28 febbraio 2018

Cattolici chi votare/6. Contro il rancore mondiale

di Matteo Donadoni
Siamo alle politiche. Premesso che, se fosse per me, regnerebbero gli Asburgo o i Borboni e fine del cinema. Ma, dato che siamo in democrazia, abbiamo il diritto dovere di votare. E di parlarne. Quindi funziona grosso modo così, prima ti chiedono cosa voterai - chissà cosa si aspettano – poi, dato che ormai gli spiattelli in faccia senza timore che voterai la Meloni, iniziano a farti l’elenco di tutti i difetti della candidata più in gamba in Italia. In questo caso le quote rosa non contano, anzi, quando sostenevo Trump mi chiedevano non senza una nota di livore cosa mai avessi contro le donne, ora che voto una donna, sono retrogrado se l’interlocutore è una donna, e poco cristiano se l’interlocutore è progressista. Perché? Perché molte persone covano, come tanti cervelli di gallina, delle uova metafisiche. Covano per anni, covano un’ossessione. Finché alla fine nasce un pulcino che pigola: “fascisti!”

Ora, io non ho nulla contro le ossessioni. Non sempre le ossessioni sono pericolose, lo sono in certi casi, ad esempio se sei su una barca di legno e se l’ossessione è una balena bianca. Però, francamente, non si può pretendere come fanno certi esponenti di sinistra che ho difficoltà a nominare, che si candidi solo chi sta simpatico a loro, o che il gioco democratico sia veramente democratico solamente se attuato fra partiti progressisti. Squalificare come fascista l’avversario politico in quanto tale, per quanto abbia ampiamente dimostrato di accettare e rispettare le regole della convivenza democratica, denota irresponsabilità e non è certo un atteggiamento né un’operazione degna di una persona che abbia capito cosa sia la democrazia. E in fondo non la merita.

I progressisti hanno un concetto peculiare di democrazia, va bene votare solo se il voto è progressista. Altrimenti un Mario qualsiasi preso da una banca a casaccio fa al caso loro. Intanto chiude un negozio ogni ora, le tasse aumentano, i servizi diminuiscono, gli Italiani diventano un popolo di poveri costretti a mantenere altri poveri importati a bella posta per abbassare i tetti salariali e disintegrare la nostra cultura e la nostra religione. Ma in fondo che cos’è il progresso? Avere il supermercato aperto ventiquattro ore e il medico dalle sedici alle diciotto. Tutti democraticamente responsabili, tutti sull’attenti con la parola d’ordine di turno, tutti moderni, trasparenti, inclusivi. Tutti pronti ad accogliere, ascoltare, aiutare. Ma prova a dissentire, prova a rifiutarti di lasciarti andare fra le spoglie morte della mutabilità, a ergerti saldo anche sopra una minuscola convinzione che li contraddica. Diventi subito un populista un fascista, un ignorante.

Già, forse è vero, sono ignorante. Come diceva C. S. Lewis «Non è necessario manipolare le persone istruite, credono già a tutto. Quelli che sfogliano le riviste intellettuali vanno già bene così». È vero, i politici sulla piazza non sono perfetti, non mi dilungo su chi votare perché molti hanno già chiarito il quadro, ma queste elezioni sono forse l’ultima occasione politica per fermare la distruzione umana ed economica del nostro paese ad opera del vero potere internazionale, che è sempre apolitico, ed è espresso da personaggi autonominati nei gangli dell’Unione Europea. Un potere che impone la propria ideologia a tutti i popoli europei ormai debilitati da routine geriatriche e già oggi senza un reale potere. Queste elezioni (e la vittoria dei sovranisti) sono più importanti di quanto non si creda, ad esse è affidata la “questione antropologica” e il nostro diritto ad esistere come civiltà italiana, perché quando la nostra cultura non verrà più insegnata: «gli ideali e i legami ereditati dal passato spariranno e la nostra civiltà dovrà fronteggiare, indifesa, la marea montante del rancore mondiale» (R.Scruton).
 

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