14 febbraio 2018

È tornato don Camillo/45. La piccionaia del CPP

di Samuele Pinna
(Con illustrazione di Erica Fabbroni) 
Il nostro don Camillo dovette constatare che erano defunti i tempi in cui lui era parroco e il Consiglio Pastorale Parrocchiale (CPP) tenuto in debita considerazione dai fedeli. D’altronde, con la fine di quella commistione di comunismo e cattolicesimo (presente allora in quasi tutte le comunità), si era definitivamente concluso quel “senso” del popolo e della democrazia, lasciando spazio a un individualismo sfrenato. Adesso, infatti, tutti dibattono di tutto, con sicurezza e slancio spavaldo, tanto che un chiunque qualsiasi può considerarsi un grande esperto in ogni campo del sapere e dello scibile umano. E, nella cristianità, a poco a poco, si è sostituita alla smania di “rinnovamento” la voglia di “creatività”. E le voglie, si sa, non sono sempre opportune.

La fede è diventata sempre più un ricreare, la teologia un inventare, con i dogmi, cioè le cose in cui credere, da abbandonare per un processo democratico di decisione condivisa. E se qualcosa è di diritto divino può pure andare a farsi benedire dinnanzi allo spirito del popolo rivoluzionario e della cosiddetta svolta antropologica. I grandi pensatori illuminati che, temporibus illis, avevano posto le basi, loro malgrado, del pensiero deprimente attuale, lo avevano fatto con paroloni e concetti altisonanti, che mettevano in soggezione solo a sentirli, seppur la loro matrice era barbara nel lessico e nei contenuti. Ed ecco che le comunità di un recente passato leggevano e rileggevano, valutavano, selezionavano, sintetizzavano, codificavano, precisavano tutti i segni dei tempi.
Nascevano, in tal modo, un sacco di belle iniziative atte a far riscoprire una fede autentica e responsabile, matura ed equilibrata, egualitaria e priva di trionfalismo. E il risultato indiscutibile fu lo svuotamento, a frotte, della gente dalle parrocchie. Qualcuno considera tale esodo un semplice effetto collaterale, mentre altri hanno compreso, alla Totò, che se “l’operazione è riuscita, il paziente è morto”.

Certo, prima di fare revisionismo storico si deve avere la creanza di far passare un po’ di tempo. Siccome, però, si era ormai di fronte a un’altra pagina dettata dalla storia, con usi e costumi mutati, don Camillo redivivo guardava il tutto con pacato divertimento. Sì, perché hic et nunc il CPP non era più animato da sentimenti cattocomunisti, ma da una modalità tragicamente comica.
Se il nostro pretone prima si recava a tale riunione preparandosi a fondo, cercando di capire dove si trovava il bene da annunciare e le strategie per realizzarlo, sconfessando le pubbliche idiozie e trovando fondamenti sicuri per poggiare i propri ragionamenti, ora invece andava svagato. La sensazione era quella di una sera qualsiasi, in cui uno accende la televisione ed è disposto a spegnerla subito, se non trova un programma interessante. Azzeccato il canale si può rimanere alzati fino a tardi, altrimenti si chiude l’apparecchio e buonanotte a tutti! Il CPP era sempre più somigliante a un po’ di tempo davanti al tubo catodico, come fosse un programma divertente che ti tiene incollato e – come si dice – in suspense. Certo, non più sino a notte fonda, ma a un preciso orario della serata, perché al massimo alle 22 e 30 – Deo gratias! – la riunione deve essere tassativamente finita, pubblicità comprese!

A ben vedere, si era smarrito quel senso e substrato ideologico di fondo, tanto potente anni prima: ogni cosa – in una parola – era mutata. Si era stati, evidentemente, tanto attenti a scrutare i segni dei tempi, che ci si era perso il cambiamento in atto, nonostante i molti segnali. Quale la causa?
“L’uomo attuale”, ragionava tra sé e sé il nostro prete di città che fu di paese, “non è più interessato a nulla se non al suo narcisistico individualismo”. Non ci sono più gruppi né partiti né corporazioni, c’è solo il mio “io” da difendere e a cui dare ragione. Non esiste più un impegno condiviso, un progetto di corresponsabilità, ma solo l’“io” e come questo “io” voglia usare il suo tempo, che può variare di volta in volta. Non sussiste più un’idea per cui lottare, perché le idee si modificano in continuazione nel dinamismo quotidiano, non fissandosi mai “su” e “in” qualcosa di determinato. Addirittura lo stare con gli altri doveva servire per stare non con se stessi (cosa meritevole), ma con il proprio e rigonfio “io” (cosa differente). Il primo servizio era servirsi!

Dinnanzi a fitte tenebre, anche una piccola fiammella sembra fare una grande luce. Per don Augusto, il chiarore era dato da una sana allegria, di chi si accontenta e spera. Ecco qui, infondo, il divertimento malizioso del nostro Reverendo, il quale vedeva bene la realtà e aveva dovuto trovare pratiche di distrazione vissute per puro diletto e per non cadere in uno sconforto senza fine. E, allora, si sentiva costretto a mettere in atto ogni sua perfida strategia. Il Consiglio Pastorale Parrocchiale, in tal senso, era ancora uno di quei pochi luoghi in cui misurarsi. Quando, per esempio, un consigliere saltava su con una proposta sconclusionata, il nostro pretone l’appoggiava subito e, grazie alla sua arguzia e forzando un poco la mano, ne evidenziava tutte le interessanti caratteristiche. Aggiungeva subito, però, il fatto che una tale brillante iniziativa doveva essere portata avanti da chi l’aveva suggerita. Era così certo, e i fatti gli davano ragione, che sarebbe naufragata prima ancora di avviarsi.
Oppure capitava sentisse le peggior cose dinnanzi a una scelta partorita dall’assise e quindi si sentiva in dovere di farla fallire in ogni modo. Proponeva, pertanto, una commissione per meglio sviluppare il progetto e, manco a dirlo, il risultato era sempre lo stesso: nulla cambiava, la commissione si obliava, nessuno faceva più niente. Del resto, e il nostro uomo in talare lo sapeva fin troppo bene, non si trovava mai in giro un cane che richiamasse sulle mancanze rispetto ai progetti che si erano decisi di intraprendere.
Infine, tra i molteplici casi citabili, quando don Augusto notava che le persone si accendevano davanti a richieste strampalate, interveniva dando tutto il suo contributo affinché la discussione potesse concludersi quanto prima. Era, infatti, sicuro che più nessuno sarebbe andato a recuperare quanto detto né avrebbe fatto alcunché per realizzarlo. Era, inoltre, conscio che l’uomo contemporaneo è fatto così, non è cattivo: per lui basta esprimere una cosa perché si avveri, non bisogna certo realizzarla concretamente e se proprio deve essere attuata non è mica lui che si deve sporcare le mani. E, quindi, i proclami lasciavano spazio al nulla cosmico, alla privazione dell’essere, alla nientificazione cerebrale. La cosa era davvero divertente, se non fosse stato per un non trascurabile dettaglio: la distruzione del buon senso e, in campo clericale, la terribile diminuzione della partecipazione alla vita di fede. Ma anche qui, dinnanzi alle scrollate di spalle di chi doveva intervenire, don Camillo redivivo si rassegnò a osservare la realtà e fare il bene laddove chiamato, come cercò di operare quella volta. Purtroppo, però, aveva voluto usare il linguaggio delle parabole e, non essendo il Cristo, il risultato finale non fu granché.

«Scusatemi, Signore», si sfogò poi davanti al Crocefisso della sacrestia, «devo aver sbagliato qualche passaggio. È vero, però, che l’effetto delle parabole non è immediato e che costringono a pensare…».

Non sapendo se era riuscito in quell’impresa, sicuramente era stato capace di far ridere, confermando la tesi iniziale che il Consiglio Pastorale serviva ormai a quello, a far cioè passare una serata in un sano divertimento spensierato.
Aveva tirato in ballo, infatti, la storia dei piccioni con intento metaforico, ma fu preso sul serio e in senso letterale.
«Signor Parroco…», aveva detto con serafica destrezza a fine serata, un colpo gobbo per la verità, perché quello lì è da sempre il momento in cui tutti vogliono fare solo una cosa: tornarsene a casa!
«Signor Parroco», aveva ripetuto con finta titubanza, «vorrei proporre, tra le “Varie ed eventuali”, l’annoso problema dei piccioni».

La città, a essere onesti, era invasa da queste simpatiche creature, adorabili se non fosse stato per lo sporco e le malattie di cui erano portatrici. Il portone grande della chiesa, se lasciato aperto, poteva essere il portale d’accesso di questi deliziosi volatili, che prendevano dimora nella casa di Dio.
«Dobbiamo», continuò nel suo discorso figurato, «liberarcene in qualche modo».
«Sono d’accordo», disse quello là, il tipico consigliere che era solito intervenire più per il piacere di ascoltare la sua voce che per dire qualcosa di sensato, «ringrazio il nostro Reverendo per aver puntualizzato una questione che non può farci stare tranquilli!».
Una volta drammatizzata la problematica, non poteva che scatenarsi una sentita, quanto inutile, discussione.
«È vero», prese la parola quella consigliera che riusciva sempre a dire qualcosa a sproposito, «anche il nostro sacrestano si lamenta in continuazione della cosa!».
La suddetta parrocchiana non aveva contatti con il sacrista da qualche anno, ma ciò non la fermò né la fece vacillare nel pronunciare la sua tesi con indomita sicurezza.
«Sì, l’ho sentito lagnarsi anch’io», aveva fatto eco un altro, quel tipico consigliere che ti faceva sorgere sempre lo stesso dubbio: ma partecipa alla vita della parrocchia? Viene ogni tanto in chiesa? Sì, perché di solito proponeva iniziative già avviate oppure scovava con fiuto sopraffino la mancanza di qualcosa che, in realtà, era presente da tempo immemore nella vita della comunità.
«Questo non mi risulta», si era infine intromesso il Parroco, che la sapeva lunga, ma non si ricordava un bel niente.

E, qui, c’era un altro motivo di puro godimento: l’improvviso cambiamento del tema dibattuto. I piccioni erano, infatti, passati in secondo piano, perché ora quello su cui bisognava fare chiarezza era comprendere bene il pensiero del sacrestano.
Don Augusto, seppur euforico, mosso a pietà, era dovuto intervenire di nuovo, spiegando che era indispensabile conoscere quanto stava a cuore a Pippo Girotti, ma – e dovette mostrare una contenuta sofferenza – la priorità era ancora quella di risolvere la questione dei volatili liberi di zizzagare tra le possenti arcate della casa di Dio.
Una volta che l’argomento riprese a viaggiare nel giusto binario, uscirono le più fantastiche conclusioni.
«Bisogna sterminarli tutti», si pronunciò il guerrafondaio, «io conosco un amico, che vende veleni, che fa al caso nostro».
Il pretone a questo punto ridacchiò, perché c’è sempre qualcuno che consiglia di rivolgersi a un “amico” e, manco a dirlo il risultato è sempre il medesimo, ossia che il lavoro è fatto peggio e costa molto di più!
«Ah no!», saltò su sdegnata l’anima francescana del Consiglio, quella che parla di povertà a ogni piè sospinto, nonostante sia proprietaria di un enorme appartamento, più una casa al lago, al mare, a Saint Moritz e via discorrendo. E senza dimenticare il macchinone da far paura, parcheggiato anche quella sera davanti ai locali della parrocchia, perché va bene essere ecologisti, che è di moda, ma duecento metri a piedi non si possono mica fare!
«Eh no!», era intervenuta a difesa e risentita l’idealista, quella che appoggiava sempre le cause perse senza mai troppo coinvolgimento (e come darle torto dinnanzi a cause già perse!), «Non possiamo macchiarci di tale oltraggio al creato. Basterà far vedere il nostro amore a queste magnifiche creature e, magari, nutrendole con dolcezza, riuscire a portarle fuori dal luogo sacro o, altrimenti, consentirgli di vivere dignitosamente lì».

Vivere dignitosamente nel Tempio di Dio? Nutrirli con dolcezza? Il nostro pretaccio già si figurava intento a dare da mangiare a quelle creature… Tale proposta, comunque, tirò fuori altre mille discussioni, fintantoché il buon don Camillo redivivo non prese di nuovo la parola.
«Volete davvero», chiese sornione, «che questi piccioni non vengano più in chiesa?».
«Certo!», fu la risposta unanime.
«E volete», riprese, «che a queste creature non sia fatto nulla di male?».
«Ovvio, se possibile», risposero all’unisono.
«Bene», concluse, «la cosa in sé è abbastanza semplice: basta battezzare e cresimare i piccioni e, poi, vedrete che non metteranno più piede (o la zampa) in chiesa!».
Tutti risero e la seduta fu sciolta in quel modo. Don Augusto avrebbe voluto aggiungere che la sua era stata una sorta di parabola che intendeva mettere in luce il problema della poca partecipazione alle funzioni liturgiche. Tuttavia, si astenne vista l’accesa e serrata discussione che ne era uscita. Su un punto, però, fece chiarezza con se stesso: i piccioni liberi di nidificare in chiesa non ce ne erano al momento. Purtroppo nessuno aveva valutato attentamente questo piccolo particolare, ingenerando però un altisonante dibattito in ossequio al dogma del dialogo.
Ennesima serata di malinconico divertimento per il nostro don Camillo. 
 

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