19 febbraio 2018

Le stragi in Usa sono frutto della tensione sociale

di Alessandro Rico
@ricoalessandro
L’ennesimo episodio di violenza verificatosi in una scuola americana ad opera di un giovane squilibrato, che si dice facesse parte di un’organizzazione di suprematisti bianchi, ha infiammato di nuovo il «redattore unico». Il quale, sui media di tutto il mondo, ci catechizza sull’urgenza di disarmare il popolo statunitense e sulla pericolosità dei razzisti. Peccato che persino uno studio dell’Università di Pittsburgh, rilanciato dal Washington Post (mica da Breitbart News), sostenga che chi detiene legalmente armi sia responsabile di meno di un quinto degli omicidi commessi negli Usa.

Ma non è su questo aspetto che vorrei soffermarmi qui. È della questione razziale che vorrei parlare. Perché forse è lì che si annida la spiegazione delle turbolenze, inclusi alcuni massacri in cui ha fatto capolino il movente dell’odio etico, che scuotono la società americana. La quale è oramai sull’orlo di una guerra civile razziale, con uno dei due principali partiti, il Partito Democratico, ben disposto a favorirla, pur di assicurarsi la conservazione delle leve del potere.

Praticamente tutte le statistiche demografiche sono concordi nel rilevare come, negli Stati Uniti, sia ormai imminente la sostituzione etnica – quella che gli intellettuali progressisti considerano un’ossessione complottista, come se la storia mondiale non ne avesse mai registrata nessuna, neppure nel continente americano.

Secondo l’Ufficio del censimento (cioè secondo lo stesso governo centrale), entro il 2042 i bianchi non ispanici (ossia i bianchi di origine europea, il nucleo originario della nazione) non costituiranno più la maggioranza della popolazione (attualmente sono circa il 60%), pur rimanendo il gruppo etnico più consistente (intorno al 46% del totale). Verso la metà del secolo, al contempo, i neri diventeranno circa il 15% della popolazione complessiva, gli asiatici circa l’8%, i meticci circa il 6% e i latini il 28%. Aggiungerei che, andando avanti ancora di qualche decennio, la scomparsa dei bianchi non ispanici sarà inesorabile, visto che già entro il 2065, secondo una proiezione effettuata dal Paw Research Center, l’88% dell’incremento della popolazione americana sarà dovuto agli immigrati, in prospettiva soprattutto asiatici (38%), seguiti dai latini (31%), e dai neri (9%), mentre la percentuale di immigrati bianchi oscillerà tra il 18 e il 20%. Per il Census Bureau, nel 2060 solo il 36% degli under 18 sarà composto da bianchi non ispanici, che oggi invece sono il 52%.

È soprattutto sulla prevista assenza di una maggioranza etnica, però, che bisogna concentrarsi per comprendere il potenziale violento della futura società americana. Già oggi le tensioni tra le diverse razze sfociano in conflitti: non solo quegli eccidi di massa perpetrati da bianchi presunti razzisti, ma specialmente i disordini, il degrado, lo spaccio di droga e le uccisioni che si susseguono negli Stati, nelle città e nei quartieri dove è più forte la presenza di ispanici e persone di colore. Un solo dato, giusto per avere un’idea: alcune delle città con il più alto tasso di omicidi, come Chicago, Detroit (dove la violenza è stata spaventosamente aggravata dalla crisi economica), Memphis, o New Orleans, sono anche le città in cui i neri rappresentano la maggioranza della popolazione. Fa eccezione la sola Kansas City, dove però i bianchi non ispanici sono il 55% del totale degli abitanti e le minoranze etniche, neri più latini, costituiscono comunque circa il 40% della popolazione.
Il punto è che tali tensioni sono destinate a inasprirsi man mano che uno dei gruppi etnici, quello dei bianchi di origine europea, perderà la propria posizione numericamente dominante.

La storia e le evidenze statistiche ci insegnano che il famoso melting pot, lungi dall’essere il fulgido esempio di pacifica convivenza tra razze differenti glorificato dai liberal, è la via maestra per la stratificazione sociale, la diffusione del malcontento, dell’intolleranza e del rancore, quindi per il conflitto e la dissoluzione della società. La quale, come ogni organismo, richiede un certo grado di omogeneità. Presto, quelli che oggi sono episodi criminali, scontri tra polizia e delinquenti (inclusi i soprusi delle forze dell’ordine, sovente esito dell’esasperazione e delle pressioni cui sono sottoposti gli agenti nelle zone più turbolente), attacchi motivati da odio etnico, sfoceranno in un’aperta guerra civile razziale, favorita dal cambiamento del peso specifico di ciascun gruppo, oltre che dal cinismo del Partito Democratico.

La sensazione, effettivamente, è che quello di Donald Trump sia soltanto uno degli ultimi sussulti del cosiddetto «maschio bianco eterosessuale». Basta andare a vedere chi ha votato chi nel 2016. Bianchi: 58% Trump, 37% Clinton. Neri: 88% Clinton, 8% Trump. Asiatici: 65% Clinton, 29% Trump. Latini: 65% Clinton, 29% Trump (una riflessione si potrebbe fare pure sulla composizione religiosa degli elettori: Trump ha vinto presso tutte le confessioni cristiane, mentre musulmani ed ebrei hanno premiato la Clinton. E indovinate quali saranno la seconda e la terza religione negli Stati Uniti di qui a quarant’anni…). Ecco perché i Democratici sono il partito degli immigrati. È quella la loro base elettorale. E per consolidare il trend demografico che assicurerà ai liberal di occupare stabilmente la Casa Bianca nei prossimi decenni, costoro faranno di tutto affinché la guerra razziale scoppi il prima possibile. 
E affinché i bianchi non ispanici, i quali detengono circa la metà delle pistole e dei fucili legali del Paese (ciò che probabilmente ancora trattiene le altre minoranze dall’escalation), siano disarmati attraverso una serie di leggi restrittive e, infine, con l’abolizione del Secondo emendamento.

Tutto torna. E non basteranno Bannon, The Donald o qualche invasato a impedire quello che, a questo punto, pare inevitabile. Per l’Europa, però, c’è una chance. È vero, infatti, che gli Usa sono una fotografia del nostro futuro. Ma è vero pure che, nonostante gli ultimi sette anni di deportazione dell’Africa sub-sahariana nel territorio europeo, grazie alle campagne militari della Francia e dell’amministrazione Obama (quello che è contrario alle armi, per intenderci), per lo più il Vecchio Continente, fatta eccezione per certe metropoli e la Svezia, è ancora in tempo per evitare di fare la stessa fine. Qualcuno osservi gli africani in coda alle primarie del Pd, o ricordi gli appelli per lo ius soli della Kyenge e faccia due più due. La storia ci sarà maestra. Tutto sta a essere buoni scolari.  

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