fa campagna per nessuno, tuttavia riteniamo opportuno aprire una seria riflessione in proposito. L’articolo presente  fa parte di una serie a cui chi vorrà potrà partecipare, specificando sin da ora che quella esposta è solo la personale posizione dello scrivente. Lo stesso varrà per tutti contributi.

di Daniele Laganà
Il Magistero della Chiesa ci regala uno stupendo patrimonio per agire rettamente nell’arena pubblica che prende il nome di dottrina sociale, la quale non ha come destinatari esclusivi i fedeli, bensì essa è «un insegnamento espressamente rivolto a tutti gli uomini di buona volontà», pertanto è assolutamente possibile che questo «cantiere sempre aperto, in cui la verità perenne penetra e permea la novità contingente, tracciando vie di giustizia e di pace» possa essere la comune fonte da cui credenti e non credenti possono attingere per costruire una proposta politica che sia in assoluta continuità con il messaggio evangelico e che, al contempo, incarni un’attenzione all’integralità della realtà che può essere colta anche da chi non ha ancora riconosciuto la divinità di Cristo.

Compito ineliminabile del laicato cattolico è l’attuazione della dottrina sociale in tutte le dimensioni del vivere comune, dall’economia sino alla politica, e in quest’ultimo campo, negli ultimi tempi, sembra emergere sempre di più una grande difficoltà, a causa della crescente irrilevanza del cattolicesimo in seno all’alveo politico italiano; gli uni sostengono che la causa è da ascriversi alla secolarizzazione galoppante della nostra nazione, gli altri criticano la tragica frammentazione dei politici cattolici nelle diverse formazioni partitiche: molto probabilmente l’attuale ininfluenza è dovuta alla somma dei due fattori, per cui risulta oltremodo urgente agire su ambedue.
Nella Prima Repubblica l’unità politica dei cattolici è stato assolta dalla Democrazia Cristiana, un grande partito che ha permesso la convergenza di una moltitudine di sensibilità all’interno del mondo cattolico per strutturare una proposta politica comune: nonostante i gravi errori che nel tempo sono stati commessi, non posso che provare nostalgia dello Scudo Crociato scorgendo l’attuale drammatica disunità dove non vi è vergogna a dirsi cattolici e contemporaneamente votare partiti e schieramenti che promuovono e approvano politiche che contraddicono apertamente la dottrina cattolica. Chiaramente la dottrina sociale mette in guardia dal ridurre la capacità di giudizio del laico credente all’adesione ad una formazioni che si dichiari di ispirarsi al Magistero, in quanto «pretendere che un partito o uno schieramento politico corrispondano completamente alle esigenze della fede e della vita cristiana ingenera pericolosi equivoci», pertanto «la sua adesione ad uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica»; inoltre, interessante è la sottolineatura che la scelta elettorale debba essere sia personale sia comunitaria, poiché «spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere ai principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive d’azione nell’insegnamento sociale della Chiesa».

In una recente intervista rilascia a Il Corriere della Sera, il cardinal Camillo Ruini ha rinnovato la sua preoccupazione dinnanzi al rischio per i cattolici di «essere sempre meno rilevanti, nonostante il loro grande contributo nella vita sociale», evidenziando quanto sia «indispensabile potenziare la capacità di tradurre la fede in cultura e in azione politica», in piena continuità con le parole che aveva consegnato al medesimo quotidiano nel 2007: «È preferibile essere contestati che essere irrilevanti!».

Sulla necessità dell’unità politica dei cattolici per garantire la rilevanza della visione cristiana e l’attuazione della dottrina sociale, è paradigmatica la distanza di vedute tra il Servo di Dio Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, ed il “presbitero” David Maria Turoldo: quest’ultimo, reso celebre dalla sua contrarietà ai referendum abrogativi sul divorzio e sull’aborto, accusava Giussani di disattendere il Concilio, in quanto esso prevedeva la possibilità per i cattolici di impegnarsi in partiti politici diversi tra di loro; la risposta acuta e diretta a quest’accusa non può che rispondere ad una lettura limpida del rapporto tra fede e politica: «Noi di Comunione e liberazione non gridiamo all'untore se c'è chi, nel mondo cattolico, pensa di prendere vie diverse dalla Democrazia cristiana, noi abbiamo anzi un rispetto doloroso e dolente per chi tenta altre vie. Però pretendiamo che non si dia dell'untore a noi, se crediamo che la tensione all'unità, anche politica, derivi naturalmente dal fatto cristiano vissuto o, per dirla con le nostre parole, se questa tensione è un «segno» della realtà del popolo cristiano.». Saggiamente Giussani non disgiunge la tensione all’unità del popolo cristiano anche nell’agone politico alla dimensione critica dell’adesione ad una formazione unitaria: «È vero, noi critichiamo la DC e, ci sia dato atto, anche duramente, durissimamente.  Però io non vedo in questo, fra la critica e il voto, proprio nessuna contraddizione. Io credo che il dovere di un cristiano sia innanzi tutto quello di collaborare con altri cristiani, prima che con qualsiasi altra forza. Perché con costoro io avrò un punto di vista, antropologico o, se si vuole, storico più vicino, «a priori». Non vedo quindi i motivi dello scandalo. […] Il cosiddetto «dissenso cattolico» è nato da un rilievo giusto, da un grido contro certe forme dispotiche della Chiesa, da un'opposizione, in sostanza, a una vita non ecclesiale della Chiesa. L'errore sta nel fatto che per urlare questo grido il «dissenso» si pone, psicologicamente e metodologicamente, fuori dalla Chiesa. E accusa. E, per quanto riguarda il temporale, mutua la sua saggezza da altre ideologie diverse da quella cristiana. Distingue fra la propria religiosità e il proprio credo politico. Per noi invece ogni dualità è mortale per la fede. Il grande insegnamento di Cristo in croce è che «morendo dentro la Chiesa» si possono cambiare le cose, non al di fuori.»

Tra le pagine di L’io, il potere e le opere ancor più splendidamente Giussani esorta a «tendere all’unità anche in politica, perché i cristiani debbono tendere all’unità in tutto, dato che sono un corpo solo. Perciò è un dolore non trovarsi dello stesso parere, non un diritto conclamato sconsideratamente. È dolorosa, anche se tante volte inevitabile, la diversità, e bisogna essere tutti tesi a scoprire il perché il fratello la pensa diversamente e comunicargli nel modo migliore i motivi della propria convinzione, nella ricerca dell’unità», mentre in un’intervista rilasciata a Il Sabato difendeva il cardinal Ruini violentemente attaccato da Il Corriere della Sera: «Ho in mente quel titolo: “Cardinale, lasci stare”. Quasi un ordine insolente a un servo. Ruini difende l’incarnazione, il centro dell’esperienza cristiana, oggi minacciato più che mai. È tanto semplice: Cristo con il battesimo ti assume, così che siamo membra gli uni degli altri. È una cosa dell’altro mondo, ma questa è l’unità cristiana. Se tutti siamo una cosa sola non possiamo non cercare di esprimerci concordemente. E perciò ci raduniamo in azione unitaria. Se uno non se la sente o non ci fossero le condizioni, è un dolore non poterlo fare, non un diritto da sbandierare! C’è un altro criterio che viene oltraggiato, ed è invece così umano: l’obbedienza. È il criterio supremo dell’azione cristiana. Il criterio della verità è ultimamente fuori di noi – e questo fa imbestialire i nemici del cristianesimo. Sì: obbediamo! Ci toglie dalla balìa del potere che occupa e dirige le coscienze illudendole della loro autonomia e invece, credendo di essere liberi, obbediscono a uomini. 
 L’obbedienza cristiana pesca nel mistero. E invece chi si dipinge come autonomo obbedisce a quella ridicola menzogna che ha come criterio di base la valutazione morale dell’altra persona. Una cosa atroce, disumana.»

In questa drammatica situazione in cui versiamo non possiamo non gridare il dolore per questa disunità che cagione una lancinante ferita alla comunione ecclesiale e calpesta manifestamente la difesa dei valori non negoziabili e l’attuazione della dottrina sociale; solo un cieco potrebbe affermare che la disgregazione politica dei cattolici italiani abbia contribuito positivamente alla concretizzazione della dottrina sociale, solo un vile potrebbe affermare che la tensione all’unità politica sia un obiettivo irrealizzabile e obsoleto: curiamo questa ferita, rinsaldiamo il nostro legame fraterno e combattiamo a tutela della verità e del valore insopprimibile della persona umana!



 

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