20 febbraio 2018

La retorica sessantottarda giovanilista smontata da tre giornalisti

di Lorenzo Zuppini
Non fraintendetemi: non amo utilizzare il mio tempo per commentare le mezze tacche del “pensiero”, i fenomeni sessantottini della rivolta dei giovincelli contro i padri, questi campioni della retorica più vuota e insulsa. Però accade che, se qualcuno la spara troppo grossa, si renda necessario un intervento per almeno dare la possibilità al lettore di farsi una sana risata.

Tocca a Christian Raimo, stempiato e giovane scrittore, traduttore e insegnante di latino al Liceo classico Dante Alighieri di Roma. Ho avuto il dispiacere di ascoltarlo più volte in televisione come ospite di talk show. Un noioso mix di romanaccio parlato stretto, di nodo alla cravatta allentato e di vulgata becera antifascista consistente nell’appioppare l’etichetta di “fascista” a destra e a manca. È un tizio, Raimo, che ha l’ardire di affermare in prima serata che è facile, di questi tempi, essere comodamente fascisti perché magari, udite udite, qualcuno osa criticare l’accoglienza indiscriminata di clandestini.
Ma non divaghiamo.
Raimo ha espresso il suo parere su tre ottimi libri scritti da tre editorialisti del Corriere: Cazzullo, Battista e Polito, i quali si sono interrogati sul loro rapporto coi propri figli (“Metti via quel cellullare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione”, “A proposito di Marta”, “Riprendiamoci i nostri figli”). E già il fatto che un padre sulla sessantina decida di mettersi in discussione scrivendo (anche) di sé non pare affatto poco: le rivendicazioni dei figli sono per lo più, e per la maggior parte, sciocche e irresponsabili, mentre le prediche dei genitori tendenzialmente intrise di saggezza. Ma oltre questo, ed è ciò che è poco tollerabile, le lagne dei giovani sono sempre propedeutiche ad una certa rottura, ad una fase di scontro obbligatorio coi genitori, col mondo degli adulti, i quali devono aprire la propria mente, capire, evolversi, ascoltare e divenire perfino degli amici. Insomma, si trovano obbligati a rompersi le balle pena le patetiche recensioni di Raimo.

Il professore, come era prevedibile, se la prende con Cazzullo perché sembra che quest’ultimo non apprezzi a sufficienza il Sessantotto e le sue rivoluzioni. “Il Sessantotto per Cazzullo ha significato essenzialmente non le lotte per i diritti sociali, civili, l’emancipazione culturale eccetera, ma l’inizio della devastazione (…)”. Capite che è Raimo ad essere un adolescente troppo cresciuto, con barba e capelli che sfumano verso il grigio ma che sente ancora in sé la fiamma viva della rivolta. Che Cazzullo poi si dolga del fatto che non vede più giovani al cinema o al teatro, indaffarati invece a tener la testa china sui cellulari, non mi pare così assurdo: è inevitabile il paragone con la propria giovinezza e le differenze si evidenziano persino da sole. È altrettanto evidente che oggi l’uso smodato della tecnologia possa portare all’accantonamento di altre attività quali la lettura in primis, ed è infine evidente che chi non legge è destinato a rimanere un deficiente. Lo disse Giuliano Ferrara: un uomo che la mattina si compra un giornale è migliore di uno che non lo fa. Un padre che non fa notare tutto ciò ai propri figli, è, oltre che un deficiente, un irresponsabile.

Polito diviene bersaglio del sociologo Raimo perché sembra non attinga da dati certi. Si lamenta della scarsa severità a scuola e dell’altrettanta scarsa sicurezza nelle nostre città ignorando che la realtà sia il contrario. Il professore snocciola percentuali e numeri del tutto inutili, poiché determinati eventi iper-reali smentiscono chiunque: la scuola italiana, soprattutto dopo il Sessantotto, si è trasformata in una fucina per la propaganda progressista come se i benedetti tempi della rivoluzione non fossero mai passati, e a questo compito adempiono professori e autorità scolastiche. Potremmo portare decine di esempi personali di professori che hanno scambiato la cattedra per un palco di partito (sempre di sinistra) e gli studenti per delle spugne. Per non parlare della costante presenza prepotente nelle nostre università di collettivi di estrema sinistra che, occupando aule, dettano impunemente legge. Ah sì, la falsa percezione del pericolo: che quattro nigeriani clandestini (di cui almeno uno pregiudicato) abbiano fatto a pezzi una ragazza non dovrebbe preoccuparci perché gli altri cinquecentonovantanovemilanovecentonovantasei quasi certamente hanno ricevuto in passato una miglior educazione. E che palle le ramanzine che Polito fa sullo spinello: che sarà mai una cannetta? Lo dice anche Fedez: va legalizzata!

Battista, per ultimo, viene strattonato per la sua nostalgia del passato (occhio che ad accostare “nostalgia” e “passato” arriva Fiano), rimpiangendo “le lettere alle mail, i rammendi ai vestiti nuovi, lo stradario cartaceo alle mappe elettroniche” e altri cimeli del suo tempo. Però chi non sa guardare con nostalgia al proprio passato è condannato a gettarsi nel futuro come un gatto in autostrada: senza alcuna solida base di partenza. Per chi avesse letto “Mio padre era fascista” del solito Battista, capirebbe che anche Pierluigi visse anni fa il periodo della ribellione, riuscendo però a capire con ritardo non tanto le singole idee del padre, bensì il dovere che un figlio ha di ascoltare, sempre e comunque, la voce dei genitori. D’affetto gratuito come il loro non se ne ritroverà, e tutti corriamo il rischio di partecipare ai loro funerali rimpiangendo di non essere riusciti ad ascoltarli con meno pregiudizi.

Questi tre paiono uomini capaci di introspezione e di apertura verso un mondo non facile per loro, sebbene siano tra i giornalisti più famosi, perché la mania del sacco a pelo, dei cartelli di protesta e della rivoluzione permanente di certo non crea i migliori presupposti per dialogare.
Avete presente quel popolino imbelle che, sfilando contro l’inesistente fascismo, blaterava a Macerata parole come “non datela ai fascisti”, “immigrati, non lasciateci coi fascisti”, “contro ogni forma di fascismo”, “ora e sempre resistenza”? Ecco, se la base deve esser questa, possiamo trovare un sano compromesso: schiaffoni da parte di babbo e mamma.



 

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