07 febbraio 2018

È tornato don Camillo/44.Problemi di coppia

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)
L’Elisabetta de Bellis era una sventola di donna, ben equipaggiata e, nonostante superasse la quarantina, appariva ancora assai giovanile e avvenente. Bionda con grandi occhi azzurri, non doveva faticare molto per mettersi in mostra. L’Elisabetta de Bellis era cresciuta in una “famiglia cattolica”, dove queste due parole avevano un significato ben preciso. Quando a sua volta si era sposata, tale concetto era stato trasportato nel nuovo nucleo familiare. Dopo il matrimonio, arrivarono alla Elisabetta de Bellis tre frugoletti molto carini che, col consorte, tirò su con la medesima teoria ricevuta nella sua educazione. In quegli anni di matrimonio, il marito si era limitato a quattro o cinque parole lanciate lì ogni tanto e pronunciate per stretta necessità. Se non faceva mancare mai niente in casa, non si sognava nemmeno di fare qualcosa in più del necessario. Fiori, galanterie, discorsi poetici erano un lontano ricordo dei giorni – anche quelli rari – del fidanzamento. Ma alla Elisabetta de Bellis non importavano un fico secco le smancerie, avendo una casa da mandare avanti, tre bestiole da accudire e un uomo di cui era sinceramente innamorata. E non si curava neppure di chi, con non poca malignità, spettegolava sulla sua famiglia, chiedendosi come mai una così bella donna si era sposata un bruto di quella fattura.
L’Elisabetta de Bellis era timorata di Dio e non mancava mai alla santa Messa della domenica, pregando con devozione e portandosi dietro i suoi “uomini”: sì, perché se uno era un omaccio grande, grosso e burbero, i pargoli che gli aveva sfornato erano anch’essi tre maschi pestiferi e agitati. In questo modo, però, si era tenuta necessariamente in forma, giovanile nel corpo e nella mente, dovendo far fronte a tutte le necessità che, di volta in volta, si presentavano. Infatti, come in ogni famiglia, soprattutto quando i figli diventano grandi, è la donna a mantenere l’equilibrio nel focolare. L’Elisabetta de Bellis se ne era accorta senza troppo sforzo, perché mentre la prole cresceva, divenendo sempre più esigente, il marito aveva drasticamente diminuito i vocaboli da proferire in qualsivoglia occasione.

Insomma tutto andò bene, finché andò. Del resto, quando i figli di Adamo sono piccoli, è una gioia prendersene cura (benché a volte non priva di fatica), ma quando quel tal bambino si trasforma all’improvviso in un adolescente prepotente e indolente, la musica cambia parecchio. E allora nell’animo della Elisabetta de Bellis iniziò a sorgere qualche piccolo malumore e, seppur ben gestito, a poco a poco riuscì a occupare sempre più spazio nel suo cuore. Non era la fatica della gestione familiare né il vedere cambiare i propri ragazzi. La questione era altrove, da tutt’altra parte: i figli prima o poi se ne vanno, hanno la loro vita da fare. Il problema è chi rimane. E chi restava era il marito. Davvero un bel problema.
Sì, perché se con il matrimonio cristiano si diventa una “carne sola” questo vorrà pure dire qualcosa, o no? “Sola” invece era come si sentiva l’Elisabetta de Bellis, quasi fosse diventata vegetariana. “Peccati di gioventù”, qualcuno li chiama, quegli errori che ti accorgi di aver commesso solo quando la garanzia è ormai scaduta e il reso impossibile. Se “prima” (perché la nostalgia si culla nel passato) c’era una struttura sociale che ti proteggeva, oggi tutto ricade sui soli individui e se son guai, son proprio guai.

Fu così che in illo tempore il nostro don Camillo, in una sera ventosa, intravvide in chiesa una persona inginocchiata che pareva – così almeno testimoniava l’udito clericale – proprio singhiozzare e piangere. Incuriosito dalla scena si avvicinò di soppiatto e riconosciuta l’orante, si sedette vicino, preoccupato nell’osservarla in una condizione insolita.
L’Elisabetta de Bellis vistosi davanti quell’armadio in talare, vi si aggrappò come se stesse per cadere in un baratro. In realtà, lei lo considerava un abisso e, tra le lacrime, raccontò l’accaduto, sintetizzando con maestria il concetto in tre parole: “Mi sono innamorata”.
La cosa di per sé non era drammatica, bastava riconoscere che i sentimenti vanno e vengono, ma la ragione può imbrigliarli e condurli verso il vero bene. Don Augusto cercò di calmarla e di farsi raccontare un poco la faccenda.
«Vede Reverendo», iniziò il discorso concitata, «i mei figli stanno crescendo e nella loro educazione mio marito non c’è, non c’è mai stato; me ne devo occupare solo io ed è ogni giorno più difficile. E sono anche consapevole che un giorno loro se ne andranno e io rimarrò sola con lui. Sono già, invero, sola! Non parliamo più in modo profondo da anni… è taciturno, grossolano sovente…».
«Forse dovreste ricominciare…», disse con garbo il nostro don Camillo.
«È che ormai siamo così distanti. Pensavo il mio matrimonio tutto in un altro modo e invece…».
«Già, è un problema di tanti… Vedi l’innamoramento deve diventare amore. Noi, invece, diamo troppo per scontato questo passaggio. E quando arrivano i figli si concentrano tutte le attenzioni su di loro, ma questi – come dici giustamente tu – un giorno dovranno prendere la propria strada. E, allora, ti ritrovi accanto una persona che ti appare come estranea».
«Esatto!», confermò la donna, «ho sbagliato tutto».
«No», riprese l’altro con dolcezza, «bisogna soltanto ritornare al motivo della vostra scelta, del “perché” vi siete sposati. Vedi, il vostro amore era destinato al fallimento, ma la Grazia di Dio può renderlo ancora fecondo e buono per voi e per chi vi è vicino. Non devi fidarti di te o di tuo marito, ma di Lui, anche se ciò vuol dire abbracciare la Croce».
La donna incominciò a singhiozzare ancor più forte e a disperarsi, angosciandosi per colpe non commesse.
«Ti sei innamorata», riprese il sacerdote, «non è una cosa brutta in sé, ma non è la tua strada. Sì, è vero, adesso con quello lì ti senti a tuo agio, è attento, ti capisce, ti emoziona… sei innamorata, insomma, ma quanto credi che durerà? Tra non molto tempo, se quell’amore non è alimentato, diventerà sterile come quello che hai ora. Ma se cerchi in te la forza per accrescerlo, riuscirai poco… E poi non dimenticare le tue responsabilità, questa scelta coinvolge non solo te, ma anche tuo marito, i tuoi figli, i tuoi genitori, gli amici…».
«Sì, lui mi capisce molto più di mio marito», disse l’altra, «ma è vero: non c’è futuro e può essere solo un’illusione. Cosa ho fatto?».
«Niente di male, per ora. Affidati a Colui che tutto può e cerca di capire cosa il Signore vuole da te. Vivi questa gioia del cuore, questo sentimento, vedendo nell’altro un dono da custodire e non qualcosa da possedere. La sofferenza ci sarà, ma è umana. Hai bisogno di attingere forza dallo Spirito, invocalo!».

L’Elisabetta de Bellis, che era una donna tutta d’un pezzo, ci pregò su e capì che non doveva demonizzare le sue emozioni, ma semplicemente controllarle mediante l’uso della ragione. Senza batter ciglio aveva raccontato la cosa al marito: il fatto che tutto era nato per la loro distanza e che lei poteva innamorarsi di chicchessia, ma l’uomo che amava era e rimaneva lui, benché un orso dai tratti bruschi e spesso insopportabili.
Quella mezza bestia dinnanzi a quel profluvio di parole rimase zitto come un ebete per poi uscire di casa. Tuttavia, per chiunque lo conoscesse, fece due gesti inimmaginabili. Andò a schiarirsi le idee e ritornò a casa dopo essere passato dal fiorista. L’idea non era molto originale, ma fece comunque la sua porca figura. Non che da allora le cose andassero via lisce, ma almeno l’Elisabetta de Bellis comprese che con Dio si può sopportare anche un marito di tal fattura, tenendo conto che non era stato il buon Gesù a obbligarla a sposarselo. La Croce era pesante e quindi non rimaneva altro che affidarsi e pregare, buttando fuori qualche lacrima.
Quel rustico di uomo prima di rincasare era anche passato in chiesa, portandosi dietro un cero quasi grande come quello pasquale. Incontrando il nostro don Camillo sul sagrato gli aveva chiesto di accenderglielo per “grazia ricevuta”.
«Lo mettiamo davanti al Sacro Cuore?», aveva domandato il prete.
«No, no», aveva risposto l’altro, «davanti alla Madonna. Quella lì, sì che è una donna seria: quello che chiedi fa!».
Don Augusto avrebbe voluto spiegargli con dolcezza, cioè a suon di ceffoni, che “quella lì” si chiamava Maria, la quale intercede per noi presso Dio e altre cose del genere, ma poi gli venne in mente una frase. Era di Bernanos e diceva pressappoco: “Lo sguardo della Vergine è il solo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che mai si sia posato sulla nostra vergogna e sulla nostra miseria”. Pensò in un attimo come la Madonna ci guarda con gli occhi dell’amore, con gli occhi di una madre che non giudica, anche se la si chiama “quella lì”. Dopodiché, il filo del ragionamento fu inceppato dalla sparata dell’altro.
«Del resto, non ho scritto io: Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disïanza vuol volar sanz’ ali ».
“Brutto canchero”, esclamò dentro di sé don Camillo redivivo, confermando che l’uomo davanti a lui era proprio una bestiaccia, “Allora noi sei un villano come appari!”.
«È vero», gli disse infine, «Maria è tanto grande e potente che chiunque desidera una grazia e non ricorre a lei per averla è come se sperasse di poter volare senza avere le ali. Difatti, ha detto san Giovanni Bosco: “ È quasi impossibile andare a Gesù se non ci si va per mezzo di Maria ”».
Finita la fumata del mezzo sigaro toscano, il reverendo rientrò in chiesa e posizionò il candelotto dinnanzi alla bellissima statua della Vergine, ma subito dopo, per scrupolo, andò a parlare un attimino al Crocefisso della sacrestia.
«Non credo, Signore, volesse offendere vostra Madre, con quelle parole insipienti, né voi, a causa dell’ubicazione del cero. È solo che quel disgraziato vi ha chiesto un piacere per mezzo di vostra Madre e…». Ma il nostro don Camillo lasciò la frase a metà, sapeva fin troppo bene che il Crocifisso aveva ben compreso.
“Maria Santissima – aveva, infatti, detto sant’Agostino – è veramente la mistica scala per la quale è disceso il Figlio di Dio sulla terra e per cui salgono gli uomini al cielo”.
E, alzando lo sguardo in alto, gli parve proprio che il Cristo gli facesse di rimando un bel sorriso.


 

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