21 febbraio 2018

È tornato don Camillo/46. La ragazza del fiume

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Erano partiti abbastanza presto e verso metà mattina poterono scendere dall’automobile, sgranchirsi le gambe e gustarsi il panorama in quella fredda giornata di sole. Fecero, innanzi tutto, una corroborante passeggiata, prima ancora di andare a casa a salutare i genitori di Giampaolo Fabbro.
Il fiume era là a scrutarli con il suo placido scorrere, mentre i due pellegrini lo costeggiavano affascinati e, in qualche modo, rapiti. Ne sentivano il profumo, la potenza, la vitalità. Il giovanotto portò il nostro don Camillo in una angusta insenatura, permettendogli di ammirare uno scorcio a dir poco incantevole. Era una piccola baia, a volte con più spiaggia a volte meno, a motivo della risacca. Saranno state le vecchie barche ormeggiate dai diversi colori sfumati a causa del legno screpolato oppure la vegetazione vivace e spontanea o, ancora, il sole che avvolgeva ogni cosa coi suoi raggi delicati, ma don Augusto era letteralmente incantato dal paesaggio circostante. Soltanto il brontolio dello stomaco dell’accompagnatore lo richiamò alla realtà.

«Bellissimo posto, Jean Paul», confidò il nostro pretone.
«È il mio preferito», rispose, «qui si dice essere partita per il suo ultimo viaggio la ragazza del fiume…».
«La ragazza del fiume?», chiese incuriosito l’altro.
«È una leggenda, uno di quei racconti di paese che si tramandano…».
Il suo sguardo si fece trasognato e non aggiunse nulla e altro non gli fu domandato.
Siccome l’appetito procedeva a spron battuto, decisero di tornare.
Una volta in casa e dopo i pur necessari convenevoli, misero le gambe sotto il tavolo a mezzogiorno in punto, perché le persone di paese serie pranzano a quell’ora.
La tavola era imbandita per un reggimento e non per loro sei soltanto. Bisogna sapere, infatti, che oltre al padre Giuseppe e alla madre Maria, Gianpaolo Fabbro aveva due fratelli minori: Alessandro, di qualche anno in meno, e Giacomino, il più piccolo.
Dopo una moderata preghiera incominciò quello che non fu proporzionalmente un pasto frugale. Il via lo diedero degli antipasti meravigliosi, perché in quella casa non si scherzava affatto quando si trattava di cibo da ingurgitare. L’antipasto era considerato una cosa “sacra”: salame, coppa e pancetta la facevano da padroni, ma anche il culatello non era da meno. Di solito i salumi, da quelle parti, si accompagnavano con riccioli di burro, squisiti sottaceti e olive, che ne esaltano il sapore intenso eppure delicato. Le salse, poi, mai assenti, spesso presentate anche come contorno, erano a base di noci, aglio, peperoni (crudi o cotti è indifferente) e prezzemolo. C’era anche un piatto semplicissimo, che da quelle parti è considerato il re della tavola: la salsa di noci! Queste venivano pestate insieme all’aglio spellato, con sale e mollica di pane bagnata nell’acqua (il segreto sta nel battere con maestria e pazienza, ottenendo così una manteca omogenea). Inoltre, non poteva di certo mancare lo chisulèn o “il” gnocco fritto o torta fritta o crescentina: di origine longobarda, lo gnocco fritto è una pasta di pane fritta e farcita con i salumi e i formaggi della zona a seconda del proprio gusto. E di scelta su quella tavola ce ne era, eccome!

I funghi ornavano la tavolata: si trattava, per essere precisi, di porcini di media grandezza e ben sodi, che erano stati passati nell’uovo sbattuto e nel pane grattugiato, per poi essere fritti. Gustati bollenti erano davvero una prelibatezza. E che dire della rustisana , tipico piatto di campagna, che, servita insieme alle uova, diventa una vera e propria pietanza?
«In tempi più remoti», precisò la mamma di Gianpaolo, «la padella contenente questo soffritto di cipolla, burro, olio e pomodori, veniva posta sul portacatino e l’usanza era di sedersi intorno tutti insieme, servendosi ognuno per sé direttamente con il cucchiaione di legno. Tuttavia, non ho pensato di servirlo in quel modo…».
Nessuno si pronunziò, anche perché tutti erano letteralmente in adorazione del salame cotto, o salàm de còtta: un salame che viene fasciato con una garza e lasciato cuocere con sedano, carote e cipolle per oltre due ore. La particolarità, degnamente rispettata in quella occasione, era di servirlo tiepido, tagliato a fette di mezzo centimetro, accompagnato con una salsa di tonno, uova, acciughe, olio e aceto, guarnita con tartufo affettato finemente.

Vista la stagione ancora invernale, i padroni di casa si scusarono per la mancanza degli stricc’ in carpion, ossia lasche di pesciolini che si pescano in primavera e in estate nel Po, che misurano appena qualche centimetro.
Siccome si trattava di un vero e proprio pranzo doc, dove l’abbondanza è una virtù, le portate parevano non finire mai. Fu messo sulla tavolata il primo, che consisteva in ottimi cappellacci, o tortelli, che una volta si presentavano senza condimento, ma che in quel giorno la signora Maria insaporì con burro, salvia e grana grattugiato. In secondo luogo, rigorosamente in brodo, vennero portati i marubéi, i tipici anolini della Bassa, che si cucinano lungo il Po. Erano stati riempiti di carne di manzo brasato, vitello, maiale, cervella sbollentata, con aggiunta di pan grattato, sale, pepe, grana e noce moscata.
Dopo quei primi piatti, il pranzo non si era per nulla concluso, anzi ci si addentrò nelle seconde portate. Anzitutto, il batù d’oca: pane e formaggio grattugiato venivano mescolati al sangue di un’oca ingrassata appositamente e uccisa. L’impasto ottenuto serviva per preparare delle frittelle da consumarsi insieme al resto dell’oca cotta con una procedura piuttosto articolata in una pentola di terracotta.
Don Camillo redivivo incominciava a sentirsi appesantito, ma non mollò e polverizzò anche la coppa di maiale: cotta molto lentamente nel vino bianco secco, con burro, olio, cipolla, rosmarino, sale e pepe, era stata per il nostro pretone una prelibatezza assoluta.
Prima del vero e proprio dolce, fu messa in tavola una marmellata speciale, che prevede l’impiego di castagne, zucchero, acqua, vaniglia, grappa e cognac.

Nel frattempo si conversava allegramente un po’ di tutto, fintantoché il nostro pretone domandò sovrappensiero della ragazza del fiume. Tutti nella sala si ammutolirono e, per un attimo, la sensazione di gioia svanì.
«È una storia molto triste», disse la madre di Gianpaolo, «ora pensiamo al dolce, poi Alessandro sarà felice di raccontarvela!».
A quelle parole, il ragazzo si illuminò, perché era un bravo cantastorie e un abile romanziere, sicuramente molto più dei suoi fratelli.
Nell’attesa fu servito sia del castagnaccio o pattòna, fatto con farina di castagne bagnata nel liquido rimasto dopo aver fatto formaggio o ricotta, sia della spongata.
«Questo dolce», disse il Giuseppe, che la sapeva lunga, « ha probabilmente origini ebraiche, poiché erano molto diffusi insediamenti di questo tipo nella nostra zona».
«Si tratta», prese con garbo la parola sua moglie, «di una pasta di farina dolce ripiena con amaretti, noci, mandorle, miele, pinoli, uva sultanina, chiodi di garofano, cannella e bucce d’arancia».
«Mamma», chiese ansioso Jean Paul, il quale se ne intendeva più di materialismo “mangereccio” che di quello “dialettico”, «non hai fatto lo stracchino gelato?».
«Certo!», esclamò la donna e, dopo aver incrociato uno sguardo perplesso del reverendo, spiegò, «Questa ricetta è molto antica: una volta si utilizzavano cassette di lamiera con il doppio coperchio in cui venivano lasciati riposare la panna, le mandorle tostate e tritate finemente, il caffè, la vaniglia e lo zabaglione con il cioccolato grattugiato. Il tutto si lasciava raffreddare sotto la neve. Oggi l’avvento dei moderni frigoriferi e congelatori ha reso la realizzazione di questo dolce a strati molto più agevole».

Se per tutto il pranzo avevano sbevazzato litri di quel lambrusco dallo straordinario colore rosso violaceo e dal profumo pieno e avvolgente di fragole, more e lamponi con accentuati sentori di bosco, ora erano passati al malvasia. Si trattava di un vino tranquillo, di profumo gradevole e aromatico, dal sapore armonico, amabile e frizzante, ideale per sposarsi con quei dolci.
Era naturale che appena finito l’ultimo sorso, gli uomini, tranne il piccolo Giacomo, si stravaccarono chi sul divano chi sulle poltrone. Bastarono pochi minuti perché iniziasse un concerto di russate a quattro voci, che risultò essere un assoluto capolavoro. Si destarono appena in tempo per il caffè, richiamati dal suo gorgogliare, oramai a pomeriggio inoltrato.
«Racconto la storia?», disse eccitato Alessandro, rivolgendosi alla madre. Al “sì” di risposta, tutti si fecero attenti.
«La ragazza del fiume era una fanciulla con l’argento vivo addosso», incominciò la narrazione il ragazzotto, mentre Jean Paul ripeteva a memoria e a bassa voce le medesime parole, «bella di aspetto, girovagava sempre a piedi scalzi in ogni dove, anche se non si allontanava troppo dal fiume. Quando doveva farlo, per qualche necessità, il suo viso dalle gote rubiconde diveniva malinconico e più il tempo passava e più il suo aspetto si intristiva.
La ragazza del fiume amava correre sui prati o sulla sabbia, nei boschi e nelle radure, eppure sapeva stare immobile per lungo tempo. Era uno spettacolo osservarla mentre contemplava il corso d’acqua: quello procedeva lento dinnanzi a lei, conducendo via i suoi molti pensieri. In quei momenti, pareva una statua di rara bellezza, quando ferma, su un masso o nella baia, come fosse un dipinto tratteggiato all’orizzonte, con i capelli lunghi scompigliati da un vento dispettoso, fissava, in un mistico silenzio, l’orizzonte davanti a sé.
La ragazza del fiume, dolce, attenta, premurosa, possedeva un sorriso pronto, occhi grandi ricolmi di curiosità, una voce cristallina che spegnava ogni frase con una risata contagiosa.
Era stata più volte innamorata, come la fanciulle della sua età, ma nessuno poteva rubarle il cuore come il fiume. Era la sua casa, il suo rifugio, la sua vita. Erano una cosa sola.
La ragazza del fiume, crescendo, divenne sempre meno solare, più pensierosa, poco incline al sorriso, chiusa in se stessa. Certo la sua voce e, soprattutto, la sua risata argentina, benché rara, continuava a scaldare il cuore di chi si imbatteva in lei. I giovani ne erano invaghiti, i pescatori trovavano in lei grande consolazione, le persone le si affezionavano. Ma pareva che nulla potesse donarle la tanto agognata felicità. Il bozzolo cercava di divenire farfalla…
La ragazza del fiume voleva altro, inseguiva altro, ambiva ad altro… non le bastava più guardare il fiume, voleva essere fiume. Pregò e pregò ancora e chiese al Creatore il coraggio di andare, di vivere la vera vita, di saper guardare in alto, di non soffermarsi a scrutare la terra, ma di desiderare il cielo.
E, così, in un giorno di primavera, mentre il sole calava lentamente e la luce tagliava la radura tutt’intorno, prese la sua barca e messasi a navigare si perdette all’orizzonte. Il suo canto, melodioso e leggero, quasi un sussurrò, accompagnò il suo navigare. Molti la sentirono partire e al ricordo ancora piangono, per quella struggente musica, per la sua dipartita.
Nessuno ebbe più sue notizie, nessuno scoprì quale fu la meta dell’ultimo suo viaggio, nessuno la rivide più. Ma quando si sente il gorgogliare del fiume a causa di forti correnti, i più vecchi del paese vi diranno di stare attenti, di aprire bene le orecchie, perché ciò che si sente è ancora la risata cristallina, così piena di vita, della ragazza del fiume.
Molti altri, poi, raccontano di averla incontrata lungo il corso d’acqua, intenta a sorridere e a salutare…».
«Pare quindi assente, non esserci più, ma è invero viva, presente nella presenza…», aveva chiosato Giampaolo.
«… perché», aveva proseguito il fratello, «solo per gli stolti, che non oltrepassano la cortina ingannatrice dell’apparenza, la ragazza del fiume è scomparsa. Lei, invece, segue lo scorrere delle acque, mai doma eppure trattenuta nell’Eternità, dove nessun tormento può toccarla, ora che dimora nella pace, nel calmo o turbinoso scorrere delle acque…».
Ci fu un lungo attimo di silenzio.
«È davvero una storia triste», disse a un certo punto Gianpaolo.
«Sì, lo è», confermò don Augusto, «ma infondo ci dice come la vita è vera soltanto se sa guardare all’eternità».
«Dobbiamo credere alla vita eterna? Davvero risorgiamo?», chiese con tragico trasporto l’altro in risposta, dove gli accenti drammatici erano resi più realistici dal lambrusco ingurgitato.
«Con questa domanda ci giochiamo il nostro futuro, ma anche il nostro presente», riprese il pretone, «Ma se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede, dice san Paolo. E forse, vana sarebbe anche la nostra vita: non si può camminare con gioia senza avere una meta».
«Non è forse la felicità la meta di ogni uomo?», aveva ribattuto Jean Paul, volendo forse dare il via a una loro caratteristica disputa.
«Il cristiano sa che il fine ultimo della sua esistenza è l’incontro con Dio e questo coincide esattamente con la felicità più grande che può sperimentare, desiderium naturale videndi Deum ».
Vista la seriosità delle argomentazione il signor Giuseppe, che la sapeva davvero molto lunga, andò a prendere una bottiglia grappa invecchiata in barrique da uve selezionate.
«Questa», aveva detto il padre di Gianpaolo, «è prodotta con metodo discontinuo e caldaie in rame a vapore e conservata in botti di legno di rovere».
Al sesto brindisi (due solamente per Alessandro, vista la giovane età) e dopo qualche canto di montagna, non molto tipico per gente della Bassa, tutti si riaddormentarono profondamente. Si era fatto buio fuori, quando don Camillo redivivo e Jean Paul si risvegliarono, sbadigliando e stiracchiandosi rumorosamente, perché attirati da una luce al di là della finestra. Erano intontiti e sussultarono entrambi quando videro quello che appariva davanti a loro come un fantasma. Il pretone non aveva dubbi, pareva proprio una ragazza e, a osservarla bene, lo stupore si fece ancora più grande.
La ragazza del fiume era là a fissarli con i suoi occhi grandi e pieni di vita, con la faccia aperta in un contagioso sorriso. Sembrava dicesse: “Sono io, sono viva! Tutti siamo destinati alla Vita. Dovete saper guardare il fiume, stare lì ai suoi piedi, scrutarlo col cuore mentre placido o agitato lambisce con tenerezza o forza le sponde. Dovete diventare fiume, come ho fatto io, e assaporarne il profumo, assaggiarne il sapore, gustare il suo scorrere. E scoprirete, com’è capitato a me, che vicino a quel venerabile corso d’acqua possono succedere cose che da altre parti non succedono. Cose che non stonano mai col paesaggio, perché c’è un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti, perché lì, vicino al fiume, hanno un’anima anche i cani, perché i morti sono rispettati, perché i morti sono vivi».
Poi, quella visione svanì con garbo, la ragazza infatti si girò e si allontanò sprofondando nelle tenebre.
I due appollaiati sul divano si guardarono esterrefatti. Una volta in automobile sulla strana del ritorno, avrebbero voluto dirsi qualcosa, ma nessuno riusciva a iniziare a spiccicar parola, fintantoché fecero, ancora una volta, un discorso memorabile.
«Sai…», disse a un certo punto don Camillo redivivo.
«Eh, sì!», rispose Gianpaolo Fabbro.


 

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