28 febbraio 2018

È tornato don Camillo.47/Lo stradello della perdizione

di Samuele Pinna
Questa è una di quelle storie che capitano davvero. Ci arriva dalla fettaccia di terra distesa lungo la sponda destra del Po, tutta compresa, senza possibilità di sconfinamenti, a est e a ovest nell’area del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, toccata, nel margine meridionale dall’Autostrada del Sole che, nascosta, la gran parte dell’anno, sotto pesanti nebbie, non riesce a contaminarla.
La questione è una di quelle di paese, seppur dir “paese” sembra una gran cosa, perché il fattaccio è capitato in un borgo, un piccolissimo borgo di cui è piena l’italica terra, tanto minuscolo quanto incantevole. In quel luogo, abitato da poche anime, c’era una graziosa chiesa, che poteva contenere la popolazione intera, e un massiccio castello, appartenuto da tempo immemore dai nobili locali.
Cose che durarono per secoli, nel nostro tempo vengono polverizzate in qualche istante. All’ultimo castellano venne, infatti, la brillante idea di crepare senza lasciare eredi e, pertanto, la proprietà fu venduta.

E cosa c’è di peggio di un comunista? Un comunista arricchito, ovviamente, che idealmente non può essere definito capitalista, ma lo è poi nei fatti nudi e crudi. Quell’elegante castello, robusto com’è robusta la gente di quel borgo, fu acquistato per poche lire da un brutto canchero, prima figlio del popolo e ora, di colpo, nipote del capitale. Ma una bestia rimane una bestia, anche se gli si mette il cappottino prima di uscire per andar nei prati a far pipì. Quel boia lì, pur avendo la grana, rimaneva un bifolco che un destino meno beffardo avrebbe fatto schiattare per il lavoro nei campi o in una potente fabbrica di matrice sovietica. Fine gloriosa – così dicevano – per l’onesto popolo lavoratore!
Da quel borgo, da quel castello, da quei guai, lontano chilometri, il nostro don Camillo se ne stava tranquillo a far danni nella sua parrocchia di città. I superiori, sempre capaci di sottile discernimento, capirono che il suo talento era sprecato e, di conseguenza, lo mandarono in provincia, anzi fuori provincia, meglio ancora: al di là degli stessi confini della Diocesi per portare il suo benefico scompiglio.

Don Augusto si figurava ancora il luccicare degli occhi del suo Vescovo quando gli aveva proposto la missione: aiutare un anziano parroco di paese a fronteggiare una disputa che si era protratta per anni.
Per fare un po’ di chiarezza, si deve premettere che il vecchio sacerdote in questione, un brav’uomo per la verità, si era trovato tra le mani una bella gatta da pelare. Il misfatto avvenne proprio quando le forze cominciavano a scarseggiare in quello che era stato un atletico corpo. A suo tempo, il reverendo, era stato massiccio, ma non corpulento, perché sempre in una splendida e atletica forma. Era uno di quelli che possedeva un grande vigore e agilità, così com’era duro e svelto il suo cervello. Da giovane non avrebbe faticato a risolvere il problema a suon di legnate, ma la sua età non glielo permetteva più. Si avvicinava, infatti, ormai, alla soglia del secolo e quando tutto era iniziato, vent’anni prima, aveva preso con serietà la faccenda, senza cedere al prurito delle mani. Il suo antagonista, molto più giovane, ma neppure troppo, sperava in una sua veloce dipartita, ma a tutt’oggi tale desiderio non si era realizzato.

La faccenda era dannatamente semplice: uno screanzato forestiero (brutta cosa) e per giunta comunista (cosa non solo brutta ma detestabile) aveva rilevato il castello del borgo. E fin qui, se non si riusciva proprio a ingoiarlo, il “rospo” poteva essere quantomeno sopportato dalla gente del posto. Siccome a tutto c’è un limite, quando quel figlio di Mao fece chiudere il passaggio pubblico dello stradello gli abitanti non poterono far altro che insorgere. Non tutti, ovviamente, perché i “rossi” si schierarono nella lotta anticlericale contro la pretesa egemonica di matrice ecclesiastica. Per capire bene le cose, si deve ulteriormente precisare che la proprietà nobiliare era raggiungibile per una stradaccia che funzionava da ingresso del possedimento, ma che consentiva pure ai fedeli di giungere in chiesa. L’accesso, a quella irrisoria striscia di terra, fu, dunque, interdetto, dopo che fin dall’Ottocento i parrocchiani la utilizzavano per transitare verso l’edificio sacro. Se c’era e c’è un percorso alternativo, questo consiste in una ripida scalinata, che rappresenta un ostacolo per i principali frequentatori delle sacre cerimonie. Diveniva, inoltre, difficile celebrare i funerali, per ovvi motivi di trasferimento delle casse da morto, o svolgere degne processioni e altre robe clericali.

La cosa appariva talmente assurda, che si trasformò in un problema di stato e ci si mise in mezzo anche la politica. E la politica, come sovente avviene, era riuscita a complicare dannatamente le cose, non azzeccando mai la scelta giusta da fare. La colpa, però, non era del povero Sindaco di turno, ma del popolo sovrano, che confonde il Legislatore con il legiferante. Si è, tanto per spiegarci in modo chiaro, eliminato dall’orizzonte Nostro Signore e lo si è sostituito con le leggi dello Stato, nella puerile convinzione che queste avrebbero portato a una giusta giustizia. In realtà, di solito, tutto quello che l’uomo riesce a fare, quando si dimentica di Dio, è di peggiorare notevolmente le cose. E, allora, i vari Sindaci agirono da veri politici: e dopo vent’anni nulla era nella sostanza cambiato. Fino a che il povero don Antonio, ossia il parroco del borgo, non si era preso una cinquina, di quelle vigliacche, perché sparate a tradimento, da quel porco comunista. Il reverendo, però, non aveva reagito: l’età avanzata consente ai galantuomini di stare su quella sponda del fiume che si chiama saggezza. Tuttavia, era tormentato: non poteva andare al creatore con quella questione ancora aperta e alla fine si decise che era giunto il momento di chiedere aiuto. E una mano, la più improbabile, perché data dal prete meno conciliante sulla piazza, manco a dirlo arrivò.

Giacché la Provvidenza c’è e non si vergogna a mostrarsi, il vegliardo aveva pure tra le sgrinfie una carta formidabile, che poteva far chiudere la controversia. Aveva, difatti, trovato un documento tra i scartafacci della canonica. Si trattava di un lasciapassare di stampo feudale, una sorta di “bolla di transito”, che, confermato dai registri comunali, rendeva il passaggio pubblico, di fatto ma anche diritto, dal 1868. Nonostante ciò, l’attuale castellano aveva messo su un cancello all’ingresso della strada, impedendo fisicamente l’accesso ai fedeli che volevano recarsi in chiesa. Il ricorso del Parroco non aveva portato alcun effetto: il passaggio a piedi era consentito, ma solo sulla carta.

Quando don Camillo redivivo si presentò al borgo, volle subito vedere la cancellata. Era stata fissata da una parte sul muro della chiesa e dall’altra tenuta su da un palo, uno di quelli piccoli e leggeri, così almeno parve al nostro pretone.
Mentre i sacerdoti parlottavano ancora della cosa, scervellandosi per escogitare una soluzione, arrivò il signorotto comunista, che si prese beffe di loro.
«Si è portato rinforzi, Reverendo?», disse sarcastico, «Cosa crede di impressionarmi?».
Don Augusto era pieno di buone intenzioni e aveva cercato, lui che era esterno alla vicenda, di ragionare con la dovuta calma. Comprese subito, però, che era impossibile fare una tal cosa con un comunista tanghero come quello di fronte. Alla fine, in modo affettato, chiese almeno che si rispettasse la legge vigente.
«Si metta una mano sul cuore», aveva concluso con voce implorante, «tutti in paese le saranno grati se toglie la cancellata».
«Il cancello sta dov’è!», aveva tuonato l’altro, «Nessuno sconto al dannato clero! Non si tocca nemmeno uno spillo di ciò che è mio! Ma se vuole toglierlo a suon di Pater e Ave, perché di lavorare voi preti non siete abituati né capaci, si accomodi pure».

Il sorriso e il tono, aiutarono il nostro don Camillo a innestare la marcia: iniziò a dire sottovoce portentose giaculatorie e poi avvicinandosi in modo minaccioso tirò come un disperato. Le vene del collo era rigonfie come zampogne, i muscoli tirati al punto di spezzarsi, le ossa scricchiolavano fragorosamente, ma alla fine i perni cedettero. Prima ne saltò via uno, dopo il secondo e, infine, tutte e quattro.
Potenza della fede o altro, vai a saperlo, conclusa l’operazione dello sradicamento, il pretone con la forza di un bue, sollevò la cancellata sopra la testa e la spedì al mittente, che dovette retrocedere con uno scatto fulmineo per non rimanerci sotto.
«Ecco il vostro cancello!», ringhiò il carrarmato in talare con i pugni stretti, «e ora vedete di farlo sparire dalla strada, prima che qualcuno si faccia male!».
Quelle parole non ammettevano replica e, mentre don Antonio rideva, strofinandosi freneticamente le mani, l’altro era impallidito dinnanzi a quella scena. Senza nulla proferire se ne era andato via a gambe levate a chiamar aiuto. Ci vollero quattro uomini per trasportare il rudere di ferro malamente abbandonato sullo stradello della perdizione.
«Grazie, don Augusto», sospirò pieno di gioia il prete centenario, «ora posso andarmene via tranquillo da questa terra!».
E manco farlo apposta, dopo qualche giorno, essendo uomo di parola, si mise a letto ammalato e morì. 

C’erano tutti gli abitanti del borgo al suo funerale e anche parecchi forestieri. L’unico assente era quel vigliacco del castellano. La chiesa era zeppa e nessuno passò, neppure i “rossi”, dalla scalinata in segno di rispetto, ma ognuno ci arrivò dalla stradina. Alla fine della celebrazione, si formò una lunga processione, che si concluse proprio allo stradello, dove don Augusto disse ancora qualche parola di circostanza e scoprì la targa. Era una di quelle che facevano una porca figura, nuova di zecca e che metteva fine a una annosa questione. Recava scritto: Via privata don Antonio Bondini, sacerdote.

Al nostro don Camillo fu chiesto di rimanere in parrocchia ancora per qualche tempo, per permettere il cambio della guardia clericale e non lasciare prive di pastore pecorelle tanto premurose. Dopo non molto, arrivò una notizia inaspettata: dal giorno del funerale il castellano si era sentito male e, giocando tutti, ora pareva stesse per tirare le cuoia. Don Augusto, saputa la cosa, si preparò per andare a trovarlo, portando seco gli arnesi del mestiere.
“D’altronde”, ragionava tra sé e sé, “bisogna avere pietà di tutti e soprattutto di quelli che appaiono al nostro giudizio come i più immeritevoli”.
Combattere il male facendo il bene , era la sostanza della cosa e sembrava proprio una roba buona, seppur non sempre facile da realizzare. Il nostro pretone, però, non riuscì a mettere fuori il piede dalla canonica che vennero ad avvisarlo: il castellano era spirato. Qualcuno aveva insinuato che era schiattato per la rabbia, ma don Camillo redivivo era più propenso a credere che gli mancava qualcuno con cui bisticciare o, meglio, il suo amico del litigio. Non uno a caso, ma quello con cui aveva discusso per anni annorum.

Una fregatura, o un mezzo miracolo, dipende dai punti di vista, era nell’aria e se doveva ancora arrivare, non si fece attendere più di tanto. Nel testamento, infatti, quel senzadio aveva lasciato scritto che la striscia di terra, ora registrata in Comune come la “Via privata don Antonio Bondini, sacerdote”, fosse donata alla Parrocchia. Si era, poi, giustificato con un concetto abbastanza semplice e stringato, composto cioè da sole tre parole: “Bisogna saper perdere!”.
Vai a capire i comunisti, che vivono come sacripanti un’esistenza intera e prima di morire ti gabbano anche il più pio e timorato dei sacerdoti!
Cosa volete, questa è una storia capitata là, in quella fetta di terra grassa e piatta, che sta tra il Po e l’Appennino, dove una nebbia densa e gelata la opprime d’inverno e d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente.
“Davvero”, pensò don Camillo redivivo, alla fin fine, poco prima di tornarsene in città, riportando alla mente una delle poche parole della ragazza del fiume che rammentava, “vince chi perde!”.
 

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