24 febbraio 2018

L'embrione dell'uomo che si fa pecora

di Giuliano Guzzo
L’entusiasmo con cui è stata diffusa ed accolta, ieri, la notizia della «creazione dell’embrione ibrido pecora-uomo» sottolinea un problema non scientifico ma sociale drammaticamente sottovalutato: l’esistenza dell’uomo-pecora che dal centro del gregge, ove imperturbabile si trova, senza fiatare si beve ogni cosa.

Magari pure ringraziando. Diversamente, se gli uomini-pecore non esistessero e se a turno non fossimo tutti, in fondo, un po’ tali, la presunta svolta epocale ci sarebbe stata presentata con toni assai più cauti. Anzitutto perché non è stato «creato» proprio un bel nulla (in laboratorio mica si crea, surrogando Dio, ma si produce: totalmente diverso). In secondo luogo perché quello strombazzato non è, al momento, neppure uno studio scientifico (ma un’anticipazione di una comunicazione a congressi: anche qui, qualcosa di decisamente diverso).

Infine, perché prima di brindare a una nuova frontiera per i trapianti sarebbe opportuno andarci cauti (soprattutto perché, con una cellula umana insieme a una animale, non si risolve il problema del rigetto). Ciononostante, c’è chi ha sentenziato: «Rassegniamoci, la natura umana non è niente di speciale nell’universo». Chiaro a che pro il giubilo per l’ibrido pecora-uomo? Per promuovere l’uomo-pecora, che ritiene di non essere «niente di speciale» – o, se pensa di esserlo, dimentica di essere unico -; che non crede alla religione in quanto vecchia ma venera Scienza e Progresso in quanto nuovi; che mengelianamente non pone limiti alla ricerca senza rendersi conto che, così, non aumenta il sapere ma solo la sudditanza alla Tecnica di un’umanità che, anziché retta da solidarietà, rischia di finire sottoposta a standard.

 

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