02 febbraio 2018

L'assemblea lgbt a scuola è indottrinamento

di Lorenzo Zuppini
Al Liceo Leonardo Da Vinci di Milano un pensieroso gruppo di studenti, che evidentemente hanno troppo tempo libero pur frequentando un liceo, ha pensato fosse il caso di mettere all’ordine del giorno della inutile assemblea d’istituto temi vari quali il cambiamento di genere, la scoperta e la accettazione di sé, gli stereotipi di genere, i diritti lgbt in Italia e la storia del movimento stesso. Hanno presentato la richiesta al consiglio d’istituto, comprensiva dell’elenco degli interlocutori che avrebbero preso parte alla festicciola, e, senza alcun accertamento o verifica su come questa stramba assemblea si sarebbe svolta, hanno poi ottenuto il via libera.

Ho venticinque anni e non ho mai partecipato ad una assemblea di istituto. Mi nauseava l’aria sessantottina costantemente presente, coi cenciosi ribelli sempre col pugno alzato e desiderosi di avere una scusa per poter protestare, okkupando all’occorrenza alcune aule dell’istituto e finendo, inesorabilmente, per urlare in faccia alle forze dell’ordine liberatrici “fascistiiiiii”. Non so se avete presente quegli elementi sempre sul piede di guerra, puzzolenti di erba fino alla cima dei capelli, che non vedono un barbiere da almeno dieci anni e col kefiah avvolto al collo, sempre, immancabile, come per i cani è il guinzaglio.

Dell’amore libero che i loro genitori, ai loro tempi, andavano blaterando non c’era neanche il sentore, e poi sfido chiunque a toccare, desiderandola, una ragazza che ha come massima ambizione quella di dormire su un pavimento, peli su gambe e braccia come un boscaiolo, perché la parità di genere, oggi, significa questo. Finché, però, tutto si riduce a questo teatrino, amen: è un giusto prezzo da pagare per assistere ad una pedata ben assestata da un carabiniere o da un poliziotto sul didietro di quei marmocchi.

Il problema sorge, invece, allorquando i nullafacenti intendano indottrinare gli spensierati liceali sui temi legati all’omosessualità, al gender e alle battaglie che il popolino lgbt porta avanti da anni. Ogni tanto i genitori fanno la loro parte, e in questo caso sono insorti chiedendo con quale razza di criterio (ho usato la parola razza, adesso sono fottuto) sia stato lasciato campo libero al drappello di studenti per niente rappresentativo della totalità dei liceali. Ma soprattutto, per quale arcano motivo le campane chiamate a suonare durante l’assemblea studentesca suonassero tutte nella medesima direzione. Poveri gay, povere lesbiche, poveri tutti, depressi, deperiti, maltrattati, impossibilitati a divenire genitori, martoriati da questa misogina società italiana e occidentale. Il fratello arabo che indossa il kefiah come loro, intanto, si frega le mani al pensiero di avere così tante prede da far penzolare dalle gru.

Il conformismo al pensiero unico coincide, in questo caso, con la messa a disposizione degli studenti di una sola opinione sulle questioni sopracitate, che, fino a prova contraria, sono ancora passibili di varie interpretazioni. La si fa così divenire una verità assoluta, oggettiva, sulla quale solo un pazzo o qualcuno in mala fede potrebbe avere un’opinione contraria alla vulgata. Hanno tentato nell’arco di una mattinata, ma basta essere aggiornati sull’attualità per sapere che è la norma, di inculcare nelle menti malleabili degli studenti l’idea per cui non esistono opinioni. All’Università degli Studi di Torino c’è il corso di “Storia dell’omosessualità”, e il problema non è che qualcuno abbia ritenuto essere importante lo studio dei gay, bensì che solo il loro studio debba risultare interessante. La solita tiritera noiosa per cui le famigerate minoranze vanno tutelate come se fossero panda. Ascoltate, comprese, e in generale accontentate su ogni loro capriccio giornaliero. Allo scrivente è stato fatto notare su Twitter (il mio luogo di perdizione preferito) che non essere gay friendly è un errore. Mi spiace, ma a me Malgioglio sta sul gozzo non perché gay, ma perché Malgioglio, e in questo caso Malgioglio è Malgioglio anche e soprattutto perché gay. I vestiti di Dolce e Gabbana mi piacciono anche se i due fossero più etero di Rocco Siffredi, ma in effetti li adoro anche perché, pur essendo gay, sono degli spettacolari eretici che credono nell’esistenza della famigerata famiglia naturale. E insomma, come vedete, lo strampalato politicamente corretto ci ha indotti a giudicare le persone non per ciò che dicono e ciò che fanno, ma per chi si fanno. E dannazione, se questo è il metro di giudizio, io risulterò non giudicabile. Vi terrò aggiornati.


 

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